ambiente & storia 

2018 - 2020

a cura di Vittorio Del Duca

Sezze, 18 ottobre 2020

La peste di Marsiglia

Nel 1720, una terribile peste decimò la popolazione di Marsiglia, seminando desolazione, terrore e morte. Le case, le vie, le piazze erano ingombre di cadaveri, quarantamila i morti e il morbo sembrava non voler lasciare persona viva. Per fermare il flagello, il vescovo della città Enrico de Belsunce, spinto dalla suora visitandina del convento di Paray le Monial, Anne Madaleine de Rémusat, decise di organizzare una solenne processione per la riparazione dei peccati nelle vie della città e di dedicare l’intera diocesi  al Sacro Cuore di Gesù[1]. Anche l’anno dopo venne celebrata questa festa e il flagello ebbe termine.

In conseguenza di ciò, il cardinale scrisse una commovente pastorale al Papa per chiedere la celebrazione della festa del Sacro Cuore in tutto il mondo.

Enrico de Belsunce nacque il 4 dicembre 1671 in Francia, nel Castello della Forza di Perigord, compì i suoi primi studi a Parigi, nel collegio di Luigi il Grande, dopodiché entrò nella Compagnia di Gesù distinguendosi dagli altri per i suoi insegnamenti. Uscito dalla Compagnia di Gesù, alla quale restò sempre affezionato con sincero sentimento di gratitudine, il re lo nominò all’abbazia della Rèole e il vescovo d’Agen, Hébert, lo fece gran vicario.

In questo ufficio fu modello di carità e di pace e si guadagnò l’ammirazione del vescovo e di tutta la diocesi fino al gennaio del 1709, quando venne nominato alla sede arcivescovile di Marsiglia, per poi essere consacrato cardinale il 30 maggio dell’anno successivo.

Dopo dieci anni, nello stesso  mese  e quasi nello stesso giorno della sua consacrazione, il 29 maggio 1720, scoppiò  a Marsiglia una terribile peste che rese immortale il suo nome. La città contava già nei suoi annali diciannove pestilenze memorabili, più o meno terribili, e quasi tutte accompagnate dalla fame. La più antica risale al 49 a. C. quando in mezzo ai suoi orrori, gli infelici cittadini furono conquistati da Giulio Cesare.

La più terribile fu la peste nera del 1317, che durò tre anni, spense un terzo della popolazione, devastò tutta la Terra, svuotò di genti molte città e villaggi e nel numero delle vittime rimase celebre la bella Laura, immortalata dal Petrarca.

La pestilenza del 1720 fu la ventesima a colpire Marsiglia. Il 25 maggio, il vascello di un certo capitano Chataud, venendo da Tripoli, Siria e Cipro, giunse alle isole del castello d’If, dopo aver perduto nel tragitto sei uomini dell’equipaggio. Dopo due giorni uno dei marinai muore a bordo; il dodici giugno sale a bordo l’ispettore della quarantena e soccombe; il ventitrè la peste contagia alcuni facchini e dal dieci al quindici luglio si spande per tutta la città.

Alla metà di agosto del 1720, Marsiglia era un teatro dell’orrore ed ecco quanto scrisse il venerando Belsunce: Troviamo continuamente le strade ingombre di morti che ne chiudono le estremità, e di panni e di mobiglie pestilenziose gittate dalle finestre, sì che non si sa bene dove mettere il piede: le piazze pubbliche, le porte delle chiese sparse di mucchi di corpi, preda della morte e dei cani.Quante volte nell’amarezza del dolore non vediamo gli infelici moribondi stendere le mani tremanti per dimostrarne la gioia di guardarci anche una volta prima di morire, e dimandare colle lacrime agli occhi la nostra benedizione e l’assoluzione de’ loro peccati.

Il signor Pichatty de Croissante, procuratore del re e della polizia, nel Memoriale della Camera di Consiglio del Palazzo Comunale di Marsiglia, fece il racconto, giorno per giorno, di tutti gli avvenimenti di questo spaventoso flagello che imperversò sulla città dal 25 maggio al 10 dicembre di quell’anno.

