La guerra che non vogliamo

 

di Francesco Petrianni

Intervento all'incontro - dibattito del 15 febbraio 2003 con il prof. Giovanni Bachelet

 già pubblicato su "SOTTOSOPRA" di gennaio 2003 - supplemento di NUOVA INFORMAZIONE -

La guerra che non vogliamo è quella che i più forti conducono contro i più deboli; è quella che si usa come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; è quella che si dichiara a mente fredda contro i più elementari diritti degli uomini e delle nazioni; è quella che si prepara cinicamente, non per volere la pace, come dicevano i latini, ma per conquistare, per fare bottino.

E’ la guerra che si prepara, sottraendone la dichiarazione al confronto con gli alleati e con la comunità internazionale. E’ quella che canta vittoria, accantonando i danni che si infliggono alle persone ed alle cose.

La guerra che non vogliamo è quella che si intima senza condizioni. E’ quella che arrogantemente comanda di provare l’innocenza, senza  dimostrare la colpevolezza. E’ la guerra ideologica perché sollecita gli integralismi e procura divisioni e lacerazioni.

Forse la guerra è sempre tutto questo e per questo è sempre da condannare. Forse la guerra a volte è particolarmente ingiusta perché non evidenzia le ragioni né del cuore né della ragione. Ma quella che l’America si appresta a proclamare all’Iraq riunisce troppo apertamente e smaccatamente tutti questi elementi.

Sarei curioso di sapere veramente se i nostri elettori concordano con il Presidente Bush, il quale dichiara di sentirsi minacciato da Saddam. Oggi la più grande potenza del mondo vuole attirare il popolo americano ed i suoi alleati nel  vortice militare di una guerra preventiva che come obiettivo ha quello di assumere su di se il diritto di portare la guerra senza l’insorgere di un “casus belli”.

Bush ne avrà da dire, ma oggi non c’è un Kuwait che è stato invaso e che deve essere liberato o difeso. C’è la supposizione che l’Iraq si sia dotata o si stia dotando di armi per lo sterminio di massa e però, nonostante le sofisticate tecnologie di controllo e di vigilanza di cui dispone, l’America non produce uno straccio di prova.

Né può essere invocata la ragione di voler abbattere un regime dittatoriale, perché al mondo ancora sono tante le dittature e molte di esse cooperano con gli USA.

L’America di Bush ha riscoperto la vocazione a fare il gendarme del mondo,  a costituirsi come supremo ed autarchico arbitro dei comportamenti delle nazioni.

E’ un’America che vuole affermarsi col desiderio di vendetta, delegittimando apertamente l’autorità della comunità internazionale, anticipando sentenze e condizionando accertamenti in corso.

E’ un’America che confonde il prestigio con la supremazia, l’alleanza e l’amicizia con l’accondiscendenza.

Oggi i cittadini del mondo, proprio perché sono caduti i muri, chiedono di capire, di essere informati. S’aspettano che siano fatte conoscere le prove di una colpevolezza, della minaccia che Saddam rappresenta.

Abbiamo ragione di credere che le prove neanche vogliano essere trovate. Siamo supportati in questo dal crescente dissenso proclamato da nazioni amiche ed alleate dell’America.

Se l’attentato alle due torri ha suscitato la commozione e la solidarietà del mondo intero all’America. Oggi abbiamo il legittimo sospetto che più che alla democrazia, si guardi all’Iraq per i pozzi petroliferi e per questo manifestiamo la nostra contrarietà.

                                                                                                                    Articolo di Francesco Petrianni