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SEZZESE |
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Coordinamento Ass. | Sezze la notte | Consulta Associazioni | Democrazia minore |
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9 maggio 2009 Se voi foste persone normali di
M.
Ovadia Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare. Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale. Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura, l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro. Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera. Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele. Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio. Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra, non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie. Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia. Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico. Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali. Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste
vergogna di tutto questo schifo. 20 marzo 2009 Gestori
di interessi E’ di nuovo tempo di elezioni di
Franco Abbenda In
primavera si voterà per il rinnovo dei rappresentanti nazionali al
Parlamento europeo e per eleggere Sindaci, Presidenti provinciali e
consiglieri vari. I
partiti già si affannano alla ricerca di alleanze vincenti e di
candidati credibili da lanciare nella battaglia elettorale, alla
disperata ricerca del “quid” che faccia la differenza. Tra
un po’ i nostri vecchi muri di paese si riempiranno di coloratissimi
cartelloni pubblicitari, dove tutti proporranno slogan vincenti e rapide
soluzioni agli eterni problemi di sempre. Solite
facce ed illustri semi-sconosciuti faranno a gara per ricordarci, ognuno
a modo suo, che dal nostro voto dipende il futuro della società,
suggerendoci come comportarci nel segreto dell’urna. Il teatrino della
politica andrà in scena come al solito, sempre uguale a se stesso,
anche se diverso ogni volta. “E’
la democrazia, bellezza”!! Certo,
e meno male che ci sono ancora i partiti, soprattutto quelli veri e
genuini di una volta, seppur con nomi e simboli diversi, più o meno
radicati ideologicamente e non più caratterizzati dalle infinite ed
accese discussioni di sezione. Nobilissime
le intenzioni di molti, elettori e candidati, che ancora si battono con
passione per offrire il proprio contributo nel tentativo di migliorare
le condizioni di vita di tutta la collettività. Ma
c’è anche dell’altro, di meno nobile in gioco. Dalla
nostre scelte sulla scheda elettorale può dipendere il futuro di molti. Sicuramente
quello dei dirigenti di partito, nazionali e locali, eternamente alle
prese con la ricerca di un difficile equilibrio, quello da raggiungere a
tutti i costi per presentare una compagine elettorale
compatta e vincente. Chi
ne ha fatto esperienza diretta, racconta a mezza voce che in questo
periodo pre-elettorale, nelle segreterie di partito ci si imbatte in
vecchi veleni e personalismi mai sopiti, in veti trasversali da far
valere ed ostracismi atavici, in dimissioni improvvise e in minacciate
nuove liste civiche, in fedelissimi da imporre in collegi sicuri ed in
immancabili voltagabbana di ritorno da piazzare. E’
questa l’altra faccia della politica, quella più sporca che si
sperava accantonata per sempre, quella che il popolo delle varie
primarie pensava di aver debellato definitivamente. Spesso
emergono così personaggi che perderanno rapidamente il legame con la
base, la storia e la tradizione sociale del proprio partito, e che, una
volta abbagliati da poltrone e prebende di casta, si rinchiuderanno in
un’autoreferenzialità in cui potersi muovere liberamente sì da
accrescere il proprio personale potere sociale. Pensando
a queste deprecabili dinamiche, ed alla lontananza di certa casta
politica, sostanzialmente altra rispetto alla gente “normale” in
tutt’altra vita affaccendata, riecheggiano ammonitrici, e per certi
versi profetiche, le parole di uno dei più illuminati uomini politici
italiani. I
partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela:
scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società
e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e
passione civile…zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La
loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo
modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne
promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto
federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei
“sottoboss”.