Nella semplicità della sua cronaca, ecco come descrive alcuni momenti:

Nel 24 di agosto, il numero dei morti nella giornata oltrepassa il migliaio. Le pubbliche divozioni si sospendono, i templi si chiudono, molti ecclesiastici fuggono, molti parrochi pure; non il vescovo Belsunce. E’ già difficile il trovare religiosi che adempiano alle funzioni di commissario nei quartieri che l’hanno perduto. Il solo gesuita Milay, animato da fervente carità, si presta spontaneo a commissario della strada del Porto e in tutte le circonvicine, la dove niuno ardiva metter piede, essendo un tal quartiere, quasi direi, il trono della peste la più sterminatrice, e dove le imboccature delle strade sono chiuse da drappelli di soldati affinchè non vi entri e non ne esca persona.

Il pietoso claustrale, imitatore delle virtù del Belsunce, vi si andò a stabilire, non cessando di confessare gli infermi e praticare mille atti di eroica pietà, sino a che il flagello fece di lui una vittima, e rapì alla chiesa un apostolo così degno.

Il 31 agosto, i lazzeretti non bastano a contenere l’immenso numero degli infermi, che si presentano in folla. Tosto che v’ha in una casa chi venga colpito dal male, diviene oggetto d’orrore e di spavento fino ai più prossimi, ai più cari.

La natura, dimenticando le leggi del sangue, prende il crudo partito di cacciare di casa l’infelice, o di abbandonarlo, senza soccorso, in preda alla fame, alla sete, al malore e a tutto ciò che può rendere la morte barbara e straziante.

Le donne, fin le donne! giungono a tanto eccesso coi loro mariti, i mariti colle mogli, i figli coi padri, questi coi teneri figlioli.

Il 4 di settembre, i religiosi che confortavano gli infetti dal morbo sono periti quasi tutti. Più di cento monaci, e moltissimi vicari dei capitoli e delle parrocchie sono fatti cadaveri.

 I più deboli del clero marsigliese si fuggono; altri vanno al vescovo Belsunce e l’esortano caldamente ad uscire di città per conservarsi al resto della sua diocesi. Egli rigetta ogni consiglio di paura, e rimane con eroica fermezza pronto a porre la sua vita per quella del popolo; per le strade, nei viottoli, nei cortili, nel porto, i più miserabili, i più abbandonati, i più sprezzanti sono quelli che soccorre con tutta sollecitudine, senza temerne gli aliti ammorbati, pestiferi. Si accosta loro amorosamente, gli esorta a pazienza, li dispone alla morte, versa consolazioni celesti nelle loro anime, provvede gli infermi di medicamenti, i sani di cibo, tutti di denaro. In due mesi dispensa oltre a venticinque mila scudi del suo, e si priva di suppellettili per poterne dispensare maggiormente.

La morte rispettò quest’operoso cardinale, ma lo circondò di orrori,  mietendo vittime fin quasi sotto i suoi piedi. Invase il suo palazzo, colpì la maggior parte dei suoi ufficiali e domestici, assalì altri del suo seguito, e due dei suoi carissimi collaboratori.

Il primo novembre De Belsunce, imitatore di S. Carlo Borromeo che nella stessa festività ne aveva dato l’esempio a Milano, uscì in processione scalzo. Con la croce in mano e una fune al collo, come per caricarsi di tutte le colpe del popolo, celebrò pubblicamente la messa in un altare all’aperto, fatto erigere per l’occasione in una strada di Marsiglia, nei pressi della porta d’Aix.

Predicò a quelli dei suoi che erano rimasti e il suo discorso di amore e carità fu più volte interrotto dalle lacrime sue e dei suoi figlioli, dedicò l’intera sua diocesi al Sacro Cuore e la peste iniziò lentamente a cessare.

 La corte, volendo ricompensare il Belsunce, gli offrì nel 1723 il vescovato di Laon con il titolo di duca e di pari di Francia. Egli ne fu riconoscente, ma non l’accettò. Sei anni dopo, il Belsunce rifiutò anche l’arcivescovato di Bordeaux, ed accettò soltanto il Pallio[2] con il quale  Clemente XII lo volle onorare.

Zelante nelle dispute sui sacramenti e sulla famosa bolla Unigenitus, fondatore di un collegio che affidò alla direzione dei Gesuiti, membro dell’Accademia di Marsiglia che egli proteggeva, padre dei poveri, consolatore degli infelici, terminò nelle braccia dei suoi cari la sua lunga e onorevole carriera il 4 giugno 1755.

Furono la peste di Marsiglia e la Consacrazione al Sacro Cuore di Gesù a dare origine a Roma nel 1729 all’Arciconfraternita del Sacro Cuore di Gesù e poi a Sezze alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, fondata da San Leonardo da Porto Maurizio durante alcune missioni popolari svolte in paese dal 1731 al 1741.

