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San Carlo da Sezze |
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Le spoglie di
San Carlo riportate a Sezze il 18 aprile 2009 per i 50 anni dalla canonizzazione. San Carlo è tornato a Sezze Le spoglie di San Carlo portate in processione a Sezze per la prima volta dopo la canonizzazione il 2 agosto 1959. Nella foto a sinistra don Titta Zarra e a destra don Vincenzino Venditti, tra gli artefici della canonizzazione. SAN CARLO DA SEZZE UN
CITTADINO “PATRONO” DELLA SUA CITTA’ articolo di Carlo Luigi Abbenda, pubblicato su "Patroni e Feste Patronali nel Lazio" AA.VV. Lunario Romano 2000, XXVIII volume - edizione Gruppo Culturale di Roma e del Lazio
San
Carlo, frate laico francescano o.f.m. (Ordine Frati Minori), si
chiamava, nel secolo, Giovan Carlo Marchionne (o Melchiorre) e nacque il
22 ottobre 1613 a Sezze, attualmente città in provincia
di Latina ma in quel tempo appartenente alla Reverenda Camera Apostolica
di Roma. Giovan Carlo, dopo essere entrato nell’ordine francescano nel
1635 e dopo un’umilissima ed esemplare vita religiosa, morì a Roma il 6 gennaio del
1670, già in odore di santità. Sezze,il
paese di San Carlo,in quel tempo era città della Reverenda Camera
Apostolica di Roma (apparteneva cioè allo Stato Pontificio). A Sezze, nel seicento, la "Cosa Pubblica" era nelle mani di poche nobili famiglie (I Normisini, i Pilorci, i Brancaleone) che, nel pieno dell'età nepotistica, controllavano lo svolgersi della vita comunale con l'appoggio dei grandi casati romani. Ma la Sezze del popolo, quella dei lavoratori e delle persone più umili, si reggeva sull'economia di piccoli agricoltori ( Che coltivavano generalmente terre non proprie, ricevute in enfiteusi dalle varie parrocchie) e da laboriosi artigiani. I "Bifolchi" erano una categoria di lavoratori abbastanza diffusa ( Il nostro santo è un illustre "bifolco"), anzi era già una fortuna, allora, possedere una coppia di buoi per coltivare i campi. La povertà infatti era sempre presente tra il popolo, arrecandogli gravi miserie materiali e pessime condizioni igieniche. Infine le immancabili Paludi Pontine rendevano l'aria malsana ed erano uno spauracchio per tutti, specialmente per i poveri agricoltori: nonostante l'impegno dei papi di allora la situazione dei campi ristagnava in modo preoccupante.
Anonimo del XVII secolo,
San Carlo da Sezze - Sezze, Museo diocesano d'arte sacra,
Anonimo del XIX secolo,
San Carlo da Sezze - Sezze, chiesa già parrocchiale di S. Lorenzo. Tali condizioni di vita esposero penosamente Sezze nel 1656 ad una spaventosa epidemia che, così come in altri paesi, spopolò più di metà dei cittadini (San Carlo ci parla, nelle sue "Grandezze..." , di circa 4500 vittime) fra cui perirono anche due fratelli del nostro santo che erano dediti all'assistenza degli appestati.In quel tempo Sezze era divisa in sei rioni (quanti ne restavano di quell'antiche suddivisioni chiamate "Decarcie") in ciascuno dei quali vi era una parrocchia con relativa chiesa: Santa Maria, San Pietro, Santa Parasceve, Sant'Andrea, Sant'Angelo, San Lorenzo. Ogni parrocchia aveva circa 150 scudi di entrata all'anno. Agli inizi del 1600 Sezze era tutta pervasa di spirito religioso che, alimentato dalla devozione per l'abate Lidano d'Antena (San Lidano), fu rafforzato dal fiorire di svariate comunità francescane. In
Sezze infatti erano presenti quattro comunità francescane e
la Compagnia di Gesù ( I Gesuiti) di Sant'Ignazio di Loyola. Gli ordini
francescani ( le cui radici a Sezze risalgono all'amicizia di San
Francesco con il setino cardinale Leone Brancaleone ) erano
esplicitamente: 1) I Frati Minori (Conventuali e Riformati);2)I Cappuccini;3) Le Clarisse (Monache di Santa Chiara). I
Conventuali avevano il convento annesso alla chiesa di San Bartolomeo
(ora adibito ad Ospedale Civile). I "Zoccolanti" Riformati (L'Ordine del nostro santo) risiedevano nel convento di Santa Maria delle Grazie (ora adibito a Cimitero cittadino). I Cappuccini, dal 1612 in poi, dimorarono nel convento di San Francesco posto nel bosco (detto comunemente "La Macchia") ove Giovanni Pilorci aveva rinvenuto due suoi figli che colà si erano smarriti. Le Clarisse di Santa Chiara si insediarono in Sezze nel 1603 in un monastero costruito per le Domenicane e mai da queste occupato. L'Ordine che però dette al paese più lustro, non solo religioso ma anche sociale, fu quello dei Gesuiti. Tali