(Enrico
Berlinguer, 1981). 10 febbraio 2009 La verità sulle foibe Dal
sito http://collettivamente.com/articolo/1450914.html Questa
redazione ha, come suo scopo principale, sempre privilegiato quello
della ricerca obiettiva della realtà dei fatti, anche quando scomoda e
dolorosa. In un momento storico in cui gli eredi del partito fascista
sono al governo del Paese, ed in cui la retorica patriottarda risuona
ancor più violenta e oscurantista del solito, riteniamo necessario
ricollocare storicamente e documentatamente la vicenda delle foibe
istriane, vicenda alla quale la destra e le sinistra amorevolmente unite
hanno deciso di dedicare una speciale giornata della memoria. Anzi, il
ministro Gasparri ha voluto sollecitare tutti i mezzi di informazione
liberi ad occuparsi della vicenda. Ci siamo occupati di questo aspetto
nell'articolo "Ultime dal Minculpop".La nostra redazione ha
partecipato ad una trasmissione radiofonica - trasmessa da Controradio-
che è servita a far luce e a chiarire la verità, appunto, di quel
tragico periodo. L'audio completo della trasmissione, cui hanno
partecipato Raffaele Palumbo, Nicola Tranfaglia, Giacomo Scotti, Marco
Ottanelli, Giovanni Bellini, Sandro Damiani è disponibile nel CD
intitolato Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, obbligatoria, diventa l'italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l'effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli "italiani" erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilingusmo erano la norma, è nelle zone rurali e nell'interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cici), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria. Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare: la chiusura del liceo classico di Pisino, dell'istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane. A ciò si aggiungevano le violenze fasciste non contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste. In
Istria l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei
tribunali era stato limitato già durante l'occupazione (1918-1920). Nel
marzo 1923 il prefetto della Venezia Giulia vietò l'uso dello sloveno e
del croato nell'amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso
nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925. Il colpo definitivo al
sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923
con la riforma scolastica del ministro Gentile. L'attività delle società
e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante
l'occupazione, ma poi specialmente con l'entrata in vigore della Legge
sulle associazioni (1925), Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e
Legge sull'ordine 250 Marzabotto e Sant'Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all'ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un'offensiva sferrata dall'esercito italiano nell'agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi. La
cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati
da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma
dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi
ufficiali che impugnano fruste per cani... ". Spesso i partigiani
slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su
roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte
- in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della "inferiore
razza serba" furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o
di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello
della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre
minoranze. Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. Pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini. In Slovenia, già dall'ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l'intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti... prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena. 12 gennaio 2009 Sezze da Far West, ma lo sceriffo dov'è? di Vittorio Del Duca Domenica
11 Gennaio 2009 Chiede
nei paraggi ma quella macchina sembra proprio sconosciuta. Si tenta di
attirare l’attenzione con
il suono del clacson, che il garage amplifica come una
grossa cassa armonica.
Niente!! Tanta
gente si affaccia alle finestre, sezzesi e rumeni, ma nessuno sa nulla.
La signora si reca persino a chiedere all’interno della vicina
Cattedrale e nella sacrestia. Ancora niente! Eppure il
passo carrabile è ben evidenziato con strisce gialle sull’asfalto e