Vittorio Del Duca – LA CONFRATERNITA DEL SACRO CUORE DI GESU’ DI SEZZE DETTA DEI SACCONI Sezze 2018-  pag. 25


note

[1] CR Corrispondenza Romana, agenzia di informazione settimanale-  21.06.2017 – Articolo di Cristina Siccardi sul Sacro Cuore

[2] Pallio, derivato dal latino pallium, mantello di lana. E’ un paramento liturgico usato nella Chiesa cattolica, costituito da una striscia di stoffa di lana bianca avvolta sulle spalle. Rappresenta la pecora che il pastore porta sulle sue spalle come il Cristo ed è pertanto simbolo del compito pastorale di chi lo indossa.

 

 

 

 

 


Sezze, 13 giugno 2020

Ritiri Spirituali Operai al tempo di Marx

I Ritiri Spirituali furono ideati nel 1535 da S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, come un insieme di meditazioni e di preghiere ad uso dei Gesuiti, in un'atmosfera di raccoglimento e di silenzio. Ben presto tali Ritiri, chiamati anche Esercizi Spirituali, furono estesi a tutto il clero e in forma ridotta ai fedeli ed alle istituzioni cattoliche, particolarmente alle confraternite. Agli inizi del Novecento, su iniziativa della stessa Compagnia di Gesù venne fondata l’Opera dei Ritiri degli Operai, con lo scopo di riavvicinare alla Chiesa una frangia della classe operaia che si era dispersa nella propaganda marxista ed anticlericale del tempo.

Il primo dei ritiri operai fu organizzato a Roma nel 1909 e furono continuati negli anni successivi con risultati più che soddisfacenti: operai che avevano militato nelle file degli anarchici e dei socialisti tornarono alla fede cristiana e alla pratica dei sacramenti.

Allo scopo di riunire nella Santa Messa gli operai partecipanti ai Ritiri, i Gesuiti di allora istituirono la Lega della Perseveranza, con sede in Roma in via degli Astalli 17, presso la loro elegante chiesa madre, La Chiesa del Gesù, con sezioni in buona parte del Lazio.

In meno di vent’anni, l’Opera dei Ritiri, raccolse nelle Leghe di Perseveranza di Roma e del Lazio più di ventimila operai, molti dei quali di recente conversione, ma il massimo degli iscritti si raggiunse negli anni Trenta.

Anche a Sezze venne istituita in tale periodo una sezione della Lega di Perseveranza, con Antonio Proli segretario: vi aderirono numerosi braccianti agricoli ma anche diversi “campèri” tra i quali mio padre: Vincenzo Del Duca.

Ad ogni socio veniva dato una copia dello Statuto della Lega con la raccomandazione di conservarlo accuratamente e di osservarlo in ogni sua parte.

L’ora della riunioni per la sezione di Sezze, aventi per oggetto la Santa Comunione, fu convenuta alle 7,30 del mattino di ogni seconda domenica del mese, nella Chiesa Cattedrale di Santa Maria.


Sezze, 12 aprile 2020

Pasqua nella sofferenza

Non era trascorso molto tempo dagli scambi augurali per il nuovo Anno e nessuno di noi avrebbe allora immaginato ciò che sarebbe accaduto qualche mese più tardi.

L’epidemia da coronavirus ha sconvolto le nostra vite, ci ha reso prigionieri di un incubo, ha annullato tutti gli eventi sociali, culturali e religiosi ai quali eravamo da sempre abituati, ci ha costretto a ripensare il nostro modo di vivere e il mondo in cui viviamo.

Niente funzioni religiose con folle di fedeli, solo messe in streaming, tutte le liturgie della settimana Santa soppresse. Per noi confratelli del Sacro Cuore di Gesù è stato motivo di grande sofferenza vedere la nostra chiesa di San Pietro così diversa dagli altri venerdì santo.                - nella foto sotto il Calvario del Turchi -

Il coronavirus ci ha privato della visita agli altari della Reposizione, della tradizionale Agonia di nostro Signore innanzi al Calvario del Turchi, della Processione del Venerdi Santo con il Cristo morto e la Madonna Addolorata, della Veglia e della Messa pasquale in comunione con i fedeli. Siamo stati pervasi da una forte sensazione di sgomento che, rinchiusi nelle nostre case, abbiamo potuto superare grazie alla preghiera e all’aiuto del Sacro Cuore di Gesù. Il silenzio ed il raccoglimento ci hanno permesso di scavare nel profondo dell'anima, ci hanno uniti e fortificati in questo rapporto di fratellanza, non lasciandoci mai soli. Ne usciremo più forti di prima.

