SEZZESE

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4 febbraio 2012 

Ignazio Romano

Visita pastorale di Mons. Calabresi all'ospedale di Sezze (anno 1967-68)

Chi si riconosce?  >> scrivi  info@setino.it


In piedi a sinistra: Angelo Di Pastina (consigliere CdA ospedale) con suo figlio Ernesto Carlo

con il camice a sinistra dot Alessandro Pontecorvi, Giuseppe Di Trapano (presidente CdA ospedale)

a seguire dot Lidano Fontana, dot. Vincenzo D'Ettorre e al centro Mons. Ubaldo Calabresi

a destra del Monsignore dot. Massimo Russo, Renata Marignetti (ostetrica) dot. Mario Carlesimo

accovacciati da sinistra dot. Angelo Gori, Amerigo Ciarlo (anestesista)

in piedi a destra Damiano Di Raimo (segretario CdA ospedale)
Grazie a Antonio Di Bella (nipote di Ubaldo Calabresi) per la foto e grazie a Ernesto Carlo Di Pastina (l'unico bambino nella foto) per le informazioni sulla foto stessa.

Mons. Ubaldo Calabresi nella casa del Padre

a cura di Ernesto Carlo Di Pastina - Centro Studi San Carlo da Sezze 

Nella foto sotto risalente ai primi anni '60 Mons. Rotoli (ultimo a destra) al ricevimento in onore di Mons. Ubaldo Calabresi; insieme con il Sindaco di Sezze Sante Perciballe.
A Sezze – dove era nato il 2 gennaio del 1925, terzo di cinque figli – era conosciuto semplicemente come "don Ubaldo": forse perché aveva conservato quella semplicità e capacità di "stare vicino" alla gente che è virtù indispensabile di un buon pastore e, in fondo, caratteristica fondamentale di ogni cristiano. Con tratto signorile, quasi aristocratico, mons. Ubaldo Calabresi, arcivescovo titolare di Fondi e nunzio apostolico, ha vissuto gli ultimi anni della sua esistenza, riconsegnata a Dio Padre nella mattinata del 14 giugno u.s. in una clinica romana, dove si trovava da pochi giorni.
Grazie alla sua famiglia aveva ricevuto un’ottima educazione umana e cristiana, culminata nella scelta di dedicare la sua vita a Dio. In questa decisione venne sostenuto ed incoraggiato da mons. Giovanni Battista Carissimo, arciprete della cattedrale, e da mons. Vincenzo Venditti, parroco di S.Angelo: due preti di Sezze, diversissimi per carattere, formazione e ministero, eppure così inscindibilmente legati alla storia personale di Ubaldo Calabresi e di tutta la città di Sezze.
Il suo servizio alla Chiesa e alla Santa Sede era iniziato presto: dopo i primi studi umanistico – letterari compiuti nel Seminario interdiocesano di Sezze, era passato a quello Romano (Minore e Maggiore), dove aveva potuto proseguire gli studi di filosofia e di teologia, integrati e coronati da quelli in diritto, conseguendo la laurea in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense, e – ricevuta il 27 marzo 1948, nella cappella della Madonna della Fiducia del Pontificio Seminario Romano Maggiore, l’ordinazione presbiterale – agli studi di perfezionamento presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica.
Pronto ormai per il servizio diplomatico – anche se non aveva mai smesso di dedicarsi alla cura pastorale "diretta", a Roma e a Sezze – intervenne direttamente Paolo VI per fugare qualche resistenza da parte del suo vescovo di allora, che non voleva privarsi della sua opera in diocesi: il papa gli fece scrivere che il sacrificio di don Ubaldo sarebbe stato ricompensato dal bene della Chiesa universale.
Cooptato - nel 1953 – tra i membri della Segreteria di Stato della Santa Sede, le autorità vaticane, ben presto, intuirono le sue notevoli doti e capacità diplomatiche.
Dopo un primo incarico in Nicaragua, inizia la "gavetta" in Argentina, ove è segretario della Nunziatura apostolica per qualche anno: tra l’altro, gli muore tra le braccia il nunzio, l’arcivescovo Mario Zanin, una esperienza che don Ubaldo non dimenticherà mai; trasferito a Leopoldville, è addetto alla Nunziatura apostolica del Congo Belga e del Ruanda Urundi: qui è spettatore di tragici avvenimenti e corre, per primo, sul luogo della strage dei militari italiani. Nel 1965 nuova destinazione, questa volta in Europa: uditore in Belgio, passa poi, nel 1968, nella delegazione apostolica degli Stati Uniti d’America.
Dopo un’attività così varia e dopo aver dato ottima prova di sé, la Santa Sede ritenne giunto il momento di offrire a don Ubaldo più ampie opportunità, riconoscendone la prudenza, il lavoro assiduo e disinteressato, la capacità di fine mediatore.
Il 3 luglio del 1969 – ad appena 44 anni – Paolo VI lo nomina arcivescovo titolare di Fondi e delegato apostolico nella regione del Mar Rosso: nel giro di appena due anni è il secondo sezzese ad essere nominato arcivescovo, dopo mons. Ippolito Rotoli, pro-nunzio in Etiopia. S.E. Rev.ma mons. Ubaldo Calabresi ricevette così l’ordinazione episcopale dal cardinale segretario di Stato Jean Villot il 28 settembre di quello stesso anno, nella cappella della Madonna della Fiducia del Pontificio Seminario Romano Maggiore. 
Cumulando il precedente incarico diplomatico, mons. Calabresi diviene anche – il 29 aprile 1972 – pro-nunzio apostolico in Sudan: sia qui che nella regione del Mar Rosso visita comunità cristiane sperdute, dove da decenni non si celebrava l’Eucarestia.
Il 1978 segna una svolta nella sua attività: la Santa Sede lo invia in America Latina; dapprima nunzio apostolico in Venezuela (5 gennaio 1978), passa poi in Argentina (23 luglio 1981), prestigiosa nunziatura che mantiene per vent’anni. Mons. Calabresi si trova a dover gestire avvenimenti tragici e tumultuosi e a tessere, nel nascondimento, la "ricucitura" di gravi crisi diplomatiche (quella tra il Cile e l’Argentina e tra quest’ultima e il Regno Unito di Gran Bretagna), che dimostrano la sua grande capacità di mediazione e di pacificazione.
Rientrato a Roma al compimento del 75° anno di età, nel 2001, resta a disposizione della Santa Sede per le problematiche riguardanti le Chiese e le nazioni dell’ America Latina, di cui ha acquisito una conoscenza non comune; una malattia gravemente debilitante – cui non sono estranee le fatiche subite nel suo lungo servizio diplomatico in sedi e paesi disagiati e dal clima poco mite per un europeo – ne mina poco a poco il fisico.
Mons. Ubaldo Calabresi è stato insignito di diverse decorazioni, tra le quali l’Ordine del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, concessagli dal Sudan, e l’Orden del Libertador conferitagli dall’Argentina.
Il momento più sentito e vissuto con commozione dai sezzesi, quando il 3 dicembre 2001 il Consiglio Comunale di Sezze, con votazione unanime, in un’aula consiliare gremita all’inverosimile, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose, conferiva a don Ubaldo la Cittadinanza Benemerita nella considerazione che, nei suoi lunghi anni di servizio diplomatico, come rappresentante della Santa Sede, aveva messo a frutto le doti caratteristiche del suo essere setino autentico, nella prudenza, amicizia e schiettezza.
Il carissimo "don Ubaldo", come affettuosamente noi sezzesi amiamo a chiamarlo, continua in se, anche oggi nella gloria dei cieli, l’amore per la Chiesa e per i popoli del mondo con cui, in questi ultimi anni, vari figli della nostra terra hanno legato indissolubilmente il loro nome, don Ubaldo che non ha mai risparmiato fatiche, sudore, amore, per le genti affidate alle sue cure, don Ubaldo rimasto indissolubilmente legato alla sua Sezze come i suoi concittadini a lui.
Grazie "don Ubaldo". 


31 dicembre 2011 

Ignazio Romano

C'era il calcio e c'era... la pallavolo storica a Sezze (anno 1970-71)

Chi si riconosce?  >> scrivi  info@setino.it

In piedi ,da sinistra: sig. Arduini, Tonino Nardozi ,che ci ha lasciato prematuramente, e poi  Salvatore Di Giorgi (toto), Franco Demenica (bolletta) , Antonio Tasciotti (canotto) , Antonio La Penna , Antonio Di Bella , il sindaco Alessandro Di Trapano.  

