AGRICOLTURA DA SALVARE

          a cura di Vittorio Del Duca

      mail: agridelduca@libero.it    sito: Azienda agricola Del Duca

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Salviamo la nostra risorsa principale


Sezze, 5 luglio 2021

Il pane di Sezze

Il cibo ha sempre rappresentato la massima espressione della cultura di un territorio e della sua storia. Attraverso il cibo e la preparazione di un pasto un popolo racconta se stesso, le sue radici, le sue tradizioni secolari e la propria evoluzione.

Sotto questo profilo l’Agro Pontino e in particolar modo Sezze, che prima della fondazione di Latina è stato il suo più grande centro economico e culturale, ha molto da raccontare non solo come storia ma anche come tipicità dell’agricoltura e di eccellenze gastronomiche. Sono tesori che non tutti i paesi hanno in così gran numero, che hanno reso famoso Sezze per secoli e che oggi più di ieri potrebbero diventare il “nostro petrolio”, insieme ai tanti beni artistici ed archeologici che il Gruppo “In Difesa dei Beni Archeologici” sta riscoprendo da alcuni anni a questa parte.

Il pane di Sezze e la panificazione è solo una delle espressioni del territorio, sicuramente la più antica e trae origine dalla qualità dei suoi grani, secondo quella grande distinzione che accomuna i prodotti tipici della terra, per cui il terreno, il clima, l’esposizione, la qualità delle acque, le modalità tecnologiche di trasformazione, diversificando il gusto e il valore del cibo fanno la grande differenza con altri prodotti similari.

Cicerone (106 – 43 a.C.) nelle sue “Verrine” chiamò il nostro campo “fertilissimum” e Dionigi (60 a.C – 8 d.C) lo definì “horreum et penuarium romanorum” (granaio di Roma). Infatti i nostri campi rifornirono continuamente di frumento l’antica Roma, specie nei periodi in cui ne aveva maggiormente bisogno. Nella guerra dei Romani contro Porsenna (507 a.C.) furono inviati a Sezze i consoli Larzio Spurio ed Erminio Tito perché comprassero grano.

Nel 494 a.C., quando i plebei abbandonato il lavoro si ritirarono sul M. Sacro (secessione della plebe), furono ancora i nostri campi a rifornire l’annona di cereali. Lo stesso dicasi al tempo della peste.

L’origine della produzione del pane di Sezze viene fatta risalire al II secolo a. C., cioè da quando si diffuse l’uso del lievito. Alcuni storici ne indicano l’epoca nel periodo in cui visse Caio Titinio, ritenuto l’inventore della “togata”[1], il quale nella sua opera “La setina”, ovvero la donna di Sezze, indica le qualità diffuse nella vita familiare dei cittadini di Sezze, sua città natale, lodando proprio la donna che cura tutte le attività domestiche e prepara con tanta pazienza ed amore il pane ed il cibo per l’intera famiglia [2].

Non è il solo Caio Titinio a narrare queste bellissime cose, poiché due secoli dopo un altro nostro concittadino, Caio Valerio Flacco Setino Balbo, nelle “Argonautica” pone al centro della sua opera l’amore di Medea per Giasone, paragonando questo amore per l’eroe, che si spinse oltre il mare di Caledonea[3] a quello della donna del suo paese, Sezze, innamorata del suo uomo, della sua casa, della sua famiglia, capace di lasciare ogni altro affetto per seguirne il destino e per costruire con lui una casa, un focolare e mettere al mondo i figli, assisterli e sfamarli [4].

Ma se la qualità del grano è importante, quella della farina lo è ancora di più, in modo particolare nella panificazione a lievitazione naturale che richiede una molitura non invasiva, a bassa velocità di produzione, garantita da mulini di tipo artigianale, quindi farine artigianali per pani artigianali, a prescindere dal tipo di forno, pur se i risultati ottimali si ottengono con quelli a legna, sempre più rari per la loro complessità.

Un ottimo pane si fa solo con farine di qualità, acqua pulita, buon sale e soprattutto con lievito naturale, evitando tutti quei pseudo “miglioratori” dannosi al nostro intestino.

Da ciò si deduce che un ottimo pane non può prescindere da nessuno di questi elementi, è un’arte nota a Sezze da secoli ma che la globalizzazione sta cercando di vanificare con successo attraverso prodotti omologati a costo zero, piuttosto che a km zero.

Come reazione, negli ultimi anni si stanno riscoprendo da più parti i grani locali antichi. Il grano locale permette di stabilire il tipo di grano impiantato secondo la tradizione, la riduzione dei costi energetici di trasporto e la possibilità di creare una filiera corta, ma non basta, occorre spingersi oltre ed avviare un processo virtuoso che metta insieme le esigenze e le aspettative, spesso contrastanti, di tutti gli operatori di filiera: contadini, mugnai e panificatori. È più facile a dirsi che a farsi ma è una priorità per difendere i nostri territori e le nostre tradizioni enogastronomiche. Lo stanno già realizzando per conto loro gli agricoltori della Fondazione Campagna Amica di Coldiretti, ma è necessario estendere ancora di più queste iniziative virtuose, senza scorciatoie che non servono a nulla, se non a generare confusione nella confusione (tipo marchio De.Co.).

Nel frattempo, la raccomandazione rivolta ai panificatori di Sezze è quella di usare le farine dei nostri campi e più in generale italiane, che fanno la differenza nella qualità e nella fragranza del nostro pane quotidiano, un pane che sia simbolo della tradizione che si ripete e si rinnova e che, grazie alle tante iniziative in corso per una corretta alimentazione, faccia riscoprire anche e soprattutto nelle scuole, il gusto di una sana fetta di pane come merenda.


[1] La togata è la rappresentazione teatrale di commedie che mettono in scena aspetti della vita quotidiana e delle usanze del popolino nell’antica Roma e nelle cittadine di provincia.

[2] Francesco Berti – Pensando a Sezze – ra- ra editrice – pag. 29

[3] Caledonia: odierna Scozia.

[4] Francesco Berti – Caio Valerio Flacco Setino Balbo, Firenze, Libri, 1991


Sezze, 3 ottobre 2020

I Granai della memoria, le signòre e i pezzènti

Da antichi documenti di famiglia, tradizionalmente agricola, ho potuto conoscere alcune varietà di grani antichi e di granturco coltivate a Sezze e nel resto dell’Agro Romano-Pontino in tutto l’Ottocento sino ai primi del Novecento. Tra questi grani antichi, vi sono varietà che stanno tornando in voga per le loro caratteristiche di non causare intolleranze alimentari, assai diffuse ai nostri giorni, oppure per la semplice riscoperta di cibi salubri dai sapori dimenticati.