Ce lo dice nel gruppo whatsapp della Confraternita il nostro attuale priore Sinuhe Luccone, che ha invitato i confratelli a stringersi nella preghiera al Cuore di Cristo e a restare uniti spiritualmente.

Non è questo però il primo Venerdi Santo che nella chiesa di San Pietro non viene esposto il Calvario. La prima volta avvenne un secolo fa, allo scoppio della prima guerra mondiale e per tutti gli anni della Grande Guerra, fino alla fine della pandemia spagnola che ne seguì, che fu ancora più terribile dell’attuale.

In quegli anni tragici della nostra storia, persino la Confraternita cessò le sue secolari funzioni e fu ripristinata nel 1924 attraverso l’opera di un Comitato Provvisorio composto da alcuni confratelli reduci dalla guerra e sopravvissuti all’influenza spagnola, ma anche da prelati del calibro di don Tommaso Damiani, del Vicario Generale mons. Augusto De Angelis e comuni cittadini, tutti animati dal desiderio di ridare nuova vita al secolare sodalizio e di farne parte.                                                                - nella foto sotto il Comitato Provvisorio -

Anche durante la seconda guerra mondiale avvenne qualcosa di simile e d. Vincenzo Venditti, padre spirituale della confraternita e confratello egli stesso, così scrisse: “...Effettivamente, nell’agosto del 1944 non potendo i membri della Confraternita tenere la sessione nella chiesa di San Pietro, il cui soffitto appariva scrollato per gli eventi bellici, fu deciso di riunirsi nell’attigua chiesa parrocchiale di Sant’Angelo”

Il complesso del Calvario viene storicamente montato dalla Confraternita dei Sacconi nella chiesa di S. Pietro all’alba del venerdì santo di ogni anno e riposto nelle prime ore del giorno successivo. L’opera, secondo quanto tramandato da d. Vincenzo Venditti, padre spirituale della confraternita nel secondo dopoguerra, sarebbe da attribuire al pittore setino Giuseppe Turchi (1840 -1895). Del medesimo avviso è il maestro Mario Salvatori di Priverno, che su incarico della Confraternita ne eseguì il restauro nel 2002. L’opera consiste in un insieme di quattro pitture su tela, che unite e disposte su appositi cavalletti danno forma al monte Calvario, in cima al quale due moduli di pittura su legno ritraggono Gesù sulla croce con Maria, la Maddalena e Giovanni, nel toccante dialogo in cui Gesù dice rivolto alla madre: "Ecco tuo Figlio", e a Giovanni: "Ecco tua madre".
Durante i lavori di restauro, il maestro Salvatori rinvenne nel retro di una delle tele uno stemma, che fatto esaminare dal padre gesuita Jean-Paul Hernandez, docente di teologia all’Università Gregoriana di Roma, è risultato essere dei regni di Castiglia e Leon, la parte centro-occidentale della Spagna, prima dell'unità nazionale con l'Aragona nel 1475.
Si tratta quindi di antichissime sete di pregevole fattura, che quando furono dipinte dal Turchi probabilmente erano già state adibite ad altri usi, forse nella stessa chiesa di San Pietro, come tende o tovaglie. E’ difficile risalire a quando e come siano giunte a Sezze, tuttavia si presume dal Regno di Napoli, confinante con lo Stato della Chiesa nel territorio della diocesi di Terracina - Sezze - Priverno.
Queste tele così antiche, con lo stemma di Castiglia e Leon potrebbero essere arrivate a Sezze tramite gli aragonesi del Regno di Napoli, forse dopo il 1589 con la venuta della Compagnia di Gesù a Sezze, del cui ordine fece parte don Luigi Turchi, fratello del pittore e priore della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù negli anni 1872 e 1873.                                                                      -
nella foto sotto stemma di Castiglia e Leon -


Sezze, 5 dicembre 2019

La Madonna Pellegrina di Casal Bruciato

In una zona di confine tra il Comune di Sezze e quello di Pontinia, lungo la Migliara 47, detta Casale Bruciato, venne costruita nel 1947 una piccola chiesa, che qualche anno dopo ospitò una scuola elementare pluriclasse affidata ad una sola maestra per tutti i bambini della contrada.