Accosciati: Pino Magagnoli, Antonio Giorgi, Claudio Di Emma, Paolo Coccia.
Grazie a Antonio La Penna per la formazione e a Antonio Di Bella per la foto


30 ottobre 2011 

di Vittorio Accapezzato (mattone del PDL)

L'alfabeto elettorale del PDL per abbattere le piaghe di Sezze

In vista delle prossime elezioni amministrative, i partiti e liste civiche hanno aperto ciascuno l’ufficio di collocamento per “accaparrarsi” i portatori di voti ma non d’idee. E’ arrivato il momento del cambiamento non tanto per una disputa politica, ma perché Sezze ha bisogno per crescere e per uscire da un'inerzia pericolosa di tornare al pensiero politico e agli uomini di spiccate capacità. 

Quello di cui hanno bisogno i partiti locali è che rompano con gli schemi del passato, che lascino spazio alla meritocrazia, alle reali competenze e ai contributi che ognuno potrà dare in conformità a esperienze di requisiti personali importanti e competenti, di apporti caratteristici per un avvenire migliore.

I votanti del centrodestra, vogliono più buona politica affinché il voto conti veramente e cambi le cose. L’elettore pretende una lista che tenga conto di ogni ceto sociale e di tante esperienze e capacità, pensata per dare una risposta vera al cambiamento con un programma alfabetico amministrativo. Occorre un programma semplice caratterizzato dalle ventuno lettere del nostro abicì. In sintesi ecco il programma che gli elettori del PDL di Sezze aspirano:

A come Amore inteso per tutti i cittadini, per il patrimonio, per l’ambiente, cultura e tradizioni- Accoglienza - Assenza di vincoli con gruppi di potere locale-Abbandono dei vecchi schemi- Attuazione arredi urbani-Attenzione e oculatezza nell’uso delle risorse pubbliche e alle problematiche giovanili.

B come Benessere per tutti inteso sotto ogni profilo.

C come Costruire  una città delle regole,della pulizia,del decoro -  Conquista di una città progredita.-Cambiare strada e procedere ad alta velocità-Cittadino al centro degli interessi della Pubblica Amministrazione-Consenso popolare

D come Determinatezza nelle soluzioni -Difesa delle memorie storiche- Differenza nel saper amministrare.

E come Emergere, levarsi in alto.-Economia di sviluppo.

F come Fabbisogno di soddisfare le necessità collettive.

G come Garantire uno sviluppo sociale economico.

H come Handicap diminuzione delle  condizioni di svantaggio dei diversamente abili. Per consentire a un maggior numero di soggetti “fragili” di vivere in un ambiente socialmente protetto e sostenere le loro famiglie che se ne prendono cura.

I come l’Ideologia rispetto e coerenza di principi politici.-Integrità del paesaggio e vivibilità.

L come Lavoro di diritto e a supplicare favori dai politici, in cui si svendono i diritti come volgari concessioni in cambio del voto.  

M come Miracolo nell’operare con effetti prodigiosi- Missione nell’esercitare le funzioni- modernizzare l’apparato comunale- Moralità e trasparenza-Miglioramento dei servizi.

N come essere Nuovi nel modo di amministrare con regole democratiche e trasparenti.

O come Ottimare la gestione delle entrate- Oculatezza nella spesa pubblica.

P come Progredire- progettualità-Pagare tutti nella giusta misura- Privilegiare le esigenze primarie dei cittadini- -Pianificare lo sviluppo della città.- Parcheggi.

Q come -Quadrare i conti- Qualità nelle scelte.

R come Rettitudine- Riqualificazione urbana-Razionalizzare le attività -Riorganizzare Rinnovare il paese.

S come Sbloccare l’apparato amministrativo- Stabilità-Salvaguardia delle aree verdi esistenti -Sicurezza cittadina-Soluzione dei problemi irrisolti- Rinascita.

T come Tranquillità - Traffico da disciplinare –Tutelare l’ambiente storico e naturale.

U come Uguaglianza- Urbanistica che tratti i bisogni umani rispettando l’ambiente.

V come Valore della famiglia onestà morale –Vivibilità -Valorizzare l’ambiente.

Z come Zonizzazione urbanistica - Zelo di ben fare.


7 giugno 2011 

di Franco Abbenda

Grazie Anto'

Avete visto qualche settimana fa il servizio su Sezze, quello andato in onda all’interno di “Parla con me”, il programma di seconda serata condotto dalla Dandini su Rai3?

il link del video > Nucleare a Sezze
Tra i tanti volti dei compaesani sorpresi dalla finta notizia di una nuova centrale nucleare da costruire in territorio setino, ripresi a Porta Pascibella dalle telecamere coordinate dal Trio Medusa, c’è stato qualcuno che non ha abboccato e non ha saputo resistere alla tentazione di rendere pan per focaccia.

L’avete osservato avventarsi sul microfono, rubare la scena al finto ingegnere nucleare e dimostrare tutto il suo talento di “raccontastorie”, regalando una chicca degna del miglior Tognazzi o del grande Totò (scusate se esagero) ?

Quest’acqua qua…quella del lago delle Mole…(gesticola, come ad indicare il luogo geografico a cui si riferisce) dice che non è tanto pesante per poter raffreddare i reattori (è perfettamente dentro la notizia, sembra di vedere l’incendio di Fukushima) ; allora, praticamente, che cosa ha studiato il Comune di Sezze ?”.

Ma allora lei lo sapeva ?” prova a riprendere le redini e controbattere uno del Trio.

Io so tutto…io (voltandosi verso la camera, davvero padrone della scena); non è che io lo sapevoma in camera caritatis…” (grande Antonio…pure il latinorum).

E continua: “Il Comune di Sezze si è indebitato a buttare del piombo a quell’acqua là per renderla ancora più pesante in modo che riusciamo a spegnere tutto”.

Mitico ! Superlativo !! Da premio Oscar !!!

Quest’acqua qua, quell’acqua là” “il piombo nell’acqua per renderla più pesante”, ma come gli sono venute in mente ??

Per chi conosce Antonio Giorgi (‘Ntogno di Grazia per i più), non è stata una vera e propria sorpresa vederlo, degno figlio di Salvatore, in questa magica performance.

Quanti racconti, quante barzellette per ravvivare le serate al Circolo Corradini o per sdrammatizzare le partite di calcio tra Belli e Brutti all’Anfiteatro.

L’altra mattina Antonio era lì…quasi per caso, forse stava tornando semplicemente a casa per il pranzo; sembrava un po’ ai bordi della scena, sornione come suo solito.

E’ un attimo: accortosi del trappolone confezionato da veri professionisti dello scherzo in TV, eccolo cogliere al volo l’occasione per aiutare gli spaesati amici in difficoltà di fronte al falso scoop e mettere in campo un po’ di sano orgoglio sezzese.

Con maestria comica innata, confeziona così il suo esordio televisivo sulla RAI.

C’era bisogno di un colpo di genio immediato per controbattere con lo stesso mezzo televisivo all’idea di fondo del servizio; provare a prendere in giro, seppur bonariamente, noi tutti abitanti di Sezze, lasciando un po’ intendere come una certa ingenuità/ignoranza siano di casa in paesi come il nostro; non sarebbero bastate mille successive proteste ufficiali dell’Amministrazione contro il falso scoop in TV.

A ‘Ntogno di Grazia sono bastati pochi attimi da fuoriclasse vero - un po’ come sa fare Messi - per prendere il microfono e improvvisare un minuto esilarante di puro sarcasmo da strada, lasciando a bocca aperta, in un sol colpo, i nottambuli telespettatori di Rai3, il Trio Medusa ed il troppo saccente ingegnere nucleare.

P.S.

Non cercate di dargli un premio: vi seppellirebbe con una delle sue battute !!!


11 maggio 2011 

Inno per Mille '77

alla Vis Sezze calcio

Testo: Alessandro Rosella  Musica: Enrico Valleriani e Antonio Santia

Voce e chitarra: Enrico Valleriani  Chitarra: Bruno Setini  Organo: Pino Zaccheo

Basso: Gino Viselli  Batteria: Carlo Gioacchini

Brano registrato negli studi di Radio Latina Uno nell'anno 1977 grazie a 'Nzino Molinari di Sezze


13 aprile 2011

di Franco Abbenda – ‘Ste dèci cóse – Marzo 2011

‘Ste dèci cóse

Si chiudo gl’ócchi

e penso allo béglio di Sezze

mi véûo a mente ‘ste dèci cóse.

 

I lióno Nemèo,

che pirdìûe cu’ Ercole

ma ‘n cima agli stemma c’ha rimasto isso.