padri, stabilitisi nella chiesa collegiale di San Pietro, erano dediti
principalmente alla diffusione dell'istruzione scolastica ed
all'Apostolato cristiano.Il Collegio-Seminario Gesuitico fu sin
dall'inizio un centro di studi altamente qualificato, divenendo ben
presto il faro della cultura setina ( da esso uscì dotto
giureconsulto il Cardinale Corradini). Ai bisogni spirituali dei
cittadini invece, i Gesuiti provvidero con la creazione di una
"congregazione mariana" (a cui si iscrisse più tardi
anche San Carlo) che radunò "artisti" e "lavoratori"
per formarli e temprarli cristianamente con esercizi di carità e di
devozione.In questo clima di profonda spiritualità era
impossibile che non spuntassero anime devote e cristianamente
formate. La
questione sui dati anagrafici del santo è molto dibattuta ed è qui
inopportuno dilungarsi su questo punto marginale. (Comunque chi volesse
approfondire la questione sulla precisa data di nascita del Santo e sul
suo cognome, può vedere il vol. I, 41 ss delle Opere Complete edite a
cura di padre Raimondo Sbardella dal 1963 al 1973). San Carlo, da parte
sua, nella sua autobiografia ci racconta naturalmente la sua vita a
cominciare dalle proprie umili origini e si esprime in questi
termini: «Nacqui or dunque, per quello che si ricava nella fede di battesimo, ai ventidue di ottobre 1613, in giorno di martedì, e ai ventisette del medesimo mese, in giorno di domenica, fui battezzato, e mi posero nome Giovan Carlo» (Opere complete, I, 265). Anche circa i suoi genitori (e quindi sul proprio cognome) il Santo ci racconta e ci precisa: «Chiamavasi mio padre Ruggero Marchionne e mia madre Antonia Maccione, ambedue nativi dalle antiche famiglie di Sezze, città della reverenda Camera Apostolica» (I, 260). Il
segreto del graduale e corretto sviluppo umano, sociale e religioso del
santo stà tutto in una esemplare educazione umana e sociale ricevuta
nell’ambito domestico. I suoi genitori furono naturalmente i suoi primi veri educatori (sempre esemplari, assidui e generosi di consigli e di disciplina cristiana) ma ad essi si aggiunsero i precetti e la testimonianza della nonna materna, Valenza Pilorci. la parola di Dio quindi fu la base solida e feconda in cui si innestarono i principi basilari, che , secondo le parole del padre, erano fondati nella stessa legge di natura. Tali principi comportamentali, come ripete il santo, si potevano sintetizzare nel motto cristiano che recita: «Non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te; fai agli altri quello che vuoi che sia fatto a te» (I, 261).In realtà tale lineare sviluppo umano non avvenne senza alcun ostacolo, anzi i primi impedimenti alla crescita armonica di Giovan Carlo gli furono dati dal suo stesso focoso temperamento che alimentò in lui l'istinto della prepotenza e della sopraffazione: infatti in famiglia tutti lo chiamavano il gallo di casa (I, 269). Anche gli stessi studi scolastici furono ostacolati da una “diabolica” propensione del ragazzo verso letture non
Gian Carlo così, in seguito a tali negativi risultati, che vennero visti quasi come una vera e propria catastrofe,pensò bene di ritirarsi ad una vita più idilliaca intraprendendo il lavoro dei campi e mettendosi a pascolare dei buoi che richiese espressamente al padre.In questa pacifica e distensiva occupazione Giovan Carlo riacquistò molto del suo equilibrio psicofisico di cui si giovò grandemente la salute.In questo modo il giovane venne a maturare gradualmente una propria vocazione religiosa, orientandosi precisamente verso una scelta laicale francescana.Infatti il giovane radicò in se stesso la vocazione dello stato di fratello laico tra i Frati Minori francescani. Decise quindi immediatamente di recarsi a chiedere consiglio ed accoglienza presso i frati che risiedevano nel locale convento di