Nel mese di Maggio, per onorare la Madonna, gli agricoltori solevano portare la statua della Madonna Pellegrina di casolare in casolare, per una sosta di qualche giorno.

Il momento di preghiera, diventava anche momento di aggregazione per le persone dei campi, che vivevano distanti le une dalle altre.           foto sotto -Madonna Pellegrina di Casal Bruciato-

Il parroco officiante, era padre Gaetano della parrocchia di Pontinia, il quale raggiungeva le campagne dapprima in bicicletta e più tardi con una moto “Gilera”.

Padre Gaetano, era un uomo sulla quarantina, piuttosto alto, dagli occhi vivaci e con l’accento del Nord; era assistito dal sagrestano Pio Mancon e dal chierichetto Firmino Di Magno, figlio di Polda, una contadina veneta scesa nella nostra campagna dopo la Bonifica.

Il parroco vestiva la tunica nera, lunga, volgarmente “zamara”, quella dai cento bottoni e in testa un copricapo nero a falda larga, che gli conferiva autorevolezza e sacralità.

In occasione di questa ricorrenza, dopo aver consegnato ai fedeli un opuscolo o canzoniere era solito ripetere con zelo: ”Se non mi riconsegnerete il canzoniere, domani mi porterete dodici uova fresche”; era, questo, un espediente per evitare un eventuale smarrimento o negligenza, in quei tempi assai facile.                                

foto sotto -Anno scolastico 1957-58 -

Le famiglie della campagna, dopo avergli chiesto la sosta nella propria aia o in una stanza del casolare, preparavano un piccolo altare, ornato di tovaglie umili ma ricco di profumatissime rose; il sagrestano Pio pensava poi ad accendere le candele, a preparare l’incenso e la “bussola”.

I fedeli, guidati dal prete e secondo il proprio latino, recitavano il Santo Rosario, a cui seguiva la Messa, in latino ufficiale; non era raro sentire la voce di qualche madre che invocava la grazia per il figlio malato o in preda ancora alla febbre malarica. Prima dell’offertorio, Pio passava fra i fedeli con la bussola, fatta di un’asta di legno alla cui estremità era legato un sacchetto di cotone o tela di sacco, un pò consunta . Tutti mettevano qualcosa, cinque lire, dieci lire, che servivano a comprare i ceri e l’incenso.                               foto sotto -Vittorio da piccolo -

La fede era tanta e sincera, la devozione forte e tenace. Frotte di bambini e ragazzi animavano la processione che si snodava da un casale all’altro; era anche questo, un momento che permetteva ai giovani di conoscersi e di scegliere il marito o la moglie. Il volto dei contadini era bruciato dal sole, rughe profonde solcavano quello dei più anziani che, seduti nell’aia, aspettavano la Madonna Pellegrina; le donne coprivano il capo con fazzoletti di cotone, le più benestanti con veli neri, tutte rigorosamente vestite con abiti ampi ed abbottonati.

Alla fine della messa, la statua veniva condotta in processione con una Vespa autocarro, fino al casale che l’avrebbe ospitata. Ricordo il casale di Roscioli, di Buffone, di Noce, di Di Gigli, di Mancon, di Quattrini, di Ottaviani, di Cerroni, di Megri, la locanda di Anatolia e Pietro ed altri ancora.

Durante il percorso, su strade allora brecciate, piene di buche ma con le banchine ornate da filari di pioppi, si cantava “Bella tu se’qual sole, chiara più della luna, e le stelle più belle non son belle al par di te…” e “Mira il tuo popolo, bella Signora, che pien di giubilo oggi ti onora…”
Si tornava a casa sereni e con l’animo in pace, i giovani, ansiosi di incontrare il giorno dopo, la ragazza o il ragazzo che avevano incrociato con gli occhi. Il 31 Maggio, la Madonna, dopo aver peregrinato ritornava nella chiesetta di Casal Bruciato, dove per l'occasione veniva organizzata una fiera.

Mi piace raccontare un episodio curioso della mia infanzia,. In una messa nella chiesa di Casale Bruciato gremita di fedeli, padre Gaetano intonava il “Kirie “e i fedeli in coro rispondevano “Eleison”. Io, poco meno di quattro anni, preso per mano da mia madre, ascoltavo in silenzio e tentavo di capire le parole di quell’inno. Dopo un po' mi apparve tutto chiaro: era come il gioco a “bubusette” che qualche volta mi avevano fatto fare: il prete chiedeva ai fedeli “Chi è ?” come quando si bussa ad una porta e loro rispondevano in coro “ I sò” (sono io). Trovai tutto semplice e divertente, tanto che iniziai a canticchiare rispondendo insieme agli altri “i so”.