 

I Muro della Tèra,

quando ci stai da sùlo, ‘n faccia a vénto,

pe’ vede’ i sólo che si sprofónna a màro.

 

Carlo, partito scàuzzo da Santa Maria,

faciûe bbèno a poveri e cardinagli

e moriûe Santo a Ripa cu’ la piaga ‘m pétto.

 

“Heu heu”, Pio IX a cavaglio

e le fémmene cantènne “Bettammàdre”

alla processione digli Venerdì Santo.

 

Le mura antiche digli Ugliétto,

cu’ gli sasci grùsci e bianchi

e la strada bianca sótto sótto.

 

Le carciòffole arùsto,

magnate ‘na fòglia alla ûòta

cu’ lo pano frisco e ‘na góccia di vino.

 

Bufalòtto e gli atri senza nómo

che faciòrno i scioperi alla ruèrza,

a fatia’ pe’ gli paéso senza chiappa’ bòcchi.

 

Gl’Anfiteatro accómme era prima,

cu’ gli mammòcci che giocaûano a pallóno

e gli vécchi che chiaccaraûano pe’ la Croce.

 

Le case pe’ le Piagge Marine,

spaparacchiàte e stracche

all’ùrdima spèra di sólo a primavèra.

 

La stazione digli trèno,

quando ci arivi dopo ‘n sacco di témpo

e ûichi i paéso téo ancora allòco ‘n cima.


7 marzo 2011 

W Peppalacchio, W Peppa

di "i mmascheri"

Carnevale è una cosa seria, che poco ha a che fare con comuni, assessori, associazioni e programmazioni. Ma, a Sezze, non si può ignorare che la (ri)scoperta di Peppalacchio e Peppa e dei loro riti sia stata una delle azioni culturalmente e socialmente più rappresentative e significative di un intero periodo. E non si può ignorare neppure che questo sia avvenuto ad opera dell'istituzione o di chi era pronto ad istituzionalizzarsi. Che sono gli stessi che poi hanno contribuito al loro declino. 

Ovviamente, a questo declino hanno concorso fenomeni come il mutamento sociale e l'involuzione culturale, che fanno parte della grande sfera dell'ingovernabile. Se non ingeneroso, quindi, fermarsi alla verità di Cetrupo "tutto quello che l'istituzione tocca, diventa participio passato", sarebbe un po' riduttivo.
Per cui, facciamo finta che vogliamo ragionare nell'ottica dell'istituzione. Facciamo finta che tutto debba funzionare e sia governabile. Andiamo a vedere il CALENDARIO DELLA MANIFESTAZIONE. Ce ne freghiamo, ovviamente, di chi ha ricevuto gli incarichi o no, dei soldi spesi, delle scelte e delle sigle. Cerchiamo di tirare fuori la logica della PROGRAMMAZIONE. Che, pare di capire, dovrebbe muoversi su due fronti: 

1) valorizzazione della tradizione e del suo portato socio-cultural-antropologico;

2) condivisione dello spazio urbano come spazio comunitario all'insegna della festa.
Poi, uno arriva alla festa in maschera "che avrà luogo presso l'asilo nido "I Monelli"", e legge che è proprio in concomitanza con il corteo in maschera nel -ora famoso, ora famigerato- centro storico e con il successivo rogo di Peppalacchio -il perno di tutta la questione, e si chiede: che senso ha? Che senso ha spendere X euro per fare una cosa A, e contemporaneamente spendere altri Y euro per fare una cosa B che è in concorrenza con la cosa A? 

E' cultura o è attività produttiva relegare i bambini in uno spazio separato e distante, ignoranti di quello che accade e della storia che si fa -quella di Peppalacchio e Peppa- proprio nel giorno che li potrebbe vedere più a contatto con i più grandi (fratelli, genitori, nonni, zii) e sullo stesso piano? E proprio quando tutta la comunità è effettivamente aperta, e quindi potrebbero iniziare a entrarci. In quale piano di programmazione pluriennale gli assessori coinvolti hanno inserito questa strategia? Quello dell'abbandono del centro storico? 

Della mercantilizzazione e fine della festa? Della separazione fra le persone?
Naturalmente, Peppalacchio e Peppa sono più forti, e si fanno beffe dei sindaci, degli assessori, delle operazioni culturali, degli operatori culturali, dei sociologi e degli affini. Fanno l'amore, bruciano, piangono e aspettano da millenni, ogni anno. Il problema è che lo fanno sempre più da soli.


16 febbraio 2011 

Ma quale PRG partecipato!

di Vittorio Accapezzato
Circa due anni fa, a dodici anni dall'incarico per la redazione della Variante Generale al Piano Regolatore Generale vigente (delibera Comunale n.67, 30-10-1997) l'architetto Massimiliano Fuksas ha consegnato al Comune la bozza del progetto preliminare del Nuovo Piano Regolatore Generale. In questi due anni l'Amministrazione non ha sentito la sensibilità e il dovere di coinvolgere, con iniziative pubbliche, cittadini e categorie economiche e professionali per raccoglierne opinioni, idee e proposte.
Perché in questo periodo così lungo non si è cercato il coinvolgimento dei cittadini con iniziative pubbliche su questo tema? Solo adesso, per una parvenza di piano urbanistico partecipato, s’invitano i cittadini a presentare proposte di piano entro un mese. L'Amministrazione non ha creduto nell'importanza della partecipazione per costruire la Sezze del futuro, in cui le strategie di sviluppo siano condivise e in grado di soddisfare i bisogni di tutti. Nessuna zona in una serie d’incontri pubblici ha elaborato e programmato una propria mappa partecipata dei cambiamenti desiderati.
Ai cittadini se non è illustrato il piano preliminare di come s’intende ricostruire, sviluppare o recuperare quello che c’è come fa’ confrontarsi e dare suggerimenti di crescita. Per contribuire a un piano partecipato, il cittadino deve essere messo a conoscenza di com’è composto il suo territorio attraverso temi riguardanti: destinazioni d’uso prevalenti dell’edificato; classi d’età degli edifici residenziali; numero dei piani dei fabbricati residenziali; tipologia delle abitazioni residenziali; distribuzione territoriale degli alloggi; attività e attrezzature primarie; attività e attrezzature secondarie; attività e attrezzature terziarie; attività e attrezzature turistiche; rete principale delle infrastrutture;zonizzazione del territorio comunale; indicazione degli spazi destinati a spazi d'uso pubblico; indicazione delle aree destinate a fabbricati d'uso pubblico.
Quali sono le zone individuate dal Comune dove è necessario un intervento per recuperare il patrimonio edilizio e urbanistico? Quale politica delle pedonalizzazioni in centro storico si vuole adottare la modernizzazione capace di recuperare storia e identità alla città? Quale equilibrio di modelli di vita si vogliono trovare nella trasformazione della città per avvicinarsi agli standard di efficienza urbana e di qualità sociale? Le zone sono individuate in sede di progettazione del PRG o per delibera comunale. Senza questi dati territoriali come si può pensare di far intervenire il cittadino a realizzare proposte di progettazione per la difesa del territorio, la tutela dell'ambiente, la valorizzazione del campo setino come risorsa produttiva, ambientale e storica. Per un vero piano partecipato occorreva per circa un anno aprire un dialogo zonale aperto ai cittadini illustrando nel dettaglio la proposta di piano cercando un contributo preventivo di osservazioni circa le scelte da apportare alla Variante Generale del Piano. Solo così operando nell’interesse comune, il P.R.G.C. può divenire uno strumento di "efficacia diretta" sui suoli e sul patrimonio edilizio, caratterizzandosi come scelta popolare partecipata. Il resto e il manifesto pubblicato sono “chiacchiere” e farsa.


31 gennaio 2011 

Primi progetti per il "Gruppo Folkloristico Città di Sezze"

comunicato stampa

Il 29 gennaio si è tenuto il primo incontro conoscitivo della neonata Associazione culturale "Gruppo folkloristico città di Sezze". 
Hanno partecipato una ventina di persone, tutte interessate all’iniziativa e desiderose di dedicarsi in modo proficuo all' organizzazione di manifestazioni ed eventi legati alla valorizzazione e alla riscoperta delle tradizioni culturali e folkloriche del nostro paese. 
Il presidente dell'Associazione, Daniela De Angelis, in apertura della riunione ha comunicato quali sono gli scopi che si prefigge l’associazione, quali sono state le motivazioni che hanno dato vita al nuovo soggetto precisando che si tratta di una associazione no-profit e apartitica, avente come unico obiettivo quello di riunire persone che, come lei, sono motivate dalla volontà di tramandare e far conoscere le tradizioni di Sezze. 
Durante la riunione ogni partecipante ha esposto le proprie idee esponendo quale deve essere lo spirito dell'Associazione: condividere le attitudini e le capacità di ognuno al fine di realizzare dei progetti a breve e lunga scadenza. A tal proposito si è pensato alle prime possibili iniziative da realizzare in occasione della prossima Sagra del Carciofo. 