L'interno della casa di San Carlo a Sezze in piazza San Lorenzo. La sua restaurazione nel 1995 è avvenuta a cura del Centro studi "San Carlo da Sezze" fondato in quell'anno per diffondere il messaggio spirituale del Santo. Dopo l’anno del noviziato, non senza difficoltà e sofferenze, il giovane emise la professione religiosa e, sotto espressa richiesta della madre, gli fu di nuovo cambiato il nome in fra’ Carlo.Il giovane religioso iniziò a questo punto un lungo e faticoso cammino nei vari conventi laziali, quasi un continuo pellegrinaggio.La prima residenza del giovane Carlo fu quella del convento di Santa Maria Seconda di Morlupo, non molto distante da Nazzano.In tale eremo cominciò ad essere impiegato in quelle umili occupazioni apprese nel noviziato: ortolano e cuciniere furono i suoi primi servizi. Nell'ottobre del 1637 fu destinato al convento di Santa Maria delle Grazie di Ponticelli Sabino. Improvvisamente, nel novembre del 1638, ricevette la notizia della morte della madre, proprio mentre si trasferiva da Ponticelli al convento di San Francesco in Palestrina.In effetti, dopo la scomparsa del padre, morto nell'agosto del 1636, il santo era maggiormente rimasto legato alla figura della propria madre la cui morte il giovane presentì nel suo intimo prima che questa avvenisse. Nel
convento di Palestrina il giovane fu destinato ad un nuovo lavoro ed
iniziò a svolgere l’ufficio di questuante. Carlo inoltre,nel suo
graduale sviluppo religioso,cominciò a sperimentare le prime estasi
propriamente dette. Dal 1630 alla sua morte San Carlo percorse vari
stati di orazione (fervore di spirito, estasi, stigmatizzazione,
comunione quotidiana, elevazioni di spirito, confermazione in grazia). Nel marzo del 1640 fu mandato nel convento di San Giovanni Battista del Piglio, ma ivi rimase ben poco tempo perché nell'aprile seguente fu destinato a fare il sacrestano a Carpineto Romano. In tale convento Carlo, dopo questi continui spostamenti, poté restare fino al marzo del 1646. In questa stessa dimora il giovane dovette patire una pesante prova di pazienza e di fedeltà ai suoi voti: infatti Carlo fu sottoposto ad una incomprensibile persecuzione da parte di un confratello e ad una furibonda tentazione di lussuria.Per scampare a queste diaboliche tentazioni Carlo fu sollecitato a scrivere sulla passione di Cristo, e nel 1645, proprio nello svolgersi di una dannosa peste che sconvolse il paese, egli diede prova di eroiche virtù quale benefattore e confortatore degli appestati, senza timore alcuno ed esponendosi cristianamente al rischio del contagio per la sua vocazione religiosa tutta dedita al prossimo ed a Dio (Il, 75ss). Leggiamo ciò che scrive il giovane Carlo: «Dopo aver sopportato, in questo convento di
Carpineto, tante si spaventose e terribili tentazioni del demonio, del senso e degli uomini, si fece il nuovo Capitolo provinciale, e fu eletto per Ministro della Provincia il padre Giuseppe da Roma, della famiglia Rivaldi, che fu nel 1646 nel mese di marzo, nel tempo di Papa Innocenzo X» (Il, 93). In questa occasione, cioè nel nuovo capitolo provinciale del 1646, fra’ Carlo fu trasferito a Roma, nel convento di San Pietro in Montorio, sul Gianicolo, dove resterà per il resto della sua vita, salvo due brevi soste nel convento di San Francesco a Ripa nel 1650 e nel 1652.Nel 1647, essendo stato informato di una cruenta morte dello zio don Francesco, il giovane prova una violenta ed insinuosa tentazione di vendetta contro gli uccisori del suo amato parente. Il giovane, comunque, supererà anche questo travaglio e vincerà la tentazione portando il perdono personalmente ai parenti degli assassini. «Il sangue non può diventare acqua», aveva scritto il giovane nella sua stessa autobiografia (II, lO4ss) ma tale modo comportamentale, prettamente umano, non aveva fatto i conti con la potenza della Grazia di Dio. Tale sommo ed intenso avvenimento mistico fu donato a fra’ Carlo quasi per bilanciare una sua eroica rassegnazione a scontare una punizione malamente inflittagli. Da questo momento in poi ha inizio un vero e proprio supplizio di testimonianza religiosa. Fra’ Carlo infatti fu chiamato ad affrontare un'estenuante altalena di comandi e di proibizioni di scrivere.D’altra parte Carlo acquista un sempre più profonda stima di esemplare vita religiosa: egli diventa, a poco a poco, direttore spirituale di diverse persone, di laici, di prelati e consigliere di un congruo numero di comunità religiose. In effetti fra’ Carlo, che aveva avuto da Dio doni straordinari, tra i quali, in particolare, quelli del consiglio e della scienza infusa, profuse a larghe braccia tutti questi gratuiti talenti e molti laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, cardinali e pontefici ebbero modo di giovarsi di essi. Il nostro santo inoltre, nel corso degli anni, predisse il pontificato ai cardinali Fabio Chigi (Alessandro VII), Giulio Rospigliosi (Clemente IX), Emilio Altieri (Clemente X) e Gianfrancesco Albani (Clemente XI).