La varietà più antica pare sia il Monococco o picccolo farro, addomesticata 10.000 anni fa in Medio Oriente e diffusasi in tutto il mondo. Si tratta dell’unico cereale che a detta dei nutrizionisti, pur contenendo glutine, sembra non scatenare le classiche reazioni allergiche che si manifestano negli individui affetti da celiachia o altre gravi intolleranze alimentari al grano tenero. E’ insuperabile anche nella preparazione dei dolci di Sezze, in modo particolare paste di visciole e crostate.

Foto di Alessio Cipollini - Lavori in campagna

Altra antica varietà è La Romanella, coltivata sin dall’epoca romana, fu con ogni probabilità la varietà di grano che meritò a Setia la fama di horreum romanorum (granaio di Roma). Tale varietà di frumento, unitamente alle particolare condizioni pedoclimatiche del territorio è sicuramente quella che ha reso celebre nei secoli l’arte del pane a Sezze. Ai primi del Novecento compare il grano che porta il nome del Senatore Cappelli, che in realtà fu selezionata a Foggia dal famoso genetista Nazzareno Stampelli nell’azienda del senatore Raffaele Cappelli, il quale nell’avviare la trasformazione agraria in Puglia, sostenne il progetto del genetista.. Trovò subito un largo impiego nella produzione della pasta e soppiantò le altre varietà di grano duro autoctone. sino ad allora coltivate. Ibridata dallo stesso Strampelli negli anni 20 del secolo scorso fu la varietà Ardito, largamente impiegata in quella che sarebbe poi passata alla storia come la “battaglia del grano”.

Meno fortunate, a causa della loro estinzione, sono state le biodiversità di mais di Sezze, come  il granturco Agostano (raccolto in agosto) detto anche Mondraone, quello delle paludi alte Spadone, che si raccoglieva in settembre – ottobre e quello delle paludi basse a raccolta novembre- dicembre chiamato La Befana. Se i nostri antenati non avessero selezionato queste varietà a raccolta differenziata e capaci di adattarsi all’acqua stagnante della palude, probabilmente non avrebbero potuto sfamare la famiglia. Quasi sempre il granturco di palude, quello che maggiormente si prestava per la gioia dei bambini a fare le signòre (il popcorn sezzese), veniva raccolto e trasportato su speciali imbarcazioni chiamate sandali, costruite in loco per navigare in palude. Ancora oggi nel campo di Sezze esiste la Via Sandalara che ricorda il luogo dove approdavano e venivano costruite queste imbarcazioni, sito in prossimità delle delle terre a lù ìrto (terre alte).

Non tutti i chicchi di mais, scoppiettando in padella o accanto alla brace diventavano signòre, ve n’era una parte, peraltro assai contenuta, che bruciacchiava ed anneriva ma che veniva ugualmente consumata e che in dialetto chiamavano i pezzènghi (pezzenti), ovvero l’opposto delle pompose signòre. Erano i tempi in cui poche famiglie di signùri dominavano il paese e le differenze sociali erano assai evidenti, anche nel modo di vestire.

Oggi .le coltivazioni intensive dei cereali hanno ridotto le produzioni a due o tre varietà, che producono quattro - cinque volte di più dei grani antichi, inondando però il mercato solo di queste specie, quelle su cui si sperimentano gli OGM, quelle per le quali si  brevettano i semi, rompendo antichi sistemi di coltivazione, il legame con la terra e distruggendo la cosiddetta biodiversità”, cioè quelle varietà che crescevano adattandosi alle terre e ai climi, in grado quindi di sfamare paesi, comunità, città intere, perché in armonia con la natura di quei luoghi.

L’armonia con la natura è un fatto importante perché noi stessi ne facciamo parte e non dobbiamo influire su di essa. Un esempio: dopo lo tsunami del 2004 che interessò la costa orientale dell’India, il mare, ritirandosi, aveva salato tutte le risaie per migliaia e migliaia di ettari. Era impossibile coltivarle. I contadini hanno però scoperto che esisteva una varietà di riso resistente al sale, l’hanno piantata ed hanno salvato i raccolti.

Noi, di fronte a un problema come questo pensiamo subito alla scienza, agli OGM, invece la sapienza contadina sapeva che al problema esisteva già il rimedio.

Si conserva memoria che nei secoli passati si coltivava a Sezze nelle zone aride collinari una varietà di mais selezionata dai contadini locali, caratterizzata da piante molto basse, di scarsa resa ma con il vantaggio di fruttificare anche in assenza di precipitazioni, contribuendo a sfamare la popolazione in un’agricoltura di sussistenza.

Sono i magazzini della memoria, o meglio i granai della memoria quelli che conoscono la terra e sanno tradizionalmente cos’è la biodiversità, nata proprio per sfamare l’umanità in tutta sicurezza. 

Sezze è ricca di biodiversità, sicuramente più di altri paesi, tra queste eccellono i carciofi e i broccoletti. Non è a caso che nel suo emblema campeggia la cornucopia con la scritta Setia plena bonis….

Ma invece di aumentare, la biodiversità diminuisce progressivamente in tutto il mondo. In un secolo, secondo Slow Food, si sono estinte oltre 300.000 varietà vegetali e continuano a estinguersi al ritmo di una ogni sei ore. LEuropa ha perso l’80% e gli USA il 93% delle proprie diverse qualità vegetali ed animali, e sulla terra si è già estinto o è in via di estinzione 1/3 delle razze autoctone bovine, ovine e suine e ci si nutre per il 95% solo con una trentina di varietà vegetali ed animali.

Ancora oggi, a fronte di una popolazione mondiale che sfiora gli 8 miliardi, esistono un miliardo di persone che soffrono di denutrizione e di fame.

E’ vero che la popolazione del pianeta rispetto a 50 anni fa è più che raddoppiata, ma è pur vero che l’agricoltura intensiva e chimica non ha risolto i problemi dell’umanità, ha sfamato il pianeta solo in parte e soprattutto lo ha inquinato, ha cancellato identità culturali di interi popoli e ha drasticamente ridotto la diversità, che comunque rimane un pilastro forte, anche se spesso vilipesa e non tenuta nella giusta considerazione.

Rafforzare la biodiversità non significa tornare ad un’economia residuale ma ad una macroeconomia. Tante economie piccole, con molte persone che partecipano, che lavorano, che spendono il loro tempo, che ci mettono passione, realizzano una macroeconomia di proporzioni straordinarie.

La biodiversità, oltre ad essere una risorsa per molte comunità del mondo, allarga il numero di vitamine e proteine disponibili, affiancando quelle più diffuse e conosciute, diventando alternativa valida alle coltivazioni intensive delle solite produzioni alimentari.