Info al numero 339 344 46 33  -  E-mail gruppofolksezze@gmail.com 


25 gennaio 2011 

Primo incontro per il "Gruppo Folkloristico Città di Sezze"

comunicato stampa

Sabato 29 gennaio 2011, alle ore 17,00, presso la sede del Grillo in via V.E. Orlando, 2 di Sezze si terrà il primo incontro a carattere conoscitivo dell'Associazione Culturale Gruppo Folkloristico Città di Sezze. Il Presidente della nuova associazione, Daniela De Angelis nella foto sotto, invita tutte le persone interessate a partecipare. Per informazioni è possibile contattare il numero telefonico 339 344 46 33.


20 gennaio 2011 

Appuntamenti culturali che crescono

di Ignazio Romano

Ci sono due manifestazioni a Sezze che, finito il programma del Natale Setino, aprono l’anno degli appuntamenti culturali: sto parlando del Tributo a De André, giunto alla nona edizione organizzato da Setina Civitas, e del Concerto anni ’60 -’70, arrivato alla sesta edizione organizzato dal Grillo.

Tutti sanno che io organizzo il Tributo a De André e quindi non posso essere completamente imparziale nel giudizio, ma è anche vero che seguo da sempre il Concerto anni ’60 – ’70 di Piero Formicuccia riscontrando un crescendo di qualità, contenuti  e notorietà delle due manifestazioni che di anno in anno fanno parlare di se.

Sembra di assistere ad una gara virtuosa dove, a distanza di un giorno, l’obiettivo di rendere al paese un servizio sta al centro degli sforzi delle due associazioni. Per quanto differenti, Il Grillo, da diversi decenni nella vita sociale di Sezze, e Setina Civitas, nata poco più di dieci anni fa, sono due associazioni animate dallo spirito comune di dare notorietà e punti di riferimento al paese realizzando due eventi ad ingresso libero attraverso collaborazioni e sinergie. 

Viste le numerose presenze e l’eco delle due manifestazioni, che ha oltrepassato i confini comunali andando anche oltre quelli della provincia, penso che è giusto continuare ad impegnarsi e ad investire risorse su questi progetti diventati per Sezze due appuntamenti classici.


13 gennaio 2011 

Nasce il "Gruppo folkloristico, città di Sezze"

comunicato stampa

E’ nato a Sezze il Gruppo Folkloristico Città di Sezze ,un’associazione culturale onlus con lo scopo di diffondere e praticare le tradizioni folkloristiche della città di Sezze tutelando, promuovendo e valorizzando tutte le entità di interesse culturale, artistico e storico del paese.

L’idea nasce dalla volontà di un gruppo di giovani setini già impegnati socialmente nella realtà culturale e nell’associazionismo di Sezze, di dare vita ad un gruppo folk capace di rappresentare canti , balli e dialetto della tradizione setina.

Il Presidente, nella persona di Daniela De Angelis, così esprime il suo entusiasmo: “ Negli anni passati mi sono trovata spesso ad indossare in diverse occasioni i costumi tradizionali setini e nella mia testa da tempo pensavo di formare un gruppo folkloristico che a dire la verità a Sezze manca ormai da molti anni. In questi giorni il mio sogno è diventato realtà, grazie alla vicinanza di altri ragazzi che hanno abbracciato il mio proposito .

Invito chiunque sia motivato dalla mia stessa volontà a contattare il numero telefonico 339/3444633 oppure la pagina di Facebook “Gruppo Folkloristico città di Sezze”per chiedere informazioni e per aderire a questo progetto. Mi auguro che in molti si facciano avanti per partecipare e per dare il loro contributo a diffondere e valorizzare le nostre tradizioni popolari”.


28 dicembre 2010 

Campoli ci ripensa

di Ignazio Romano
Tutto torna in ordine e, nuovamente in accordo con quella maggioranza che appena 20 giorni fa stava svilendo il programma di governo, ieri Campoli ha ritirato le sue dimissioni dichiarando di voler attuare tutte le opere iniziate e da iniziare nei restanti 18 mesi di governo. 

Bene, ma visto che non l'ho letto sui giornali, penso di interpretare il pensiero dei miei concittadini nel ricordare al sindaco che tra le priorità c'è l'ultimazione dei lavori su via Ninfina, che tanti problemi crea a chi deve uscire ed entrare quotidianamente da Sezze. Dieci mesi di disagi possono bastare. Poi c'è l'apprensione per le sorti dell'ospedale, di cui non sappiamo più nulla dal 9 di novembre, così come non sappiamo nulla sulla qualità dell'acqua che esce dai nostri rubinetti, ne se la presenza dell'arsenico è nei limiti di legge o meno.

Direi che, senza scendere nei particolari, una volta ultimate opere come i campi da tennis e l'anfiteatro, che per decenni hanno dato lustro al paese ed oggi sono cantieri, si può tornare a parlare delle telenovelas del Prg, della piscina comunale, del rilancio del centro storico fino ad arrivare a parlare di sociale e di cultura con la realizzazione della città dei giovani e della via setina. Andrea Campoli fa bene a provarci, ma ci sono troppe persone vicino a lui che hanno obiettivi ben diversi dallo sviluppo e dal bene della comunità, tant'è vero che Sezze da 30 anni attraversa un periodo di stallo e involuzione in ogni settore.


8 dicembre 2010 

Le dimissioni di Campoli

di Ignazio Romano
Ancora non si accendono le luci del "Natale setino" che una valanga di "cenere e carbone", in anticipo sui tempi, frana improvvisamente sul comune di Sezze sconvolgendo quella calma apparente su cui tutti noi, infondo, speravamo, ma sulla quale in molti ne hanno approfittato.

Ed allora Andrea Campoli, il bravo ragazzo sempre disponibile e sempre presente, fa un gesto di dignità e da le dimissioni. Politicamente tattico o no, ora il rischio per il paese è di tornare ad essere commissariato.

L'ennesima sconfitta morale di una classe dirigente che di fatto ha tolto ogni speranza di futuro al nostro territorio. E la "cenere e carbone" è quello che merita chi negli ultimi 30 anni ha oziato, impedendo a chiunque di muovere un dito per lo sviluppo e la crescita di questo paese.

E non parlatemi di centrosinistra e centrodestra, è di morale e onestà che c'è bisogno a Sezze.


30 novembre 2010 

Auguri a setino.it

di Vittorio Del Duca

Approfitto per farti gli auguri per il 10° anniversario di Setina Civitas e quindi anche del portale Setino.it, ma anche per i tuoi primi cinquanta anni, che penso sia una cosa abbastanza recente. 

Ti dirò che. siccome non dimostri questi anni,  mi è passato per la mente che la
candelina dei 50 fosse riferita… al gatto.  Povero gatto, scherzo!  

Per il resto condivido anche le virgole del tuo commento al 10° anniversario, specie
laddove parli dei depositari della "conoscenza sterile" con i quali spesso mi sono
scontrato anch'io e  qualche volta assieme a te. 

Ti assicuro che sono tantissimi, forse più di quelli che io chiamo i depositari della "conoscenza interessata". 

Comunque non scoraggiarti mai, persevera nella tua azione sociale ed in quello in cui credi di più, perché tutto quello che hai fatto e continuerai a fare per il  paese è pienamente condiviso dai cittadini di buon senso, che amano  questo paese e che ti stimano e ti apprezzano per la tua nobile opera.  

Io, dall'esterno, ti assicuro di aver notato tutto questo, ne sono felice e, per quello che potrò fare, non verrà  mai meno il mio apporto.


29 novembre 2010 

A setino.it

di Franco Abbenda

Auguri perché…già 10 candeline.

Auguri perché…ci trovo molti punti di vista.

Auguri perché…le tue foto sono bellissime.

Auguri perché…ti conoscono anche i miei amici lontani.

Auguri perché…ogni tanto ci trovo pure qualche errore.

Auguri perché…ora ci metti meno tempo, con l’ADSL, a caricare le pagine.

Auguri perché…aiuti a far circolare le idee.

Auguri perché…sei sempre aggiornato.

Auguri perché…dai spazio a chi ti chiede un aiuto.