Più tardi, da grande, mi venne un dubbio: ma non è che quei fedeli dicessero davvero “ i so” ?


Sezze, 19 ottobre 2019

San Lidano e il suo vino

Dall’esempio di San Lidano nasce a Sezze, dove un tempo si ergeva l'abbazia di Santa Cecilia, una giovane azienda vitivinicola.

Siamo nell’anno 1050 nell’abbazia di S. Cecilia, situata a 32 stadi[1] dall’antica Setia  fondata qualche anno prima dal monaco cassinese Lidano d’Antena, primo bonificatore di quella parte del territorio pontino circostante l’abbazia, che andrà con il nome di Quarto S. Lidano[2] e in seguito divenuto patrono della città di Sezze.

Alcuni frati coltivavano i terreni liberati dalla palude, non solo per il fabbisogno del convento ma anche per i poveri ed i pellegrini di passaggio, sempre più numerosi.

Ma cosa coltivavano i benedettini di San Lidano in ossequio alla regola ora et labora ?

E’ noto che l’alimentazione umana nel corso dei secoli ha subito radicali cambiamenti: alcuni cibi che consumiamo oggi erano completamente sconosciuti allora, ma esistevano in quel tempo alimenti e ricette che oggi non sono più in uso, sia perché superati, sia perché provenienti da specie vegetali autoctone estinte o in via di estinzione.

Tuttavia nei terreni dell’abbazia i frati coltivavano campi di frumento e di farro, i broccoletti di Sezze in consociazione alle farzarape, le fave, i piselli, i carciofi, le insalate, ma anche diverse piante mediterranee da frutto, tra cui l’ulivo e la vite[3].

Già, proprio la vitis setina, da cui si ricava il famoso vino cecubo prodotto a Sezze, celebrato e cantato dai poeti latini.

L’abbazia di Santa Cecilia aveva il privilegio di sorgere in una parte del territorio setino particolarmente vocata ai cecubi, cioè supra forum Appii, dove secondo il racconto di Plinio[4] nascitur vinum setinum, ma anche nel Pantano Luvenere[5] a margine del tempio di Giunone lungo l’arcaico tratturo Caniò, e a poca distanza dal fosso Veniero o Venereo[6] che scendendo dalle colline di Sezze dalla Valle della Cianfrusca e attraversando la località Casa di Piano, dirige al Foro Appio.

Il ruolo del vino era molto importante nella cultura e nell’alimentazione monastica, non è un caso che la parole vino e la parola vite siano citate nelle sacre scritture per ben duecentosessanta volte[7].

Consideriamo inoltre che sino al XIV secolo si usava offrire il vino a tutti i partecipanti alla messa e che era necessario averne una scorta sufficiente[8] .

San Benedetto afferma che il vino va bevuto con moderazione, suggerendone il consumo di un quarto al giorno[9].

Dall’esempio di San Lidano nasce a Sezze, a confine di quella che era la sua abbazia, una giovane azienda vitivinicola: l’Azienda Vinicola Tomei che ha scelto il metodo agronomico Biodinamico per coltivare i propri terreni.

“Abbiamo impiantato circa 4 ettari di vigneto – ci dice Marco Tomei, titolare dell’azienda vitivinicola – e recuperato varietà storiche ed autoctone del territorio che rischiavano di perdersi.

I vitigni impiantati sono il Cesanese, l’Abbuoto a bacca nera, il Bellone e l’Ottonese a bacca bianca.

Una menzione speciale merita l’Abbuoto, vitigno con che ha contraddistinto e segnato la storia vitivinicola di Sezze, perché è questo vitigno che ha dato origine all’Antico Vino Cecubo o Vinum Setinum, il vino preferito dagli imperatori romani e tanto decantato da molti poeti dell’antichità”.

A tal proposito l’Azienda Vinicola Tomei, ha assegnato una Borsa di Studio agli studenti del Liceo Classico dell’Isiss “Pacifici e De Magistris" di Sezze, per una ricerca sulle antiche origini vitivinicole del territorio, che verrà pubblicata e presentata il giorno 16 Novembre presso l’Aula Magna dell’istituto.