Oltre
a questa impreparazione letteraria fra’ Carlo incontrò ripetutamente
tanti altri svariati contrasti.Oltre le iniziali e ripetute
proibizioni dei suoi superiori anche la sua stessa vita spirituale
rappresentò per lui una notevole fonte di difficoltà : le atroci
sofferenze interiori, talora strazianti, gli causarono spesso uno stato
di vera e propria “malattia”, procurandogli delle improvvise e
strane ottusioni mentali ( I, 116 ss). Alla
fine di tutto però, superate positivamente tutte queste circostanze
negative, il nostro religioso poté dedicarsi allo scrivere,
affrontando, come già detto, questa occupazione solo come
un’obbedienza da affrontare e non per vane aspirazioni letterarie.
Nel 1653 termina di comporre il “Trattato delle tre vie della meditazione e stati della santa contemplazione”. È
questa un’opera ascetica e morale,di mistica esperienza, in cui Carlo
suggerisce un percorso di perfezione cristiana ripartito in tre vie: ·
La via
Purgativa ( in cui
l’anima dell’uomo, sporca dei vizi e delle male inclinazioni, si
dedica alla mortificazione ascetica ed a sviluppare in sé dei santi
desideri ). ·
La via
Illuminativa ( in cui
l’anima si impegna a diradare le tenebre del peccato e ad arricchirsi
di virtù cristiane ). ·
La via Unitiva
( in cui l’anima si dedica ad un totale spogliamento della sua volontà,
distogliendola dall’ amor profano, rivestendola dall’amor sacro ed
immergendola nelle virtù del santo amore di una vita attiva ). La meta della via di perfezione è data dal finale riposo di una vita contemplativa. L’opera
fu pubblicata nel 1654 e nel 1664. Nel 1654, alla fine di una lunga e laboriosa stesura, il nostro Carlo pubblica, per la prima volta, il lavoro dedicato ai “
Canti Spirituali ” L’opera
fu talmente apprezzata dal popolo dei devoti che di essa furono
pubblicate altre edizioni nel 1664 e uno speciale commento talmente
poderoso da costituire un lavoro a sé stante. Nel
1657 fra’ Carlo termina il “Cammino interno”
(dell’…anima sposa dell’Umanato Verbo Cristo Gesù, per il quale
ella
s’incammina alla perfezione dell’unitivo amore con Dio): è questa
un’opera molto voluminosa e di grande spessore sia per la varietà
degli argomenti trattati sia per la profondità dottrinale. Rappresenta
un commento ai Canti Spirituali. Il lavoro fu pubblicato in Roma nello
stesso 1664. Di eccezionale importanza è quindi la dottrina mistica di San Carlo,da lui esposta in maniera dettagliata specialmente nel Trattato delle tre vie nel Camino interno e nella Autobiografia, opere che rappresentano delle fondamentali esperienze mistiche nell’ambito della chiesa e quindi offrono un contributo molto significante alla scienza della mistica vera e propria poiché, fra l'altro, l'autore non comunica o insegna fatti basati su teorie intellettuali bensì descrive degli stati che egli stesso ha già sperimentato (Autobiografia, f. 305v). San
Carlo, per tali motivi, fu paragonato, con valide motivazioni, a San
Giovanni della Croce e a Santa Teresa d'Avila.Tale grande