Auguri perché…con te ho appreso molte cose su Sezze, quella antica e quella nuova.

Auguri perché…molti ti vorrebbero più allineato.

Auguri perché…ti vorrei più agguerrito.

Auguri perché…ci stanno pure i video.

Auguri perché…sei il sito internet “setino” più completo.

Auguri perché… a qualcuno dai fastidio.

Auguri perché…non cancelli mai nulla.

Auguri perché…c’è ancora chi dice di non conoscerti.

Auguri perché…non parli solo di Sezze.

Auguri perché…hai sempre qualcosa di nuovo da raccontare.

Auguri perché…mi aiuti ad essere informato sul mio paese.

Auguri perché…c’è pure De André.

Auguri perché…devi ancora crescere.

Auguri perché…non sei soltanto il sito internet di un amico.


11 novembre 2010
Riflessioni : la chiesetta di Sant’Antonio

di Vittorio Accapezzato
Sulla piazzetta di ferro di cavallo
contemplo nel primo pomeriggio
le pietre del passato.
Vedo la chiesetta Sant’Antonio
che piange il suo stato di abbandono,
e il suo vecchio campanile.
La vecchia campana è lì muta,
a due passi dalla scalinata della chiesa,
senza più il suo timido rintocco della sera.
L’antico portone è rimasto lo stesso
e le sue antiche pietre si stendono 
tutte stanche, corrose e disgregate.
M’ha chiamato con voce debilitata e fioca 
“guarda a che solitudine m’han lasciato
e m’ha mostrato le finestre mute.”
E dagli infissi vecchi e cadenti, fili di luce
illuminano l’altare pieno di ragnatele
e di ricordi di grazie ricevute.
La statua del Santo ancora rivestita 
di doni d’oro, fa sentire l’area antica del passato, 
quando i fedeli l’han sempre venerato.
Si svegliano i ricordi: una processione lunga, senza fine.
una fede sacra ti entrava dentro il cuore
al grido di “evviva Sant’Antonio protettore.”
Man mano il corteo s’ingrossava
per la presenza di successivi arrivi 
di donne a piedi nudi con i ceri accesi.
Il tono dei canti era commovente
e con viva voce partecipavano le genti
elevando al cielo preghiere solenni.
I degenti del civico ospedale visitavano 
la chiesa e il Santo a tutte le ore 
a chiedere grazia di futura guarigione.
Ora il portoncino è trascurato e triste,
ha gioito nel risvegliarmi
e m’ha pregato di lottare per salvare lui.
Così come la politica ha chiuso l’ospedale,
la chiesa ha perduto i veri pastori
e l’uomo quasi tutti i suoi valori.


10 maggio 2010

Tra i vari elaborati presentati al premio di poesia "Sezze in dialetto", indetto dall'Amministrazione Comunale in occasione della 41° Sagra del Carciofo, ci sono due lavori di Franco Abbenda:   

Gli alberi di San Pietro

I’ mi ‘i ricordo quand’era mammóccio,

ma so ûisto le fotografie di cent’agni fa

e già steûeno alloco ‘n cima,

‘ntorno alla fontana ‘n faccia agli Cummùno.

Nun s’oûo mai mòsci,

sempre piazzati agli sòlo più bbéglio,

ti guardono da ‘ncima a sòtto e ridono

a com’a chì ci staûo schitto isci.

I piantorno zèchi zèchi

quando ancora s’usavano i cuncùgni,

oûo fatto ombra a pino di gente

e resistìto a ûento, neûe e moschicchi bianchi.

Ma n’zi saraûo straccachi

di sta’ sempre agli méglio pòsto,

d’esse riûeriti a destra e manca

e di campà senza sudà?

Ni conosco dòa accòmme a quigl’alberi!

Oûo misso le radici da quel dì

e nun lassano i’ pòsto nì a mi, nì a ti.

Gl’aricunùsci sùbbito, staûo sempre ‘n méso:

“atècco si fa accusì…”, “alloco ci tenca pensà…”

ma i’ culo dalla sèta nu’ gli ûolo spustà!

 

***

‘Sta cica di pensióne

Che ti pòzzo fa’, figlio bbóno mé ?

Patto s’accìso a zappà carcióffole,

a còlle pommodori sott’a sólo

e a rifà ‘sta cica di casa.

T’aricurdi accome diceûa sempre ?

“ I’ primo figlio mé

pe’ le tère ‘n cì teta ì

a spaccarsi i rigni notte e dì ”.

Tu ti ni ischi a Roma all’Università

e isso nu’ ieûa manco più da Fargiagni;

mèsa bira a casa, le cartine pe’ fumà

e ‘na partita a scopa pe’ la Croce.

Quando si sentiûe malo

vennèmme puro gl’òrto agli Palazzo,

tanto c’avarischi pututo fa’…

iri bbóno tu a piantà i cipollicchi?

A cagnàto i munno tutto ‘nzeme!

I’ pézzo di carta chi ti su tùto tu

pure gl’Onorevole dice ca ‘n cònta più.

Puss’esse’ binidìtto addò sta mo’, marìtimo!

I laûoro pi ti… manco più cù la raccomandazione.

Minomàlo ca m’a lassato ‘sta cica di pensióne.


9 maggio 2009 

Se voi foste persone normali

di M. Ovadia

Se foste un rom,

quella di Salvini non vi apparirebbe

come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.

Se foste un musulmano,

o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura,

il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo

come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore,

eccessiva ma tutto sommato veniale.

Se foste un lavoratore

che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura,

l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro

non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.

Se foste migrante,

il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù,

non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera.

Se foste ebreo sul serio,

un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia

non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché

si dichiara amico di Israele.

Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini,

fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario,

xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.

Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra,

non vi balocchereste con questioni di lana caprina

od orgogli identitari di natura narcisistica

e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.

Se foste veri cristiani,

rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori

puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia.

Se foste italiani decenti,

rifiutereste di vedere il vostro bel paese

avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo

gasato da un ego ipertrofico.

Se foste padri, madri, nonne e nonni

che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti,

non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.

Se foste esseri umani degni di questo nome,

avreste vergogna di tutto questo schifo.


20 marzo 2009 

Gestori di interessi

E’ di nuovo tempo di elezioni

di Franco Abbenda

In primavera si voterà per il rinnovo dei rappresentanti nazionali al Parlamento europeo e per eleggere Sindaci, Presidenti provinciali e consiglieri vari.

I partiti già si affannano alla ricerca di alleanze vincenti e di candidati credibili da lanciare nella battaglia elettorale, alla disperata ricerca del “quid” che faccia la differenza.

Tra un po’ i nostri vecchi muri di paese si riempiranno di coloratissimi cartelloni pubblicitari, dove tutti proporranno slogan vincenti e rapide soluzioni agli eterni problemi di sempre.

Solite facce ed illustri semi-sconosciuti faranno a gara per ricordarci, ognuno a modo suo, che dal nostro voto dipende il futuro della società, suggerendoci come comportarci nel segreto dell’urna. Il teatrino della politica andrà in scena come al solito, sempre uguale a se stesso, anche se diverso ogni volta.

“E’ la democrazia, bellezza”!!

Certo, e meno male che ci sono ancora i partiti, soprattutto quelli veri e genuini di una volta, seppur con nomi e simboli diversi, più o meno radicati ideologicamente e non più caratterizzati dalle infinite ed accese discussioni di sezione.

Nobilissime le intenzioni di molti, elettori e candidati, che ancora si battono con passione per offrire il proprio contributo nel tentativo di migliorare le condizioni di vita di tutta la collettività.

Ma c’è anche dell’altro, di meno nobile in gioco.

Dalla nostre scelte sulla scheda elettorale può dipendere il futuro di molti.

Sicuramente quello dei dirigenti di partito, nazionali e locali, eternamente alle prese con la ricerca di un difficile equilibrio, quello da raggiungere a tutti i costi per presentare una compagine  elettorale compatta e vincente.

Chi ne ha fatto esperienza diretta, racconta a mezza voce che in questo periodo pre-elettorale, nelle segreterie di partito ci si imbatte in vecchi veleni e personalismi mai sopiti, in veti trasversali da far valere ed ostracismi atavici, in dimissioni improvvise e in minacciate nuove liste civiche, in fedelissimi da imporre in collegi sicuri ed in immancabili voltagabbana di ritorno da piazzare.

E’ questa l’altra faccia della politica, quella più sporca che si sperava accantonata per sempre, quella che il popolo delle varie primarie pensava di aver debellato definitivamente.