Se saldiamo la biodiversità al recupero delle tradizioni e dei granai della memoria contadina, alla scienza e alla tecnologia rispettosa della natura, ad una più equa distribuzione delle risorse alimentari e perché no, al gusto riscoperto dei prodotti, si potrà salvare il pianeta dall’inquinamento e dalla fame.


Sezze, 6 aprile 2020

L'agricoltura risorsa strategica nazionale
La globalizzazione dei mercati, tanto cara alle multinazionali, che sembrava fino all’altro giorno un processo irreversibile dell’economia, che trattava il cibo come una merce qualsiasi, sta rivelando tutte le sue drammatiche criticità . L’allarme provocato dal Coronavirus interrompendo le catene di commercio di tutto il mondo, sta facendo esplodere dopo l’irreperibilità delle mascherine i timori di una crisi alimentare planetaria e scatenato in tutte le nazioni una corsa all’accaparramento dei beni di prima necessità.

In controtendenza con il crollo dei mercati finanziari, la corsa a beni essenziali sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole e conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico del cibo. 
Il prezzo internazionale del grano, nell’ultima settimana di marzo, ha fatto registrare un aumento del 6% alla borsa merci di Chicago con la Russia che ha deciso di limitare le esportazioni dopo che le quotazioni del grano hanno superato quello del petrolio degli Urali. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti alla fine di marzo sull’andamento del Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole, che secondo gli esperti continueranno a crescere.
Una preoccupazione mondiale che ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo essere diventata la maggior esportatrice al mondo, mentre il Kazakistan, uno dei maggiori venditori di grano, ha addirittura vietato le esportazioni del prodotto, influenzando di fatto le aziende che si affidano alle forniture kazake per la produzione di pane. La Serbia ha interrotto il flusso del suo olio di girasole, ma anche il manzo all'ingrosso degli Stati Uniti è salito ai massimi dal 2015 e i prezzi delle uova sono più alti.Si tratta di scelte che dimostrano come i governi si stiano concentrando sull'approvvigionamento alimentare delle proprie popolazioni mentre il virus interrompe le catene di commercio di tutto il mondo facendo esplodere itimori di una crisi alimentare planetaria.
L’aumento del grano che è il prodotto simbolo dei Paesi occidentali è infatti solo la punta dell’iceberg ma le tensioni si registrano anche per il riso del Vietnam che ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione, mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi da sette anni a questa parte.In aumento anche il prezzo della soia, il prodotto agricolo tra i più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti e la Cina che è la più grande consumatrice mondiale perché costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame, in forte espansione con i consumi di carne. I Paesi iniziano a fare conserve di alimenti, minando il commercio globale e la possibilità di approvvigionamento oltre i confini nazionali di ogni singolo Stato produttore.Esiste una tendenza all’accaparramento che è confermata anche in Italia, dove nell’ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina ma sono saliti del 47 % quelli di riso bianco e del 42% quelle di pasta di semola, secondo una analisi della Coldiretti su dati IRI del 22 marzo. 

Non sono solo i consumatori e gli acquirenti di generi alimentari di tutto il mondo che stanno riempiendo le dispense, ma sempre più governi si stanno muovendo per garantire l'approvvigionamento alimentare nazionale per affrontare la pandemia da conoravirus. 

È noto infatti come l’aumento del prezzo del pane sia sempre stato una delle cause principali di disordini e instabilità. Senza l'approvvigionamento alimentare, ogni società è destinata a sfaldarsi.In uno scenario di questo tipo l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale. Secondo Coldiretti, ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti virtuosi di filiera, con accordi che valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti.

Oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben cinque chili di grano tenero per potersi permettere un caffè al bar e per questo nell’ultimo decennio è scomparso un campo di grano su cinque, con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente. Il grano resta tuttavia la coltivazione più diffusa in Italia e la Coldiretti sottolinea come la produzione potrebbe notevolmente aumentare per puntare all’autosufficienza con una adeguata remunerazione della produzione nelle aree interne e in quelle incolte, che sono in attesa di una improbabile vendita e dove invece sarebbe importante intervenire per combattere lo spopolamento ed il degrado ambientale. Le rese del grano ad ettaro, grazie al progresso scientifico e tecnologico sono più che raddoppiate rispetto a quarant’anni fa.

L’Italia è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta ma forte è l’importazione dall’estero (pari a circa 30% del fabbisogno) giunti dopo gli accordi europei Ceta dal Canada, dove non vengono rispettate le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese, a partire dall’utilizzo dell’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale, dove la maturazione avviene grazie al sole. Il raccolto di grano duro è più che sufficiente per garantire la pasta agli italiani, ma viene integrato con le importazioni, visto che la metà della pasta prodotta è destinata all’export, ora in difficoltà per l’emergenza Coronavirus. Sono indizi significativi di un'ondata di "nazionalismo alimentare" che interromperà le catene di approvvigionamento e i flussi commerciali del mercato globale e tutto ciò che possiamo prevedere è che il blocco peggiorerà, come riporta Bloomberg, l’agenzia di stampa internazionale con sede a New York tra le più note al mondo. Sebbene le scorte siano ampie, gli ostacoli logistici stanno rendendo arduo garantire l'approvvigionamento e monitorare il controllo dei prezzi. 
Il mercato globale con i suoi trattati internazionali di libero scambio spesso capestro (leggi Ceta, Mercosur, Jefta, TTP) si sta rivelando il peggiore nemico della sopravvivenza alimentare. 
Se i governi non cooperano per garantire una fornitura globale, se stanno solo mettendo le loro nazioni al primo posto, si può finire in una situazione in cui le cose peggioreranno, come riporta sempre Bloomberg, prevedendo un rapido aumento nei prossimi mesi. In un documento FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, si legge che quando i governi adottano approcci nazionalistici, rischiano di interrompere un sistema internazionale che è diventato sempre più interconnesso negli ultimi decenni e che le interruzioni alle frontiere e nelle catene di approvvigionamento possono causare una reazione nel sistema alimentare con effetti potenzialmente disastrosi. 

E la storia ci insegna come le conseguenze possono essere gravi.In conclusione: se saltano le filiere tradizionali, il governo italiano deve assolutamente avere già organizzato un piano per assicurare rifornimenti. In caso contrario, sarebbe già troppo tardi. È urgente e indispensabile un controllo totale sulla capacità italiana di garantire la filiera agroalimentare e soddisfare le richieste basi di 56 milioni di persone. È lo Sato che deve indirizzare la produzione anche con scelte drastiche. Anche se l'Italia dovesse vincere prima di molti altri Stati questa sfida pandemica, il resto del mondo continuerà molto probabilmente a chiudere le frontiere e il panico genererà ulteriori strozzature nella global chain e nella filiera agro-alimentare globale. La risposta non può che essere quella di una seria pianificazione di autosufficienza e di sovranità alimentare.