con segnaletica ai lati della serranda. Perché tanta inciviltà? Perché
per i propri comodi si deve ledere il diritto e la libertà altrui? Ore
16,51- Esperiti tutti i
tentativi, il nostro concittadino tenta al numero 0773 88411
corrispondente a quello del Comando di Polizia Municipale. Una
deviazione di chiamata lo porta al cellulare 349 29 31 485
che si presume essere in uso al vigile di turno. Solo che sembra
spento perché “ Risponde la segreteria telefonica del numero
3492931485, si prega di lasciare un messaggio dopo il segnale
acustico..” Il
messaggio viene lasciato ma invano si attende l’arrivo dei vigili. Non
che ci si contasse più di tanto! Ore
17 – Altro tentativo con il clacson. Stavolta un rumeno si affaccia da
una delle finestre di fronte e dice di essere il proprietario
dell’auto. Scende per spostare la macchina ma il nostro concittadino
comprensibilmente irritato perché spazientito dalla lunga attesa ,
trova incredibile che quell’individuo fosse proprio lì davanti e non
si fosse accorto di tanto baccano. Cerca
di spiegare al neocomunitario quello che sarebbe ovvio, ovvero che non avrebbe
dovuto parcheggiare ostruendo un passo carrabile autorizzato. Il
rumeno, forse in stato di ebbrezza, perché puzzolente di alcool, si
avvicina troppo minaccioso al nostro concittadino che gli chiede invano
di tenersi a riguardosa distanza. Sta per scoppiare una rissa che viene
evitata solo dal buonsenso e dall’intromissione della signora e di un
altro rumeno che faceva da spartiacque, pur parteggiando apertamente e
pericolosamente per il suo connazionale. Ore
17,05 - La macchina viene
finalmente spostata, il nostro cittadino mette in moto, sta per uscire
dal garage, intuisce che qualcosa nel frattempo era successo, ma non sa
bene. Pensando al peggio ricompone con il cellulare il numero dei Vigili
perché il tutto venisse registrato come messaggio nella segreteria
telefonica, ma i due rumeni tornano
a casa borbottando minacciosi, la
moglie sale in macchina e seppure stravolta cerca di rassicurare il
marito che nient’altro era successo. La coppia può allontanarsi
ma il nostro concittadino non è convinto e cinge di assedio la moglie
fino a farsi riferire l’accaduto “Ha detto che se non c’era tutta
quella gente ci avrebbe uccisi tutti e due”. Non
restava altro che recarsi
alla caserma dei Carabinieri per denunciare l’accaduto, soprattutto
per eventuali future ritorsioni. In
caserma c’era un solo carabiniere di turno e raccoglie solo una nota
perché per la denuncia occorrono le generalità e non la targa
dell’auto. Il rumeno era ancora lì, dove era stato lasciato dai
nostri, ma non c’erano
forze dell’ordine per andare ad accertarne le generalità. Forse il
118….forse…. Dov’erano
i Vigili Domenica sera 11 Gennaio2009? Il
Comando era chiuso, in
paese non c’erano, allo Scalo
nemmeno. E’ possibile che di Domenica
e tutte le notti la
Polizia Municipale non abbia turni e che la città
sia in balìa della delinquenza? I
nostri amministratori comunali ed
i nostri dirigenti che
paghiamo profumatamente, cosa fanno invece di garantire la sicurezza dei
cittadini? Dormono? I recenti fatti di cronaca insegnano: qui a Sezze la gente ha a paura di uscire soprattutto di sera, finanche per andare a prendere o rimettere la macchina in garage. 7 gennaio 2009 Forse sarebbe il caso di riconsiderare certi aspetti che determinano la vivibilità a Sezze Dopo aver letto questo articolo fate la prova digitando SEZZE sul sito http://www.walkscore.com/ Il risultato è sorprendente. Il centro più importante dei monti Lepini, posto tra la pianura Pontina e il monte Semprevisa, ha un pessimo risultato della fruibilità degli spazi pedonali, 15 punti su 100! Sul web si calcola la "camminabilità" 24 novembre 2008 - Sole 24ORE, articolo di Francesca Milano Comprare casa in una zona e poi scoprire che muoversi a piedi nei dintorni è quasi impossibile. Per scongiurare questo rischio la società americana Front Seat ha ideato
WalkScore.com, un sito internet capace di calcolare il livello di "camminabilità" di ogni punto del mondo, ovvero la possibilità per i residenti in un determinato quartiere di sbrigare gli impegni quotidiani (scuola, lavoro, supermercato, palestra, ristorante, spazi pubblici) muovendosi a piedi. 12 dicembre 2008 A
piedi per le vie del centro… e dintorni di Ignazio Romano Nonostante
il degrado in cui versa il nostro centro storico, è un piacere