Spesso emergono così personaggi che perderanno rapidamente il legame con la base, la storia e la tradizione sociale del proprio partito, e che, una volta abbagliati da poltrone e prebende di casta, si rinchiuderanno in un’autoreferenzialità in cui potersi muovere liberamente sì da accrescere il proprio personale potere sociale.

Pensando a queste deprecabili dinamiche, ed alla lontananza di certa casta politica, sostanzialmente altra rispetto alla gente “normale” in tutt’altra vita affaccendata, riecheggiano ammonitrici, e per certi versi profetiche, le parole di uno dei più illuminati uomini politici italiani. 

I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile…zero.

Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune.

La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sottoboss”.    (Enrico Berlinguer, 1981).


10 febbraio 2009 

La verità sulle foibe

Dal sito http://collettivamente.com/articolo/1450914.html
articolo di Marco Ottanelli, segnalato da Raffaele Imbrogno
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". - Benito Mussolini, 1920
Premessa: 

Questa redazione ha, come suo scopo principale, sempre privilegiato quello della ricerca obiettiva della realtà dei fatti, anche quando scomoda e dolorosa. In un momento storico in cui gli eredi del partito fascista sono al governo del Paese, ed in cui la retorica patriottarda risuona ancor più violenta e oscurantista del solito, riteniamo necessario ricollocare storicamente e documentatamente la vicenda delle foibe istriane, vicenda alla quale la destra e le sinistra amorevolmente unite hanno deciso di dedicare una speciale giornata della memoria. Anzi, il ministro Gasparri ha voluto sollecitare tutti i mezzi di informazione liberi ad occuparsi della vicenda. Ci siamo occupati di questo aspetto nell'articolo "Ultime dal Minculpop".La nostra redazione ha partecipato ad una trasmissione radiofonica - trasmessa da Controradio- che è servita a far luce e a chiarire la verità, appunto, di quel tragico periodo. L'audio completo della trasmissione, cui hanno partecipato Raffaele Palumbo, Nicola Tranfaglia, Giacomo Scotti, Marco Ottanelli, Giovanni Bellini, Sandro Damiani è disponibile nel CD intitolato
"l'impunità" in vendita tramite il nostro sito.
Cosa sono, le foibe? Cioè, quale episodio della storia evocano?
In poche ed essenziali parole, sono le foibe (caverne e aperture carsiche del terreno) il luogo in cui, a fine guerra mondiale, furono uccisi e gettati, spesso dopo umiliazioni e tormenti, moltissimi italiani. Gli eccidi ebbero due momenti: il primo, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del '45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.
Le origini antiche di un odio feroce Sia nella Serenissima Repubblica Veneta, sia nell'Impero Austro-Ungarico, il concetto di nazionalità era tanto sfumato quanto poco "etnico". È solo dopo la prima guerra mondiale, cioè quando i nazionalismi si affermano fino a sfociare nei razzismi di Stato, che il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle "terre irredente". 

Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, obbligatoria, diventa l'italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l'effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli "italiani" erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilingusmo erano la norma, è nelle zone rurali e nell'interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cici), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria. Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare: la chiusura del liceo classico di Pisino, dell'istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane. A ciò si aggiungevano le violenze fasciste non contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste. 

In Istria l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei tribunali era stato limitato già durante l'occupazione (1918-1920). Nel marzo 1923 il prefetto della Venezia Giulia vietò l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925. Il colpo definitivo al sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923 con la riforma scolastica del ministro Gentile. L'attività delle società e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante l'occupazione, ma poi specialmente con l'entrata in vigore della Legge sulle associazioni (1925), Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e Legge sull'ordine
pubblico (1926). Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923). Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali. (Non dobbiamo dimenticarci che tali provvedimenti vennero presi anche a Zara e Fiume, città
"extraterritoriali" che furono annesse a forza dopo la prima guerra mondiale.)
Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del '36-'37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri "coloniali") dividono ancor più la cittadinanza in due categorie, gli "italiani puri" e gli inferiori. Duramente colpita, in particolare, la numerosa e antica comunità ebraica di Trieste, da sempre città cosmopolita e multiculturale.
La seconda guerra mondiale
La ignobile aggressione alla Grecia obbliga i comandi italiani in difficoltà a chiedere l'intervento della Germania, mettendo così fine alla illusione della "guerra parallela". Nel 1941, dopo un criminale bombardamento su Belgrado, che viene rasa al suolo, Tedeschi, Ungheresi e Italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane. All'Italia spettano: l'intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l'intera Slovenia e la Croazia, sotto forma di protettorato.
La Slovenia viene annessa, e diventa la provincia di Lubiana. La Croazia diventa un regno "indipendente", con primo ministro Ante Pavelic, un fascista feroce e sanguinario, amico di vecchia data di Mussolini, e come Re un cugino di Vittorio Emanuele III, Aimone di Aosta. Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi (cattolici) e nazionalisti, appoggiati dal vescovo di Zagabria e primate di Croazia Stepinac, intraprendono fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spesso spalleggiati dalle truppe italiane.
L'intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 300 mila unità su 45 milioni di abitanti).
In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti, che le fonti serbe però portano ad un totale di 300 mila. Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità. In particolare, è da ricordare il ruolo della II Armata Italiana, sotto il comando del generale Roatta.
La situazione è differenziata nei diversi territori: le peggiori e più
inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un'orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e
bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell'Asse. 

250 Marzabotto e Sant'Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all'ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un'offensiva sferrata dall'esercito italiano nell'agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi. 

La cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani... ". Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte - in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della "inferiore razza serba" furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze.
In Croazia, nel "regno indipendente", l'opera delle truppe italiane fu di supporto e affiancamento alle milizie ustascia, mentre nelle coste e isole annesse, la repressione della II armata fu assai più pianificata e scientifica. Stessa cosa in Slovenia, che, entrata a far parte del territorio nazionale, doveva essere completamente assimilata.
Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i leger di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. 

Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. Pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini. In Slovenia, già dall'ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. 

Con l'intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti... prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena.


12 gennaio 2009 

Sezze da Far West, ma lo sceriffo dov'è?

di Vittorio Del Duca

Domenica 11 Gennaio 2009 Ore 16,30 – Un cittadino, assieme  alla moglie, si reca a prendere la macchina nel proprio garage e trova il passo carrabile, quello per cui paga la tassa al Comune, occupato da un’auto che non conosce. Anche la mattina, per uscire,  aveva  perduto un bel po di tempo a causa di una grossa Daewoo che gli ostruiva il passaggio.

Chiede nei paraggi ma quella macchina sembra proprio sconosciuta. Si tenta di attirare l’attenzione  con il suono del clacson, che il garage amplifica come  una grossa  cassa armonica. Niente!!

Tanta gente si affaccia alle finestre, sezzesi e rumeni, ma nessuno sa nulla. La signora si reca persino a chiedere all’interno della vicina Cattedrale e nella sacrestia. Ancora niente!

 Eppure il passo carrabile è ben evidenziato con strisce gialle sull’asfalto e con segnaletica ai lati della serranda. Perché tanta inciviltà? Perché per i propri comodi si deve ledere il diritto e la libertà altrui?

Ore 16,51-  Esperiti tutti i tentativi, il nostro concittadino tenta al numero 0773 88411 corrispondente a quello del Comando di Polizia Municipale. Una deviazione di chiamata lo porta al cellulare 349 29 31 485  che si presume essere in uso al vigile di turno. Solo che sembra spento perché “ Risponde la segreteria telefonica del numero 3492931485, si prega di lasciare un messaggio dopo il segnale acustico..”

 Il messaggio viene lasciato ma invano si attende l’arrivo dei vigili. Non che ci si contasse più di tanto!

Ore 17 – Altro tentativo con il clacson. Stavolta un rumeno si affaccia da una delle finestre di fronte e dice di essere il proprietario dell’auto. Scende per spostare la macchina ma il nostro concittadino comprensibilmente irritato perché spazientito dalla lunga attesa , trova incredibile che quell’individuo fosse proprio lì davanti e non si fosse accorto di tanto baccano.

Cerca di spiegare al neocomunitario quello che sarebbe ovvio, ovvero che non  avrebbe dovuto parcheggiare ostruendo un passo carrabile autorizzato.

Il rumeno, forse in stato di ebbrezza, perché puzzolente di alcool, si avvicina troppo minaccioso al nostro concittadino che gli chiede invano di tenersi a riguardosa distanza. Sta per scoppiare una rissa che viene evitata solo dal buonsenso e dall’intromissione della signora e di un altro rumeno che faceva da spartiacque, pur parteggiando apertamente  e pericolosamente per il suo connazionale.