Sezze, 21 febbraio 2020

Salviamo l'agricoltura italiana e la nostra salute

Una volta si importavano dall’Africa solo banane, ora agrumi e pomodori dal Marocco, altri agrumi e cipolle dall’Egitto senza contare il riso del Vietnam, le nocciole dell’Arzebajan e molte altre tipologie di prodotti dai Paesi extra UE, tutti rigorosamente a dazio zero.

Esiste dunque una vera e propria invasione di prodotti stranieri a discapito di quelli italiani che creano un danno enorme sia alla produzione interna che all’esportazione. Senza considerare gli immancabili riflessi sulla salute, considerata la presenza di alfatossine cancerogene e di residui di pesticidi, che da noi sono stati banditi da decenni.

A questo bisogna aggiungere altre emergenze: il ricorrente maltempo (dovuto anche ai cambiamenti climatici e all’inquinamento) la cimice asiatica ed altri insetti di importazione che stanno devastando il territorio.

I geniali politici seduti al governo hanno ratificato l’arcifamoso trattato ‘tossico’ con il Canada, il “CETA”, che stando alla denuncia di Coldiretti, fa aumentare di oltre 11 volte le quantità di grano importate in Italia dal Canada (per di più fatto essiccare ante raccolta con irrorazioni del famigerato gliphosate).

L’accordo commerciale CETA ha dunque contenuti decisamente contrari, per non dire nemici, dell’Italia e del Sud in particolare. Di certo non vanno meglio gli altri accordi con altri Paesi extra UE.

Tutti questi accordi giovano alle multinazionali del settore e alle GDO, ma sono deleteri per la nostra nazione e vanno a totale danno dell’agricoltura e più in generale dell’economia e della salute dei consumatori. Sono più le aziende agricole che chiudono, di quelle che nascono e in tre mesi più di tredicimila aziende agricole hanno cessato la loro attività, facendo perdere 3.600 posti di lavoro. Non dimentichiamoci delle parole del grande Pasolini che in uno dei suoi Scritti corsari afferma che il giorno in cui questo paese perderà contadini e artigiani non avrà più storia.

Accade così che, virus permettendo, in futuro mangeremo sempre più prodotti che arrivano da fuori (dove si usano pesticidi in modo sregolato) e sempre meno prodotti sani e nostrani. E pensare che la nostra dieta mediterranea è stata riconosciuta patrimonio dell’Unesco per le sue qualità salutistiche! Lo dimostra il falso made in Italy nel mondo, che da fonti Coldiretti ha superato la ragguardevole cifra di cento miliardi di euro, cioè un valore pari a quattro finanziarie.

Arancia rossa dell’Etna, introvabile dalle nostre parti


Sezze, 25 novembre 2019

Maltempo a Sezze, agricoltura in ginocchio
I carciofi, i broccoletti di Sezze e tutti i tipi di ortaggi sono stati gravemente danneggiati, le serre e i capannoni allagati con trattori e macchine agricole pericolosamente immersi nell’acqua rigonfia di fango, le olive abbattute a terra e la produzione compromessa. Questo il triste bilancio delle piogge incessanti di questo mese di novembre, ma a preoccupare è anche l’impossibilita delle semine autunnali di grano ed ortaggi. 
Gli agricoltori non riescono neppure a entrare nei campi per effettuare le necessarie operazioni colturali, mentre dove si è già seminato nello scorso ottobre, i germogli e le piantine soffocano per troppa acqua. Se il maltempo dovesse proseguire sarebbe impossibile ultimare le semine, con il conseguente azzeramento di buona parte dei raccolti, con criticità nell’approvvigionamento degli ortaggi, che saranno maggiormente evidenti già nel prossimo dicembre, soprattutto in concomitanza delle feste natalizie e dei successivi mesi invernali. 
Anche l’apparato radicale dei carciofi è rimasto danneggiato e questo si tradurrà in un ritardo della produzione, come già avvenuto nello scorso anno. Una criticità questa che purtroppo si sta verificando con maggiore frequenza e che non fa dormire sonni tranquilli ai nostri agricoltori. 
Non è vero, come asseriscono i media, che gli agricoltori saranno risarciti. Sono quasi vent’anni che il Ministero delle Politiche Agricole, d’intesa con le Regioni, interviene con un contributo pubblico sui premi assicurativi delle colture e delle strutture agricole (legge 102/2004). 

Nonostante l’intervento pubblico però, i premi assicurativi delle produzioni agricole, seppure agevolati, finiscono per annullare quasi del tutto i già magri guadagni del settore, ragion per cui, nella stragrande maggioranza dei casi, gli agricoltori preferiscono il rischio all’assicurazione. Per di più, di fronte a fenomeni estremi sempre più frequenti, le compagnie di assicurazioni alzano i premi e l’intervento statale non riesce più a mitigarli nella giusta misura. 


Sezze, 16 giugno 2019
Il ritorno alla campagna

Tornare a vivere in campagna è il sogno bucolico di tutti, c’è l’aria buona, il contatto con la natura e gli animali, c’è la terra da coltivare oppure un piccolo orto. Magari è l’occasione per mettere a frutto quel pezzettino di terra di famiglia ereditato dai nonni, di utilizzare le nuove conoscenze, i nuovi strumenti digitali per restare a contatto con il mondo e coltivare bio.

I numeri sembrano avallare ed incoraggiare questo indirizzo, il ritorno alla campagna è un dato ormai affermato, è qualcosa di più di un piccolo fenomeno, è una vera tendenza.

Secondo dati Istat e studi di Coldiretti, il Pil agricolo nello scorso anno si è attestato al 3,6%, in netta controtendenza rispetto ad altri settori, ma non è tutto oro quello che luce perché a prosperare sono i grandi, mentre i piccoli faticano, arrancano, boccheggiano e spesso purtroppo si arrendono.

Ogni anno in Italia chiudono 60.000 aziende agricole e a strangolarle non sono i cambiamenti climatici, che pure fanno la loro parte.

A uccidere le piccole aziende e a soffocare la passione di decine di migliaia di piccoli produttori, oltre alla guerra dei prezzi (per cui a volte non conviene nemmeno raccogliere ciò che si è prodotto) è un coacervo di leggi e leggine, spesso in contrasto tra loro, difficili da capire, vessatorie.

Potrei raccontare numerose esperienze, ma preferisco le testimonianze di Susanna Tamaro, riportate nel libro “Noi e lo Stato, siamo ancora sudditi” a cura di Serena Sileoni, dove la famosa scrittrice racconta le esperienze di varie persone a dimostrazione della sconfortante tesi secondo cui noi italiani, in realtà fatichiamo a diventare dei cittadini a tutti gli effetti, perché in realtà siamo ancora sudditi di uno Stato vessatorio.