percorrere a piedi le sue vie, i suoi vicoli, le sue piazze e gli angoli
tipici ancora carichi di fascino e di storia millenaria. In questi
giorni tutto è favorito dall’atmosfera natalizia, con la pioggia e la
nebbia che giocano con gli addobbi luminosi che pure nascondono i
problemi più grossi. Se
solo si riuscisse ad evitare quei “trattori”
(ex utilitarie) che con la loro mole sgraziata invadono
l’abitato, magari sanzionandone con multe puntuali l’arroganza dei
loro guidatori, noncuranti della presenza dei pedoni. E se si limitasse
l’accesso dei veicoli allo stretto indispensabile, concordando
sapientemente con i cittadini l’utilizzo degli spazi pubblici in modo
più coerente e rispettoso per tutti, magari segnalando in tutta
l’area la precedenza dei pedoni, o limitando l’accesso ai veicoli
troppo ingombranti fino ad arrivare alla chiusura degli spazi più
angusti del centro. Eppure in questi giorni la polemica che circola è quella sulle luminarie. Manco a dillo. In particolare la frazione di Sezze Scalo si sente messa da parte per lo scarso impegno dimostrato dell’Amministrazione Comunale verso il quartiere. Sinceramente non credo che i problemi dello Scalo sono le illuminazioni natalizie: la viabilità ed i servizi, come quello idrico oppure l’Adsl, sono i nodi da affrontare. Per la viabilità è prossima l’inaugurazione della rotatoria sulla SS 156, che farà fare un grosso balzo in avanti alla qualità della vita allo Scalo, mentre l’Adsl ha bisogno solo dell’ultima spintarella. È vero che si sono attesi anni e che è giusto manifestare il proprio dissenso, ma il mio parere è che le luminarie vanno bene lì dove sono state messe, mentre, se i problemi dello Scalo stanno per vedere importanti soluzioni, la stessa cosa non si può dire per il centro storico del paese, che ad oggi presenta gravissimi problemi di vivibilità con soluzioni ancora lontane da venire. Art.
1 L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro
A Torino la giornata del ricordo delle sette vittime del rogo. Corteo con cinque mila persone. Alla messa assente anche Confindustria. Applausi e rabbia al corteo. Cerimonie senza esponenti del governo. 6 novembre 2008 Piero
Calamandrei - Roma 11 febbraio 1950 |
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Saviano: "Ogni voce che resiste mi rende meno solo"22
ottobre
2008
di ROBERTO SAVIANO
GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare
quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni.
Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a
lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse
accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a
catena di affetto e solidarietà. Grazie al Presidente della
Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in
cui non ho sentito solo l'appoggio della più alta carica di questo
paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia
terra. Le letture delle mie parole che sono
state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere
immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A
vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era
importante per me il suo gesto. Grazie a tutti coloro che hanno
ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole
così un po' meno sole, un po' meno invisibili e dimenticate. Grazie a chi mi ha difeso
dall'accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media
possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza
delle persone e non solo per intrattenere telespettatori. Grazie alle trasmissioni televisive
che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che
accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento
mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima
ignorate. Grazie a tutte le città che mi
hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere
altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare
estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della
criminalità organizzata. Eppure Cesare Pavese scrive che
"un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un
paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante,
nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad
aspettarti". Grazie. Un paese vuol dire non essere soli Sezze, 4 luglio 2007 di Franco Abbenda |
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“Un
paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante,
nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad
aspettarti”.