“Non possiamo costruire il futuro se prima non conosciamo il passato – continua Marco Tomei – ed anche il simbolo ed il logo della nostra azienda, non è altro che la stilizzazione degli Archi di San Lidano, a sottolineare che qui passava l’antica Via Setina, che raggiungeva con un diverticolo il porticciolo di Foro Appio e che i Romani utilizzavano per esportare il pregiato vinum setinum  in tutto l’impero”

Sarà quindi la storia ad ispirare la progettazione e la realizzazione della Cantina dell’Azienda Vinicola Tomei, e la promozione dei suoi vini.

Non possiamo non tessere le lodi a questo giovane imprenditore setino, con l’augurio del successo che merita.


note

 Unità di misura greca corrispondente a 600 piedi, cioè circa 200 metri;32 stadi equivalgono a poco meno di 5 chilometri

[2] Sac. Costantino Aiuti – VITA DI S.LIDANO – Tip. nell’Orf. Di S.Maria degli Angeli – Roma 1907

[3] La descrizione dell’orto è immaginaria, ma non per questo inverosimile perché la regola Benedettina imponeva pasti frugali a base di zuppe di verdure e di frutta, proibendo del tutto le carni, salvo casi eccezionali,

[4] PLINIO- Naturalis Historiae - libro XIV cap 6 e 8  - Caecubae vites in Pomptinis Paludes madent… le cui vigne prosperavano supra Forum Appii.

[5] Storpiazione dialettale di Pantano delle uve nere

[6] Storpiazione dialettale di Fosso delle uve nere.

[7] ANTONELLA BRUSCHI – ERNESTO CARLO DI PASTINA – IL CIBO DI LIDANO E CARLO- Atti del Convegno tenuto a Sezze il 20 Giugno 2016 nella festa di Santi Patroni Lidano e Carlo – paragrafo di Sandra Ianni: La cucina monastica:il cibo di Lidano e Carlo - Stampa a cura  del Comitato festeggiamenti dei Santi Patroni e del Centro Studi San Carlo da Sezze

[8] Idem

[9] Idem


Sezze, 26 febbraio 2019

Storia di paese: Sisto V
Correva l’Anno Domini 1589 e Sisto V, con un nutrito seguito di nobili e prelati, giunse a Sezze per ammirare dall’alto del colle i lavori di bonifica della palude che si avviavano a conclusione.
L’abate Nicola Maria Nicolai nel suo libro “De Bonificamenti delle terre pontine” (Roma, Stamperia Pagliarini, 1800), scrive che Sisto V si portò alla volta di Sezze il 12 ottobre 1589 ed alloggiò presso i Normesini, la cui casa fu convertita in monastero dal cardinal Corradini (
Monastero del Bambin Gesù). 
Aggiunge inoltre che dalla cima di un colle rimpetto alla città di Sezze e presso il monte Trevi, si mise a riguardare la palude, che restava tutta esposta alla vista; ed un sasso, sopra cui dicesi che il Papa si ponesse a sedere, porta anche al presente il nome di Pietra di Sisto, dal volgo altresì detta Sedia del Papa.
Sin qui la Storia, ma la fervida fantasia dei sezzesi ne trasse una storiella assai curiosa, tramandata per secoli e fino ai primi del Novecento, quando la fantasia popolare dava il meglio di sé nelle lunghe sere d’inverno, accanto al fuoco.
Si è raccontato che Sisto V, mentre ammirava con soddisfazione la palude bonificata, si lasciò andare ad un’esclamazione: -Ah, quanto sono grande ! Sono veramente grande! 
Quindi, rivolto ad un cardinale del suo seguito: - Sapete dirmi voi, cardinale, quanto sono grande? 
- Santità - rispose il cardinale, sicuro di guadagnarne la benevolenza – voi siete più grande e più forte della palude che avete appena bonificato-
- Guardieee – urlò il Papa – arrestate costui, dategli cinque frustate e un anno di galera per aver sminuito la mia persona. 
Quindi rivoltosi ad uno dei vescovi : - E voi monsignore? Sapete dirmi quanto sono grande io ?
Il vescovo, intimorito: - Santità siete più grande dell’Italia intera, non della sola palude.
-Nooooo! - urlò il Papa – Ha bestemmiato! Guardieee, dategli tre frustate e rilegatelo in galera per un anno.
Venne la volta di un giovane prete, al quale il Papa rivolse la stessa domanda e il preticello, per non sbagliare: - Santità, voi valete tutto l’Universo, altro che l’Italia e la palude!
Il pontefice, chiama nuovamente le guardie: - Arrestate questo cretino, dategli dieci frustate e sbattetelo per un anno in cella, perché solo il Creatore vale l’Universo. 
Nel frattempo giungeva dalla località Case Nuove un fraticello dei Zoccolanti, tutto sudato per la salita e per aver corso tanto, così da arrivare in tempo a vedere il Papa.
-E voi frate – gli chiese Papa Sisto- sapete dirmi quanto sono grande io ?
-Santità, sono tutto sudato ed affamato, le forze mi mancano e non sono nelle condizioni di rispondere ad una simile domanda con la saggezza che Ella merita. Vogliate perdonarmi ma proprio non ce la faccio!
Il Pontefice chiamò gli inservienti e ordinò che al frate fosse dato da mangiare e da bere a sazietà, qualunque cosa avesse desiderato.
Quando l’umile frate si fu rifocillato il Papa gli si accostò e gli rivolse nuovamente la domanda.
-Santità – rispose il frate – se mi consente vorrei dare un voto alla sua grandezza.
- Orsù rispose il Papa, fate pure, non abbiate timore.
- Santità, il voto che io le dò è trentadue.
- Trentadue ? – rispose sorpreso il Papa- Perché proprio trentadue ?
- Perché ho già dato trentatré a Nostro Signore Gesù Cristo, a motivo dei suoi anni quando è salito sulla croce e a Voi, Santità, ne do uno di meno.
Il Papa, soddisfatto del voto e del numero enfatizzato dai Vangeli gli rispose:- Voi, umile frate, valete più di tutti questi ignoranti che mi stanno intorno, verrete a Roma con me e sarete mio consigliere.
L’anno dopo Sisto V morì e il fraticello tornò a Sezze nel Convento di Santa Maria delle Grazie, accolto con tutti gli onori dai suoi confrati per essere stato, seppure per poco, consigliere del papa.