La Tamaro, dopo il successo del best seller “Va dove ti porta il cuore” si ritirò in campagna per mettere le ali al suo sogno di ritornare alla terra, alla riscoperta dell’autenticità del rapporto con le stagioni e per cucinare i propri prodotti. Cominciò a ristrutturare una cascina che aveva acquistato e pensò, nel pieno rispetto dell’ambiente di dotarla di un impianto fotovoltaico. La scrittrice si è divertita a pesare i documenti che le sono stati necessari per avere tutte le autorizzazioni: ben 2 chili di scartoffie. Ma come, non fanno che ripeterci che l’energia fotovoltaica è l’energia del futuro, che addirittura ci sono sgravi fiscali e invece per arrivare alla meta si deve affrontare un percorso ad ostacoli di questo genere!

Ma perché, per quale motivo, si chiede la scrittrice, un produttore deve fare attenzione che le sue zucchine non siano più lunghe di 13 centimetri, altrimenti sono illegali secondo le normative europee?

Per quale motivo un grappolo di ribes deve avere almeno 12 chicchi, altrimenti non può essere immesso sul mercato secondo le regole comunitarie? Qual è il senso?

Ed i controlli degli ispettori del lavoro e dell’Inps? In generale i controlli sono una garanzia per i consumatori e anche per gli stessi agricoltori, dal momento che li preservano dalla concorrenza sleale e dal lavoro nero, ma spesso, come recita un vecchio proverbio, l’eccesso di cure ammazza il cavallo, e così la selva di norme finisce per strangolare proprio coloro che dovrebbe proteggere.

Susanna Tamaro racconta un po' di storie che la riguardano da vicino, ma chiunque coltiva un fazzoletto di terra ne potrebbe raccontare delle altre.

Dunque, lo scorso anno, la vendemmia di un suo conoscente è stata interrotta dalla visita degli ispettori dell’Inps. Il lavoro degli ispettori è un lavoro encomiabile, nobile se vogliamo, a loro spetta la verifica dell’esistenza di violazione delle norme, che specie nel mondo agricolo possono nascondere la schiavitù del caporalato. In quel caso però nella vigna non c’era niente del genere, c’erano 13 operai al lavoro regolarmente registrati, mancava il quattordicesimo, anch’egli registrato. E’ malato, ha la febbe, sta a casa fu la motivazione dell’azienda. Questa cosa però insospettisce gli ispettori che decidono di fare un accertamento, dunque vendemmia sospesa. Scottato da quella esperienza, il vignaiolo l’anno successivo compra una macchina vendemmiatrice e lascia a casa i quattordici stagionali.

A Susanna Tamaro è stato chiesto, ad esempio, il passaporto per i quattro asini che aveva nella fattoria. Infatti, in questo Paese, c’è stato un periodo in cui veniva chiesto il passaporto per i ronzini, lei non lo sapeva, ne aveva quattro e a tremila euro di multa a capo dovette sborsare ben dodicimila euro. Due anni dopo il ridicolo balzello fu cancellato.

La testimonianza della scrittrice si conclude con una storia capitata ad una sua vicina che aiuta il marito in un’azienda che alleva bovini da carne e produce cereali, con annesso un piccolo agriturismo. Fu proprio mentre puliva una stanza in attesa degli ospiti che le piombano addosso i controllori dell’Inps. A che titolo lei lavora in questa casa, le chiedono ? Veramente sono la proprietaria, risponde la donna.

 - Non è vero, contestano gli ispettori, la casa è intestata a suo marito.

E’ vero, dice la donna, ma siamo sposati da quarant’anni.

Ma lei non ha il contratto di lavoro, ribattono gli ispettori.

Ma sono la moglie! fu la flebile risposta della signora -.

Niente da fare, la scelta era tra pagare 20.000 euro di multa o iscriversi all’Inps, nonostante i sessant’anni di età.

Gabelle, tasse, multe kafkiane, come si fa sostenere l’impresa, a incentivare gli investimenti, se lo stesso Stato che li promuove ci aspetta poi dietro la porta con la mannaia in mano?

Non sarà anche per questo che Marcello Marchesi si chiedeva: “perché denunciare il reddito dopo il bene che vi ha fatto?”


Sezze, 2 aprile 2019
I carciofi e i cambiamenti climatici
Siamo la prima generazione ad avere un’idea chiara dell’impatto dei cambiamenti climatici, avverte il WWF, ma siamo anche l’ultima che può salvare il pianeta. 

I cambiamenti climatici sono già in atto e possono sconvolgere nei prossimi decenni il mondo dell’agricoltura. Lo stiamo toccando con mano con i carciofi della campagna in corso: hanno subito al loro impianto un’estate torrida con temperature oltre le medie del periodo, poi il disastro della tromba d’aria di fine ottobre, quindi i fenomeni estremi delle piogge alluvionali dei mesi successivi che ne hanno gravemente compromesso l’apparato radicale. I geli dell’inizio dell’anno, che pure rientrano nella normalità, hanno fatto il resto, la coltura è in ritardo e la produzione si manterrà scarsa fino a Pasqua, cioè sino al 21 aprile, quando dovrebbe essere quasi ultimata.
Non sono però solo i carciofi a subire le conseguenze dei fenomeni estremi dovuti ai cambiamenti climatici, uno studio commissionato dal WWF avverte che tra cinquant’anni la produzione di grano diminuirà del 20%, la soia del 40% ed il mais sarà addirittura dimezzato. Grave sarà l’impatto sulla produzione del vino che potrebbe diminuire dell’85%. Infatti l’innalzamento delle temperature cambierà i tempi ed i processi di maturazione dell’uva.
L’agricoltura dovrà fronteggiare una serie di sfide, delle quali la prima è quella dell’acqua. Occorrerà imparare ad usarla meglio già da subito, in quanto scarseggerà per lunghi periodi e sarà eccessiva e rovinosa in altre fasi dell’anno. 

Si dovrà tentare di ripescare dall’agrobiodiversità le specie coltivabili che abbiamo perso l’abitudine di coltivare, perché sono più rustiche e resistenti anche se meno produttive, ma che potrebbero affrontare meglio le sfide del cambiamento climatico.


Sezze, 15 dicembre 2018
"I gobbi"
Quando si parla di gobbi, la letteratura agraria rimanda al cardo (Cynara Cardunculus astilis) una pianta molto simile al carciofo, che a Sezze lo surroga nella produzione di coste, impiegate in cucina con le stesse modalità del cardo.
Il carciofo infatti è una pianta da rizoma che con la crescita sviluppa alla base della pianta madre, piccole altre piante di carciofo, i cardini, che bisogna cavare per evitare competizioni con la pianta madre ed ottenere una buona produzione .
Con questa operazione di scardinatura si ottengono i cardini, che se muniti di radichetta possono essere reimpiantati per ricostituire eventuali fallanze nella carciofaia , oppure utilizzati per fini alimentari allo stesso modo di quelli senza radichetta. In questo caso prendono il nome di gobbi e sono molto ricercati nella cucina tradizionale sezzese.
I gobbi più teneri, si raccolgono alla seconda scardinatura, da Novembre a Gennaio.