Ore 17,05 -  La macchina viene finalmente spostata, il nostro cittadino mette in moto, sta per uscire dal garage, intuisce che qualcosa nel frattempo era successo, ma non sa bene. Pensando al peggio ricompone con il cellulare il numero dei Vigili perché il tutto venisse registrato come messaggio nella segreteria telefonica, ma i due rumeni  tornano a casa borbottando minacciosi,  la moglie sale in macchina e seppure stravolta cerca di rassicurare il  marito che nient’altro era successo. La coppia può  allontanarsi ma il nostro concittadino non è convinto e cinge di assedio la moglie fino a farsi riferire l’accaduto “Ha detto che se non c’era tutta quella gente  ci avrebbe uccisi tutti e due”.

Non restava  altro che recarsi alla caserma dei Carabinieri per denunciare l’accaduto, soprattutto per eventuali future ritorsioni.

In caserma c’era un solo carabiniere di turno e raccoglie solo una nota perché per la denuncia occorrono le generalità e non la targa dell’auto. Il rumeno era ancora lì, dove era stato lasciato dai nostri,  ma non c’erano forze dell’ordine per andare ad accertarne le generalità. Forse il 118….forse….

Dov’erano i Vigili Domenica sera 11 Gennaio2009?  

Il Comando era chiuso,  in paese non c’erano, allo  Scalo nemmeno.  E’ possibile che di Domenica  e  tutte le notti la Polizia Municipale non abbia turni e che la città  sia in balìa della delinquenza?

I nostri amministratori comunali  ed i nostri dirigenti  che paghiamo profumatamente, cosa fanno invece di garantire la sicurezza dei cittadini? Dormono?

I recenti fatti di cronaca insegnano: qui a Sezze la gente ha a paura di uscire soprattutto di sera, finanche per andare a prendere o rimettere la macchina in garage.


7 gennaio 2009 

Forse sarebbe il caso di riconsiderare certi aspetti che determinano la vivibilità a Sezze

Dopo aver letto questo articolo fate la prova digitando SEZZE sul sito http://www.walkscore.com/

Il risultato è sorprendente. Il centro più importante dei monti Lepini, posto tra la pianura Pontina e il monte Semprevisa, ha un pessimo risultato della fruibilità degli spazi pedonali, 15 punti su 100!

Sul web si calcola la "camminabilità"

24 novembre 2008 - Sole 24ORE, articolo di Francesca Milano

Comprare casa in una zona e poi scoprire che muoversi a piedi nei dintorni è quasi impossibile. Per scongiurare questo rischio la società americana Front Seat ha ideato WalkScore.com, un sito internet capace di calcolare il livello di "camminabilità" di ogni punto del mondo, ovvero la possibilità per i residenti in un determinato quartiere di sbrigare gli impegni quotidiani (scuola, lavoro, supermercato, palestra, ristorante, spazi pubblici) muovendosi a piedi.
Si tratta di un sistema basato sulle mappe di Google, attraverso le quali è possibile verificare l'offerta di infrastrutture pubbliche e private situate in una zona o in una città.
A ogni luogo inserito nella casella di ricerca il sistema – basato su un complicato algoritmo che la società sta brevettando – assegna un punteggio in centesimi: da 100 a 90 punti ci si trova in un «paradiso della passeggiata», tra 89 e 70 in un'area molto adatta per muoversi a piedi, tra 69 e 50 in una zona abbastanza camminabile, tra 49 e 25 in un'area per "auto-dipendenti" e così via, fino al punteggio più basso assegnato al quartiere dove si può camminare a piedi solo fino al parcheggio della propria vettura. 
Il sito assegna punti in base alla distanza dalle più vicine strutture e infrastrutture. Nel caso in cui il servizio più vicino si trovi a non più di 400 metri, il sistema assegna il massimo dei punti. Il sistema è molto preciso quando si inserisce un indirizzo, mentre nel caso si voglia calcolare il grado di camminabilità di un'intera città bisogna mettere in conto che il risultato sarà più approssimativo. 
Qualche esempio? Milano raggiunge complessivamente 62 punti. Ma c'è molta differenza tra i 63 punti della zona di Brera e i 35 di Città studi. Roma, invece, ottiene complessivamente 53 punti, ma lungo la Tiburtina il livello scende a 31. Napoli arriva a 57 punti, Venezia a 60, Palermo a 69, Bologna a 71, Firenze a 78.
Tramite WalkScore si possono individuare i 138 "paradisi per camminatori" situati negli Stati Uniti: ai primi tre posti si piazzano tre quartieri di New York (Soho, Tribeca e Little Italy), tutti con 100 punti. 
Il sito è online dal luglio 2007 e in America sta riscuotendo un inaspettato successo, soprattutto tra chi deve comprare casa. Si tratta ancora di un sistema "work in progress", che migliora giorno dopo giorno (anche grazie ai sempre più precisi data base di Google Maps) e che è anche aperto al "dibattito": ultimamente ha lanciato un nuovo servizio attraverso cui i navigatori del web possono lasciare i propri consigli al neo-presidente Barack Obama sulla politica da adottare per rendere più vivibili le città.


12 dicembre 2008 

A piedi per le vie del centro… e dintorni

di Ignazio Romano

Nonostante il degrado in cui versa il nostro centro storico, è un piacere percorrere a piedi le sue vie, i suoi vicoli, le sue piazze e gli angoli tipici ancora carichi di fascino e di storia millenaria. In questi giorni tutto è favorito dall’atmosfera natalizia, con la pioggia e la nebbia che giocano con gli addobbi luminosi che pure nascondono i problemi più grossi.

 Se solo si riuscisse ad evitare quei  trattori (ex utilitarie) che con la loro mole sgraziata invadono l’abitato, magari sanzionandone con multe puntuali l’arroganza dei loro guidatori, noncuranti della presenza dei pedoni. E se si limitasse l’accesso dei veicoli allo stretto indispensabile, concordando sapientemente con i cittadini l’utilizzo degli spazi pubblici in modo più coerente e rispettoso per tutti, magari segnalando in tutta l’area la precedenza dei pedoni, o limitando l’accesso ai veicoli troppo ingombranti fino ad arrivare alla chiusura degli spazi più angusti del centro. Ovviamente vigilando e facendo rispettare con rigore le norme. Sarebbe un paese migliore, più civile ed anche più accattivante per i visitatori, che troverebbero interessante Sezze, non solo in occasione del Venerdì Santo e della Sagra del Carciofo, ma tutto l’anno.

 Eppure in questi giorni la polemica che circola è quella sulle luminarie. Manco a dillo. In particolare la frazione di Sezze Scalo si sente messa da parte per lo scarso impegno dimostrato dell’Amministrazione Comunale verso il quartiere. Sinceramente non credo che i problemi dello Scalo sono le illuminazioni natalizie: la viabilità ed i servizi, come quello idrico oppure l’Adsl, sono i nodi da affrontare. Per la viabilità è prossima l’inaugurazione della rotatoria sulla SS 156, che farà fare un grosso balzo in avanti alla qualità della vita allo Scalo, mentre l’Adsl ha bisogno solo dell’ultima spintarella. È vero che si sono attesi anni e che è giusto manifestare il proprio dissenso, ma il mio parere è che le luminarie vanno bene lì dove sono state messe, mentre, se i problemi dello Scalo stanno per vedere importanti soluzioni, la stessa cosa non si può dire per il centro storico del paese, che ad oggi presenta gravissimi problemi di vivibilità con soluzioni ancora lontane da venire.


Art. 1 L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro
6 dicembre
2008                                                                                            

A Torino la giornata del ricordo delle sette vittime del rogo. 

Corteo con cinque mila persone. Alla messa assente anche Confindustria. 

Applausi e rabbia al corteo. Cerimonie senza esponenti del governo.


6 novembre 2008 

Piero Calamandrei - Roma 11 febbraio 1950
Cari colleghi,
Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po' vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c'è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].

La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. E' l'art. 34, in cui è detto: "La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Questo è l'articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com'è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l'accento su quel comma dell'art. 33 della Costituzione che dice così: "La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Dunque, per questo comma [...] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].

Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell'art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell'articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c'erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l'espressione, "più ottime" le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: (1) ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest'ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l'operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c'è un'altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la "frode alla legge", che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l'idea dell'assegno familiare, dell'assegno familiare scolastico.

Il ministro dell'Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a "stimolare" al massimo le spese non statali per l'insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? Un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l'arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l'arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].

Poi, nella riforma, c'è la questione della parità. L'art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: "La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali" [...]. Parità, si, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].