Cesare Pavese (La luna
e i falò). il 2 luglio Durante
gli anni in cui ho abitato lontano da Sezze, questi versi di Pavese mi
hanno sempre aiutato a sentirmi ancora sezzese, ed a non intaccare in
alcun modo quel legame speciale che ognuno di noi ha con il luogo in cui
è nato. In
questo periodo di migrazioni continue e di precarietà residenziale,
oltre che di individualismo esasperato, il valore di sentirsi
positivamente e radicalmente incastonato in una ben precisa realtà
geografica potrebbe essere percepito come disvalore, come qualcosa di
demodèe e senza alcuna prospettiva futura. Vivere
nello stesso paese è invece, e comunque, una ricchezza per tutti; sia
quelli che ci sono nati, sia coloro che vi hanno trovato momentanea
residenza. Non
basta questo però per sentirci veramente…una comunità. C’è
bisogno di qualcosa di più, un valore aggiunto, per unire di fatto
tante e diverse realtà individuali. A
mio parere, oltre al dialetto ed alle tradizioni
folkloristico-gastronomiche, quel che unisce veramente le persone di una
comunità è la condivisione della memoria storica e la prospettiva di
continuare ad essere unita. Ogni
anno ci sono varie ricorrenze che ci riportano a giornate speciali del
nostro passato, quelle tipicamente sezzesi: la Sacra Rappresentazione
del Venerdì Santo e la Sagra del Carciofo sono da anni
imprescindibilmente legate alla storia del nostro paese. Ma
sono altre le date che, secondo me, rappresentano il valore aggiunto di
Sezze. Una
di queste è il 28 maggio. Non
può dirsi sezzese chi non conosce empaticamente Luigi Di Rosa. Appartenere
ad una comunità è fondamentalmente sentirsi parte di un tutto,
soprattutto con quanti, familiari ed abitanti dell’epoca, hanno
sofferto per un’aggressione come quella che ebbe luogo a Sezze il 28
maggio 1976. L’altra
data è il 2 luglio. In
questa data, al di là dei propri convincimenti religiosi, i Santi
Patroni Lidano e Carlo rappresentano il segno tangibile di una comunità
che continua a sentirsi viva. Anche per chi vive il 2 luglio con
sensibilità extra-religiosa, i “Due
sezzesi” (uno acquisito, l’altro di nascita) sono, e possono
continuare ad essere simbolicamente la “bandiera laica” del paese. Non
per niente a Sezze il 2 Luglio è un giorno festivo. Festa
lo è non solo per quelli che, più devotamente, considerando i due
Santi il proprio tramite privilegiato verso il Dio cattolico, seguono
anche le celebrazioni liturgiche. E’
festa per tutto il paese. Dovrebbe
esser festa per tutta Sezze. Da
qualche anno invece, mancano, a mio avviso, i segni tipici e tangibili
di una vera festa, quella fatta di persone, suoni, colori e sapori
inconfondibili, quella che dovrebbe riuscire a coinvolgere veramente
tutto il paese. Il
2 luglio potrebbe essere l’occasione per far prevalere l’idea di
unità e di valore sociale condiviso; il giorno ideale per invogliarci
tutti a mettere da parte le diversità individuali, le differenti
colorazioni politiche, le storiche conflittualità sociali oltre agli
antipatici e mai sopiti personalismi. Sarebbe
bello che l’anno prossimo, in occasione dei festeggiamenti dei SS.
Patroni, si deponessero finalmente “le armi” - come avveniva
nell’antica Grecia durante i giochi Olimpici – e tutta la comunità
si ritrovasse unita in una sola festa, della durata di più giorni, in
cui, oltre allo spazio per la doverosa memoria religiosa, ci fosse lo
spunto per mettere insieme il meglio delle risorse della comunità. La
sfida sarebbe quella di provare a regalare ai cittadini qualche giornata
serena all’insegna del divertimento e dello spettacolo, per rifondare,
visto che ce n’è tanto bisogno, la nostra più sana appartenenza al
paese. Ognuno
sarebbe libero di partecipare attivamente e di assistere o no agli
eventi. Ma
in quei giorni la festa del paese dovrebbe essere una, solo una, seppur
diversificata in più eventi. Non
ci dovrebbe essere spazio per fughe individuali. Ci
sarebbe bisogno che tutti noi rinunciassimo al nostro orticello privato,
solo per un giorno, per fare spazio a tanti altri sezzesi e partecipare
tutti, nuovi e vecchi nel nome del paese che ci unisce, alla sfida di
condividere almeno qualche giornata di festa vera. Potrebbe
essere un modo originale per re-interpretare il “Setia plena bonis…” |
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