Gobbi ottenuti alla base della pianta madre del carciofo di Sezze
Dal punto di vista terapeutico, i gobbi hanno le stesse qualità del carciofo. La cinarina favorisce la secrezione biliare, la diuresi e regolarizza le funzioni intestinali. Vitamina B1, C, ferro, tannino e glicidi completano il quadro, rivelandolo particolarmente indicato per chi soffre di disturbi clorotici, diabetici ed epatici.
Per cucinare i gobbi secondo la tradizione sezzese

Due ricette di Maria Agnese Giordani

Gobbi al forno
Ingredienti per due persone: un fascetto di gobbi (kg. 1,1- 1,2 ca) di carciofi di Sezze; farina dell’Agro Pontino; olio extravergine di oliva e sale q.b.
Procedimento: Lavare le coste una ad una e pulirle dalle foglioline lasciando solo la parte carnosa; se le coste sono troppe lunghe tagliarle a metà; bollire in acqua per circa 5 minuti con aggiunta di sale; una volta raffreddate impastare con farina; disporle in un contenitore ad un solo strato; condire con olio extra vergine di oliva, e cuocere nel forno a 180°C. finchè non sono ben rosolati. 
Gobbi fritti dorati
Ingredienti x 2 pesone: un fascetto di gobbi (kg 1,1 - 1,2 c.a.) di carciofi di Sezze; farina dell’Agro Pontino; 3 uova; olio, meglio se extravergine di oliva, sale q.b.
Procedimento: Prima di ogni cosa occorre preparare una pastella composta da farina, 1-2 uova, sale q.b, lievito di birra e metterla a crescere per circa due ore. Lavare le coste dei gobbi una ad una e pulirle dalle foglioline lasciando solo la parte carnosa; tagliarle a pezzi di circa 7 cm e bollire per 5 minuti. Fate raffreddare e passateli nella pastella, friggeteli fino a farli dorare. Metteteli su carta per togliere l’olio in eccesso e servite caldi….

Raccolta dei gobbi in un campo di carciofi.  Nella foto Salvatore Santucci


Sezze, 13 dicembre 2018
Manovra, serve autorevolezza nel confronto con la Ue

Serve decisione e autorevolezza nel confronto in Europa sulla manovra per non indebolire l’Italia in una fase delicata del futuro dell’Unione Europea con le scelte sul bilancio comunitario dal quale dipenderanno molte delle opportunità di sviluppo per il Paese fino al 2027. Un nuovo protagonismo in Europa è necessario per cambiare una situazione in cui l’ultima relazione della Corte dei Conti ha evidenziato come l’Italia sia contributore netto del bilancio Ue con un disavanzo di 4,4 miliardi nel 2016, che diventano 37,7 miliardi di euro se si prende in esame il periodo 2010-2016. In sostanza l’Italia paga 15,7 miliardi l’anno ma ne riceve indietro solo il 72%.Il nostro Paese si deve battere contro ulteriori tagli nel nuovo bilancio europeo a carico della Politica agricola comune (Pac) che aggraverebbe la condizione di pagatore netto. 

A pagare il conto della Brexit non deve essere l’agricoltura che è un settore chiave per vincere le nuove sfide che l’Unione deve affrontare, dai cambiamenti climatici all’immigrazione, alla sicurezza. C’è l’esigenza di “riequilibrare” invece la spesa facendo in modo che la Pac possa recuperare con forza anche il suo antico ruolo di sostegno ai redditi e all’occupazione agricola per salvaguardare un settore strategico per la sicurezza e la sovranità alimentare e per contribuire alla crescita dell’intera economia europea.Per sostenere le imprese occorre anche metter mano ai ritardi strutturali del nostro Paese che frenano la competitività e per questo servono trasporti merci efficienti, considerato che oggi ben l’86% avviene su gomma rispetto alla media europea del 76%, con effetti sui costi, sull’inquinamento ambientale e sul consumo di suolo che ha raggiunto livelli insostenibili di 2 metri quadrati al secondo nel 2017. L’Italia ha bisogno pero’ anche e soprattutto di reti immateriali valorizzando l’impegno sul piano economico di sostegno alle esportazioni Made in Italy delle Ambasciate italiane all’estero in sinergia con l’Ice.
Il rapporto con l’Europa nell’agroalimentare si gioca anche sul piano della trasparenza delle informazioni ai consumatori con un atteggiamento incerto e contradditorio dell’Unione Europea che obbliga a indicare l’origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per i salumi, per la frutta fresca ma non per i succhi e le marmellate, per il miele ma non per lo zucchero. In questo contesto l’Italia che è leader europeo nella sicurezza alimentare ha la responsabilità di svolgere un ruolo di leader nelle politiche comunitarie a tutela della qualità a difesa dei produttori e dei consumatori. Una necessità per sostenere la crescita del Made in Italy agroalimentare sulle tavole straniere, dove nel 2018 si è registrato il record storico con un aumento del 3% dopo il valore di 41,03 miliardi del 2017. Ma a crescere è purtroppo è anche il falso made in italy agroalimentare, che vale 100 miliardi di euro in forte aumento rispetto ai 60 miliardi di cinque anni fa, anche sotto la spinta degli accordi di libero scambio come il Ceta tra Unione Europea e Canada, che ha di fatto legittimato il falso Made in Italy e che giustamente il Governo ha scelto di non ratificare.


Sezze, 23 settembre 2018
Arriva il Villaggio
Coldiretti

Arriva il villaggio degli agricoltori Coldiretti: un'occasione unica per vivere da vicino, nel cuore della città, la grande bellezza delle nostre campagne. Un’occasione per grandi e piccini, per vivere in città un giorno da contadino, nella stalla con gli animali della fattoria, sui trattori, nell’agriasilo, nell’orto con le verdure di stagione, ma anche per arrivare a scoprire i trucchi di bellezza delle nonne con l’agricosmetica, gustare le ricette tradizionali dei cuochi contadini o acquistare direttamente dagli agricoltori esclusivi souvenir. E se tutto questo non bastasse è inoltre l’unico posto al mondo dove tutti possono fare un’esperienza da veri gourmet con il miglior cibo italiano grazie agli appetitosi menù preparati dagli agrichef Campagna Amica.


Sezze, 5 giugno 2018
Cibi del passato...