Però questa riforma mi dà l'impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c'era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c'è il cacciatore con il fucile spianato. La scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell'avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.

E poi c'è un altro pericolo forse anche più grave. E' il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. E' il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l'onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l'idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c'erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l'italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.

E c'è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. E' accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d'Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell'avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.
[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]


Saviano: "Ogni voce che resiste mi rende meno solo" 

22 ottobre 2008                                                                                             di ROBERTO SAVIANO

GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà.

Grazie al Presidente della Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in cui non ho sentito solo l'appoggio della più alta carica di questo paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia terra.
Grazie al presidente del Consiglio e a quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà sottolineando che la mia lotta non dev'essere vista disgiunta dall'operato delle forze che rappresentano lo Stato e anche dall'impegno di tutti coloro che hanno il coraggio di non piegarsi al predominio della criminalità organizzata. Grazie allo sforzo intensificato nel territorio del clan dei Casalesi, con la speranza che si vada avanti sino a quando i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine - i boss-manager che investono a Roma come a Parma e Milano - possano essere finalmente arrestati.
Grazie all'opposizione e ai ministri ombra che hanno appoggiato il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza. Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte.

Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era importante per me il suo gesto.
Perché ora quelle parole non sono più le mie parole. Hanno smesso di avere un autore, sono divenute la voce di tutti. Un grande, infinito coro che risuona da ogni parte d'Italia. Un libro che ha smesso di essere fatto di carta e di simboli stampati nero su bianco ed è divenuto voce e carne. Grazie a chi ha sentito che il mio dolore era il suo dolore e ha provato a immaginare i morsi della solitudine.

Grazie a tutti coloro che hanno ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole così un po' meno sole, un po' meno invisibili e dimenticate.
Grazie a tutti coloro che mi hanno difeso dalle accuse di aver offeso e diffamato la mia terra e a tutti coloro che mi hanno offerto una casa non facendomi sentire come uno che si è messo nei guai da solo e ora è giusto che si arrangi.

Grazie a chi mi ha difeso dall'accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza delle persone e non solo per intrattenere telespettatori.

Grazie alle trasmissioni televisive che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima ignorate.
Grazie alle radio che hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti, grazie specialmente a Fahrenheit (Radio 3) che ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell'informazione, dello spettacolo e della società civile. Voci che si suturano ad altre voci.
Grazie a chi, in questi giorni, dai quotidiani, alle agenzie stampa, alle testate online, ai blog, ha diffuso notizie e dato spazio a riflessioni e approfondimenti.
Da questo Sud spesso dimenticato si può vedere meglio che altrove quanto i media possano avere talora un ruolo davvero determinante. Grazie per aver permesso, nonostante il solito cinismo degli scettici, che si formasse una nuova sensibilità verso tematiche per troppo tempo relegate ai margini. Perché raccontare significa resistere e resistere significa preparare le condizioni per un cambiamento.

Grazie ai social network Facebook e Myspace, da cui ho ricevuto migliaia di messaggi e gesti di vicinanza, che hanno creato una comunity dove la virtualità era il preludio più immediato per le iniziative poi organizzate in piazza da persone in carne e ossa.
Grazie ai professori delle scuole che hanno parlato con i ragazzi, grazie a tutti coloro che hanno fatto leggere e commentare brani del mio libro in classe. Grazie alle scuole che hanno sentito queste storie le loro storie.

Grazie a tutte le città che mi hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della criminalità organizzata.
E grazie al mio quotidiano e ai premi Nobel e ai colleghi scrittori di tante nazionalità che hanno scritto e firmato un appello in mio appoggio, scorgendo nella vicenda che mi ha riguardato qualcosa che travalica le problematiche di questo paese e facendomi sentire a pieno titolo un cittadino del mondo.

Eppure Cesare Pavese scrive che "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".
Io spesso in questi anni ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi. Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro. E che paese non è più - dopo questa esperienza - un'entità geografica, ma che il mio paese è quell'insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e di partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare.

Grazie.


Un paese vuol dire non essere soli

Sezze, 4 luglio 2007                                                                                        di Franco Abbenda

Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

                                                                  Cesare Pavese (La luna e i falò).  

il 2 luglio

Durante gli anni in cui ho abitato lontano da Sezze, questi versi di Pavese mi hanno sempre aiutato a sentirmi ancora sezzese, ed a non intaccare in alcun modo quel legame speciale che ognuno di noi ha con il luogo in cui è nato.

In questo periodo di migrazioni continue e di precarietà residenziale, oltre che di individualismo esasperato, il valore di sentirsi positivamente e radicalmente incastonato in una ben precisa realtà geografica potrebbe essere percepito come disvalore, come qualcosa di demodèe e senza alcuna prospettiva futura.

Vivere nello stesso paese è invece, e comunque, una ricchezza per tutti; sia quelli che ci sono nati, sia coloro che vi hanno trovato momentanea residenza.

Non basta questo però per sentirci veramente…una comunità.

C’è bisogno di qualcosa di più, un valore aggiunto, per unire di fatto tante e diverse realtà individuali.

A mio parere, oltre al dialetto ed alle tradizioni folkloristico-gastronomiche, quel che unisce veramente le persone di una comunità è la condivisione della memoria storica e la prospettiva di continuare ad essere unita.

Ogni anno ci sono varie ricorrenze che ci riportano a giornate speciali del nostro passato, quelle tipicamente sezzesi: la Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo e la Sagra del Carciofo sono da anni imprescindibilmente legate alla storia del nostro paese.

Ma sono altre le date che, secondo me, rappresentano il valore aggiunto di Sezze.

Una di queste è il 28 maggio.

Non può dirsi sezzese chi non conosce empaticamente Luigi Di Rosa.

Appartenere ad una comunità è fondamentalmente sentirsi parte di un tutto, soprattutto con quanti, familiari ed abitanti dell’epoca, hanno sofferto per un’aggressione come quella che ebbe luogo a Sezze il 28 maggio 1976.

L’altra data è il 2 luglio.

In questa data, al di là dei propri convincimenti religiosi, i Santi Patroni Lidano e Carlo rappresentano il segno tangibile di una comunità che continua a sentirsi viva. Anche per chi vive il 2 luglio con sensibilità extra-religiosa, i “Due sezzesi” (uno acquisito, l’altro di nascita) sono, e possono continuare ad essere simbolicamente la “bandiera laica” del paese.

Non per niente a Sezze il 2 Luglio è un giorno festivo.

Festa lo è non solo per quelli che, più devotamente, considerando i due Santi il proprio tramite privilegiato verso il Dio cattolico, seguono anche le celebrazioni liturgiche.

E’ festa per tutto il paese.

Dovrebbe esser festa per tutta Sezze.

Da qualche anno invece, mancano, a mio avviso, i segni tipici e tangibili di una vera festa, quella fatta di persone, suoni, colori e sapori inconfondibili, quella che dovrebbe riuscire a coinvolgere veramente tutto il paese.

Il 2 luglio potrebbe essere l’occasione per far prevalere l’idea di unità e di valore sociale condiviso; il giorno ideale per invogliarci tutti a mettere da parte le diversità individuali, le differenti colorazioni politiche, le storiche conflittualità sociali oltre agli antipatici e mai sopiti personalismi.

Sarebbe bello che l’anno prossimo, in occasione dei festeggiamenti dei SS. Patroni, si deponessero finalmente “le armi” - come avveniva nell’antica Grecia durante i giochi Olimpici – e tutta la comunità si ritrovasse unita in una sola festa, della durata di più giorni, in cui, oltre allo spazio per la doverosa memoria religiosa, ci fosse lo spunto per mettere insieme il meglio delle risorse della comunità.

La sfida sarebbe quella di provare a regalare ai cittadini qualche giornata serena all’insegna del divertimento e dello spettacolo, per rifondare, visto che ce n’è tanto bisogno, la nostra più sana appartenenza al paese.  

Ognuno sarebbe libero di partecipare attivamente e di assistere o no agli eventi.

Ma in quei giorni la festa del paese dovrebbe essere una, solo una, seppur diversificata in più eventi.

Non ci dovrebbe essere spazio per fughe individuali.

Ci sarebbe bisogno che tutti noi rinunciassimo al nostro orticello privato, solo per un giorno, per fare spazio a tanti altri sezzesi e partecipare tutti, nuovi e vecchi nel nome del paese che ci unisce, alla sfida di condividere almeno qualche giornata di festa vera.

Potrebbe essere un modo originale per re-interpretare il “Setia plena bonis…”

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