“dottoressa” infatti non fu estranea a san Carlo, anzi venne da egli
ritenuta, nel particolare descrivere gli stati sull'orazione, quale
maestra datagli da Dio (ibid., f. 305r). Nel
1660 Carlo inizia a comporre i “Settenari Sacri” (ovvero
meditazioni pie per sollevare l’anima all’unione con Dio
per
i sette giorni della settimana) : trattasi di un’opera complessa in
cui si esprimono ben 98 meditazioni su sette particolari tematiche: la
creazione, le virtù (teologali e cardinali), le virtù morali, i sette
viaggi dolorosi di Cristo nei giorni della sua passione, le sette parole
di Cristo pronunciate sulla Croce, le sette petizioni del Pater Noster ,
i sette doni dello Spirito Santo. In sintesi Carlo esprime l’essenza della vita spirituale basata non sulla Scienza ma sull’Amore. Il progresso costante consiste nel praticare sempre di più l’Amore ( un solo amore distinto nei tre gradi : 1- Pratico ; 2- Fruitivo; 3-
Essenziale ) tipico della vita attiva, di quella contemplativa e di
quella perfetta. L’anima che tende a perfezionarsi ha per ideale la
meta dell’Amor Puro, raggiungibile da tutti.L’opera è contenuta in
un poderoso volume ed è utilissima per ogni persona desiderosa di
salire a perfezione. Il lavoro fu pubblicato in Roma nel 1666. In
questo stesso anno furono pubblicati l’Esercizio devoto per la novena
di nostro Signore e l’ Esercizio devoto per la novena della santissima
Vergine Maria. Nel 1661 Carlo comincia a comporre finalmente anche una autobiografia, la famosa opera meglio conosciuta come “Le grandezze delle misericordie di Dio” (in un’anima aiutata dalla Grazia divina), che termina nell'agosto del 1665: è
questa una particolare descrizione autobiografica della vita del nostro
religioso che ha voluto comunicare non tanto fredde notazioni di vita
umana bensì l’intero svolgersi della sua vita spirituale alimentata e
spronata a perfezione dalla mano gratuita di Dio. Intanto,
in questo scorcio di secolo, Carlo ebbe modo di girovagare ancora fuori
di Roma:nel 1662 egli viene mandato a Napoli, nel monastero Santa
Chiara, per compiere una funzione di direzione spirituale e nel 1666
accompagna il cardinale Cesare Facchinetti ad Assisi, Loreto, La Verna,
Firenze. Altro viaggio nel 1669 a Spoleto, sempre dal cardinale
Facchinetti. L'opera più voluminosa di fra’ Carlo è rappresentata
dall’ “Esemplare
del cristiano”
(ovvero discorsi sopra i misteri principali della vita, predicazione,
passione e resurrezione di Gesù Cristo, cavati da quello che hanno
scritto i quattro Evangelisti, e divisa in tre parti):si tratta,come si
comprende, della vita di Cristo, purtroppo incompleta per la
sopraggiunta
morte dell'Autore, arrivando fino al discorso sopra l'Ecce homo. L'opera
ha carattere narrativo ed esegetico, ma con molta frequenza vi sono
inserite riflessioni di natura eminentemente mistica, che danno un valore
notevole allo scritto. In modo particolare fa impressione una conoscenza
sbalorditiva della Sacra Scrittura da parte di fra’ Carlo. L’opera
resterà inedita durante la vita e purtroppo tale rimane ancora oggi.