Mi viene da dire che la lettura di questa nota dovrebbe essere riservata ad un pubblico adulto, tanta è la repulsione di chi non ha superato da un bel pezzo gli “anta”e non ha avuto modo di conoscere ed apprezzare alcune tipicità della nostra cucina! 
Ma se pensiamo che dall’inizio di quest’anno giungono dall’oriente, nei banchi dei supermercati, confezioni di vermi e scarafaggi pronti all’uso, in confezioni famiglia da friggere in padella, ecco che raccontare di quelle “schifezze” nostrane, diventa molto più facile. Ma non si dica però che questi insetti sono il cibo del futuro o un ingrediente esotico, perché a Sezze c’è ancora chi ricorda quando nei granai si ponevano a stagionare le forme di pecorino sotto il grano, con lo scopo di favorirne i vermi, che trasformavano il formaggio in una sorta di crema dal sapore leggermente piccante.
Ogni popolo della Terra ha quindi avuto nel passato una propria alimentazione, strettamente legata alle risorse disponibili nel proprio territorio. Anche il palato ha dovuto adattarsi alle diverse realtà territoriali e a preferire alcuni sapori piuttosto che altri; infatti il gusto del buono e del cattivo non sono una caratteristica innata nell’uomo ma si è sviluppato secondo le risorse disponibili.
Così, mentre inorridiamo al solo pensiero che alcuni popoli si possano alimentare con carne di serpente o di cane, oppure di insetti e scarafaggi, per questi invece è del tutto normale considerare il proprio cibo delle autentiche prelibatezze, da proporre sul mercato globale al resto del mondo.
Uno dei piatti tipici della cucina di Sezze, che però non possiamo più proporre, erano i ranocchi (rane), cotti al forno a legna alla “stagnarola” impastati con farina e con passata di pomodoro, allo stesso modo di alcuni pesci. 

I ranocchi erano un piatto estivo perché, per rispettarne la riproduzione, non dovevano essere assolutamente pescati nei mesi con la “r” (febbraio, marzo, aprile, settembre, ecc.) nonostante la palude ne fornisse in quantità pressoché illimitata.
E come contorno? Approfittando del forno acceso, niente di meglio di una stagna di pomodori, cipolle o patate novelle, tutto naturalmente di produzione propria, a chilometri zero, al massimo dalle regioni limitrofe. Bei tempi, quando non c’era bisogno dell’etichetta di origine! La globalizzazione dei mercati era ancora lontana, ed i furti di identità dei prodotti agricoli inesistenti. 
C’era poi il brodino di rana, alimento delicato e altamente digeribile, raccomandato ai bambini e agli adulti che avevano necessità di mangiare “leggero”. 
Oggi le rane, quelle che San Lidano miracolosamente azzittiva nei canali attigui al Monastero di S. Cecilia, quelle che a Foro Appio, secondo il racconto di Orazio, impedivano il sonno ai viandanti romani e davano luogo nella palude ad una fiorente economia, insieme a pesci e cacciagione, sono una specie protetta in via di estinzione e non si odono più gracidare nei canali come in un concerto. Di essi resta oggi solo qualche sparuto solista.
Ma nella civiltà contadina, cui tutti affondiamo le radici, non si sprecava nulla. Il sangue della macellazione del pollame, dei suini, degli ovi-caprini e dei bovini, che oggi ha dei costi per lo smaltimento, per millenni è stato invece utilizzato nell’alimentazione umana e considerato una benedizione di Dio, come il pane.
Il sangue dei polli o delle anatre, essendo di quantità modesta si consumava subito, a pranzo o a cena fritto al tegame, allo stesso modo delle uova, con un po' di olio, un po’ di sale e pezzettini di cipolla.
Con il sangue del maiale si facevano i sanguinacci, una vera golosità. Il sangue si raccoglieva in un sinnolòne (grosso catino di coccio smaltato) e mescolato prima che si rapprendesse, a zucchero, uva passa, qualche candìto di bucce di arancia o di limone, quindi versato nelle budella più grandi dell’animale, allo stesso modo degli altri insaccati. Le budella più piccole erano riservate alle salcicce e se non erano sufficienti bastava recarsi nelle botteghe di generi alimentari ed acquistare quelle sottosale. 
Il sanguinaccio, così preparato, si portava ad ebollizione in un pentolone e poi a completa cottura a fuoco lento e si poteva consumare subito, a fette, con un pò di pane come tutti gli altri insaccati. Il più delle volte veniva riposto nell’arcone e consumato entro una decina di giorni, fritto al tegame con un po' di olio. Diventava una vera golosità da pasticceria, molto gradita ai ragazzi.
Il sangue degli altri animali, ovini e bovini, opportunamente lavorato con sale ed altre spezie veniva fatto rapprendere in forme, come il formaggio, quindi bollito. Si conservava per diversi giorni e si consumava dopo averlo fatto friggere a piccole fette nel tegame, sempre accompagnato dalla immancabile cipolla.
La tradizione è scomparsa con la fine della civiltà contadina, da quando cioè gli animali non scorazzano più nell’aia. Allora venivano mattati con metodi barbari, il maiale, ad esempio, si portava fuori dal recinto (mandriglio) non con un guinzaglio come un cagnolino, ma con un gancio alla gola e poi trafitto al cuore con un grosso coltello, Oggi i tempi sono cambiati: si allevano a centinaia in batteria, reclusi in pochissimo spazio, come macchine da carne, secondo le norme europee del “ benessere animale”. Escono solo per essere avviati alla macellazione in centri specializzati ed attrezzati con tutti gli accorgimenti igienici, sempre secondo quelle norme europee costruite per il loro “benessere”. 
La pietà umana, ha fatto si che alcuni diventassero vegani. Ma fino a quando? Osservando quanto avviene in natura, nessuno può mettere in dubbio che si compone da prede e da predatori e che il pesce grande mangia quello più piccolo. L’uomo non fa eccezione, oltretutto il suo organismo per stare bene, ha bisogno di proteine di origine animale. Dura lex sed lex …anche in natura.


Sezze, 20 maggio 2018
Sovranità alimentare ed etichetta d’origine, ecco il contratto Lega-M5S

Sovranità alimentare per l'agricoltura, etichettatura di origine obbligatoria, riforma della Pac, nuovo approccio nei trattati di libero scambio, voucher e stop sanzioni Russia. Sono i punti chiave della “parte agricola” della bozza di Contratto gialloverde, l’accordo programmatico che dovrebbe fungere da base per il nuovo Governo a guida Lega-M5S, divulgato dall'Huffington post.

Nel documento si ricorda che il settore primario è “uno dei più promettenti dell’economia” anche se è da tempo “impegnato a sopravvivere alla competizione globale dei mercati”. L’obiettivo è dunque “una nuova presenza a Bruxelles per riformare la Pac”, integrando le “misure di sostegno, specie quelle dello sviluppo rurale con interventi per realizzare obiettivi di interesse generale quali la tutela del paesaggio, la difesa degli assetti idrogeologici, la sicurezza alimentare”.