Sotto- una mappa della Pianura Pontina di Leonardo Da Vinci


Sezze, 23 gennaio 2018

Il vino

Sul finire del 1889, Edmondo De Amicis,  autore  del libro “Cuore”, scrisse un volumetto dal titolo “ Il vino” di appena 91 pagine, facendo una descrizione del nettare di Bacco molto vicina, per alcuni aspetti, all’elogio.

Il volumetto uscì con grande accuratezza grafica, con le illustrazioni dei migliori artisti del momento e con una copertina a colori molto originale, poiché raffigurava una signora elegante, vestita secondo lo stile della “belle epoque” nell’atto di alzare il calice di fronte ad una tavola imbandita, con un gesto deciso e quasi professionale ma inusuale, se non addirittura scandaloso, per una donna dell’epoca. Erano in corso, infatti, campagne salutistiche contro l’abuso dell’alcool ed il nostro Edmondo De Amicis dovette destreggiarsi non poco tra bevitori ed astinenti.

Tuttavia il suo volume per più di un secolo non ebbe il successo sperato ed è stato riscoperto solo negli ultimi del Novecento. Da questo periodo in poi si sono infatti tirate più copie che non nei precedenti cento anni, segno evidente di un modo diverso della società di porsi nell’approccio con il vino, ma anche dell’attualità e della modernità di molte sensazioni dell’autore. Il nostro De Amicis, dovette destreggiarsi con esemplare maestria tra le idee, gli stereotipi e la retorica dell’Italia dopo l’unità nazionale, che voleva l’esistenza di due vini. 

L’uno è il veleno che trascina all’ozio, all’istupidimento, alla prigione, alla tomba. E questo vino è da combattere, vituperare e fuggire. L’altro è il vino che fa alzare  il calice, la fronte ed il pensiero, il vino che mette all’operaio la forza nel braccia e il canto sulle labbra. È l’allegria giornaliera della nostra mensa, il festeggiatore della riconciliazione e dei ritorni, il liquore benefico che riscalda le vene dei nostri vecchi, che aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore.Quando si urtano tutti i bicchieri per un brindisi, in quell’incrociamento di evviva e di saluti, in quel bicchiere di vino pare che cominci un’epoca nuova per il genere umano. Un’epoca d fratellanza e di solidarietà tra tutti i popoli della Terra.

a cura di Vittorio Del Duca