San Carlo fu uno scrittore fecondo e trattò con maestria problemi di altissima spiritualità, da destare ammirazione in
uomini dottissimi, come si espresse Leone XIII nella bolla di
beatificazione (1,109). Fra’ Carlo durante la sua vita religiosa mantenne sempre un’umile posizione all’interno della sua schiera francescana e non ricoprì mai incarichi di livello o di responsabilità direzionale. In effetti egli fu impiegato in molte umili occupazioni, proprie del suo stato ( fece cioè l’ortolano, il cuoco, il questuante, il portinaio e il sagrestano). In tali uffici fra Carlo si distinse per l'umiltà, l'ubbidienza, la pietà serafica e l'amore verso il prossimo, riuscendo ad unire alla più intensa vita interiore e contemplativa una instancabile attività caritativa e apostolica. Proprio
da questa propensione missionaria Carlo fu spinto a chiedere spesso di
uscire fuori dal proprio convento per dedicarsi amorevolmente alla cura
di tutti i bisognosi sparsi in varie parti d’Italia ( Urbino, a
Napoli, a Spoleto e molte altre città minori). Dopo
la morte iniziò la raccolta di testimonianze sulla santità di fra
Carlo da parte di P. Angelo Bianchineri da Naro, già suo confessore
saltuario e consigliere assiduo, di Nicola Grappelli ed altri. Nel 1694
La Congregazione dei Riti decretò di aprire il processo sulla fama di
santità, virtù e miracoli; iniziò così una trafila che si dimostrò,
per varie cause, piuttosto laboriosa: Clemente XIV dichiarò
l’eroicità delle sue virtù il 14.06.1772, la congregazione generale
per procedere alla beatificazione ebbe luogo nel 1875 e solo nel 1882
fu proclamato beato da Leone XIII (con breve del 1°.10.1881). Anche per
la canonizzazione si ebbe un contrattempo: era stata programma per
l'ottobre 1958, ma il 9 di quel mese morì Pio XII e così la
glorificazione fu aggiornata per il 12 aprile 1959, e fu operata
da Giovanni XXIII (II, 518ss). Il corpo riposa in San Francesco a
Ripa. La festa liturgica, per l’ordine francescano, si celebra il 7
gennaio. San Carlo rientra nella schiera di quei santi stigmatizzati e si distingue da tutti gli altri per essere il solo tra di essi ad aver ricevuto uno stigma prodigioso nel cuore direttamente dall’Ostia Consacrata (La Santa Eucarestia), per di più durante lo svolgimento di una Santa Messa. Tale
fatto prodigioso avvenne a Roma nell’ottobre del 1648 dentro la chiesa
di San Giuseppe a Capo le Case. La “trasverberazione” o “stigmatizzazione” del cuore di San Carlo è stato l’evento più prodigioso e soprannaturale avvenuto nella vita di S. Carlo da Sezze che naturalmente ci ha raccontato l’episodio nella sua autobiografia: ( “Le Grandezze delle Misericordie di Dio “, Libro VII, 6° cap.” ). Secondo le testimonianze di alcune religiose del monastero di San Giuseppe, fra’ Carlo rimase privo di sensi per vario tempo, tanto che dovettero mandar “fuori aceti e cose confortative per farlo rinvenire”, sebbene alcune dicessero che non si trattava di “svenimento naturale ma di cosa soprannaturale”. Secondo altre testimonianze fra’ Carlo, per timore di peccare di vanagloria, pregò il Signore perché si chiudesse la medesima ferita, che “fece per qualche tempo sangue”. Si testimonia anche che il santo, nonostante che la ferita fosse chiusa, ne sentì il dolore fino alla morte. Il 6 gennaio 1670 infine, cioè alla morte di fra’ Carlo, comparve definitivamente sul suo petto un singolare “stigma” che venne riconosciuto di origine soprannaturale da un’apposita commissione medica e fu adottato come uno dei due miracoli richiesti per la beatificazione.
Stimmatizzazione di San Carlo da Sezze. Foto b/n ricolorata per l'occasione del dipinto di Monacelli Ferdinando (sec. XIX) ca
1873. BSC durante la messa il frate minore francescano, Carlo da Sezze, viene colpito al cuore da un raggio partito direttamente dall'ostia consacrata durante l'elevazione Per
arrivare ad essere riconosciuto “Patrono” della sua Sezze San
Carlo ha dovuto compiere una trafila e mettersi in attesa del titolo
alle spalle di San Lidano Abbate che, appena morto, nel 1118,
venne subito acclamato patrono di Sezze e tale è rimasto a tutt’oggi.
San Carlo quindi solo da pochi anni, a furor di popolo, ha affiancato
San Lidano nel patronato della sua stessa città ed ambedue vengono
solennemente celebrati ogni prima domenica del mese di luglio. San
Carlo da Sezze, diversamente da San Lidano,
non possiede di per sé una “Leggenda” vera e propria (in
senso letterario ed agiografico) ma in realtà la bibliografia attorno
alla sua santità è grandemente sviluppata e si è arricchita sempre di
più nel corso degli anni, a partire dalla sua beatificazione del 1882
fino ai nostri giorni. La base letteraria della sua
“Leggenda” è anzi costituita dalla sua stessa autobiografia,
lasciataci dal santo. Tra i letterati più famosi che, attraverso un
intimo rapporto con il santo, si sono distinti per le loro opere
agiografiche caroliane: Anton Maria da Vicenza, padre Severino Gori,
Jacques Henrinckx, mons. Ippolito Rotoli, Antonio Valleriani, mons.
Vincenzo Venditti e il padre francescano, confratello del santo, Raimondo
Sbardella che ha profuso quasi una vita intera per la pubblicazione
e divulgazione delle opere di San Carlo.
Le
tre vie della Meditazione
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