Il contratto gialloverde impegna dunque a “difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del made in Italy” condizionando le scelte all’interno della prossima riforma della Politica agricola comune, anche mettendo in campo strumenti per garantire trasparenza ed efficienza nell'erogazione dei fondi Pac da parte delle Regioni.

E’ inoltre prioritario, per Lega-M5S adottare un sistema di etichettatura d’origine corretto e trasparente che garantisca una maggiore tutela dei consumatori.

Altro punto forte del contratto è un “nuovo approccio europeo nei trattati di libero scambio con i paesi terzi”, che dovranno essere ratificati dagli Stati membri ed esaminati dai parlamenti nazionali.

Ma un pilastro dell’azione del prossimo governo sarà anche “la riforma dell’Agenzia nazionale per le erogazioni in agricoltura (Agea) e del Siam il Sistema informativo unificato di servizi”. Ma il contratto gialloverde prevede altri temi di interesse agricolo, a partire dal capitolo sul ritiro delle sanzioni alla Russia, che hanno causato l’embargo di Putin sui prodotto agroalimentari europei, compresi quelli italiani.

In agenda anche il ritorno dei voucher lavoro, nati per il settore agricolo, la cui cancellazione “ha creato non pochi disagi ai tanti settori per i quali questo mezzo di pagamento rappresenta uno strumento indispensabile”.


Sezze, 21 gennaio 2018

Questa non è l'Europa che sognavamo

Dopo il Ceta arriva il Mercosur e l’agricoltura italiana torna ad essere merce di scambio per accordi internazionali che danneggeranno gravemente le imprese agricole e le produzioni Made in Italy. A denunciarlo è la Coldiretti in riferimento al negoziato commerciale che l’Unione Europea ha intrapreso con i Paesi del mercato comune dell'America meridionale di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, oltre al Venezuela (che non rientra però nel patto). 

Lintenzione sarebbe di chiudere l’intesa entro il prossimo mese di marzo ma sono diversi i dubbi sull’impatto del trattato su alcuni settori cardine dell’agroalimentare tricolore. Non a caso Coldiretti ha chiesto alle ultime riunioni sui tavoli dei Ministeri delle Politiche agricole e dello Svilupo economico di evitare accelerazioni repentine su posizioni non condivise, visti i tanti aspetti che rimangono da chiarire.

A preoccupare è, tra i vari punti, l’apertura all’arrivo a dazio zero in Europa di grandi quantitativi di carne bovina dai paesi sudamericani. Si parla di un contingente di 70mila tonnellate che potrebbe aumentare a 100/130mila tonnellate. Ciò implica una concorrenza sleale nei confronti degli allevatori italiani e un abbassamento della qualità per i consumatori, considerato che l’86% della carne importata dall’Ue già proviene dalla Paesi Mercosur che non rispettano gli standard produttivi e di tracciabilità oggi vigenti in Italia e nel Vecchio Continente.

Lo stesso discorso vale per il riso, dove il contingente tariffario sarebbe di 45mila tonnellate, ma anche gli agrumi, specie considerando le problematiche fitosanitarie dei prodotti provenienti da Paesi Mercosur contaminati da Black-spot o Macchia nera.

Ma preoccupa anche il discorso della protezione delle indicazioni geografiche e della lotta al fenomeno dell’italian sounding in paesi come quelli sudamericani, in cui la produzione di cibo che richiama all’Italia o ne storpia le principali specialità è particolarmente fiorente.

Decisamente più ridotti i vantaggi per l’export agroalimentare Made in Italy. La liberalizzazione riguarderebbe vini, sughi, marmellate, conserve di frutta, olio d’oliva ma non pasta, formaggi, aceti, pomodori preparati. E anche laddove c’è il semaforo verde, come nel caso del vino, il potenziale dell’export resterebbe in ogni caso limitato a causa di un accordo interno dei Paesi Mercosur che favorisce i prodotti di Cile ed Argentina.


Sezze, 20 ottobre 2017

Ritorna a Sezze il mercato di Campagna Amica

La nuova Amministrazione comunale, nel segno della continuità  con il passato, ha firmato la delibera che autorizza il Mercato di Campagna Amica di Coldiretti alla vendita dei propri prodotti presso la rotatoria di viale Marconi – Piagge Marine. Il primo appuntamento è fissato per giovedì 26 ottobre. L’accordo Comune- Coldiretti prevede un incontro mensile sperimentale nel Centro storico, a P.za Regina Margherita (San Pietro) anziché in viale Marconi, con lo scopo di rivitalizzare il centro.  E’ prevista, in aggiunta, una graduale estensione del Mercato alle periferie (Sezze – Scalo, Colli, ecc) e la partecipazione ad importanti eventi del paese. Coldiretti, dal canto suo, sta  lavorando per ampliare la gamma dei prodotti offerti in vendita, con l’obiettivo minimo di raddoppiare il numero dei gazebi.

Attaverso la Fondazione Campagna Amica, Coldiretti promuove una vera e propria rivoluzione culturale, cambiando il modo di fare la spesa e, conseguentemente,  il rapporto con il cibo di tutti quei cittadini che hanno scelto di acquistare regolarmente dagli agricoltori, privilegiando i concetti di stagionalità, sicurezza, legame con il territorio, riscoprendo valori forti quali la fiducia, le relazioni umane, la conoscenza e finanche il gesto di un semplice sorriso o una stretta di mano.

Un’operazione la cui riuscita era tutt’altro che scontata, tanto più in un periodo di  crisi e di calo dei consumi, ma che ha portato oggi il brand Campagna Amica a diventare per il consumatore sinonimo di buon cibo italiano, sano e di qualità. Un valore immateriale prezioso che le nostre aziende accreditate possono spendere sul mercato con legittimo orgoglio. 
E’ un nuovo protagonismo agricolo in quelle filiere produttive che da troppe stagioni sono finite in mani sbagliate, spesso con gravi danni di immagine per il made in Italy a tavola. Queste filiere le stiamo riportando nelle mani giuste. Le nostre!

Gli agricoltori di Campagna Amica attendono quindi tutti i cittadini consumatori all’appuntamento di giovedì 26 Ottobre per offrire il meglio delle produzioni locali: cibi freschi e genuini a Km zero, che fanno bene alla salute e all’ambiente, ottimi prodotti di stagione rigorosamente in filiera corta. 

I mercati di Campagna Amica non sono solo l’appuntamento per una spesa di qualità ma  anche un modo  per sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza di un’alimentazione sana e di uno stile di vita corretto e consapevole. 

 

anno 2018- 2020