AGRICOLTURA DA SALVARE

a cura di Vittorio Del Duca

anno 2014

Salviamo la nostra risorsa principale

Sezze, 17 dicembre 2014
Slitta al 26 gennaio l'IMU agricola

L’imposta è slittata semplicemente perché il dl 66/2014, che diversifica ai fini IMU i terreni posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti all’inps dagli altri, era stato firmato solamente il 28 novembre, e le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore .Quindi sessanta giorni esatti, non uno di più, dall’entrata in vigore del dl, il termine per pagare l’Imu agricola. 
Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 12 dicembre 2014 n. 41, ha approvato un decreto legge in materia di proroga dei termini di pagamento Imu per i terreni agricoli, facendo slittare i termini del pagamento dal 16 dicembre 2014 al 26 gennaio 2015. La norma proposta – recita il decreto – è diretta ad evitare che i contribuenti siano tenuti a versare l’imposta sulle base di aliquote troppo elevate e precisa che sarà salvaguardata l’applicazione di aliquote deliberate (dai Comuni) con specifico riferimento ai terreni agricoli.
Poiché l’Istat ha riconfermato l’intero territorio comunale di Sezze tra le zone svantaggiate, perché ricade nella fascia di “Altitudine del centro” compresa tra 281 e 600 metri, tutti i terreni agricoli posseduti dai coltivatori diretti e Iap (imprenditori agricoli professionali) regolarmente iscritti nella gestione previdenziale Inps, sono esentati dall’Imu ai sensi dell’art. 7, comma 1, lettera h, del DL 504/1992.
Esistono però nel nostro Comune diverse situazioni in cui i proprietari non sono iscritti alla gestione previdenziali Inps, come i pensionati coltivatori diretti, che dovranno mettere mano ad alcune rate della loro già misera pensione per pagare l’Imu ai terreni di cui sono proprietari, ma che, stante la crisi nessuno vuole, né in affitto né in vendita. Non sono però solo i pensionati gli unici a soffrire di tale condizione ma anche le comunioni familiari, che nel nostro territorio sono veramente numerose, ex famiglie coltivatrici, in cui a coltivare la terra è rimasto solo un soggetto coltivatore diretto o iap.
La crisi agricola, ancor prima di quella economica generale, ha causato un crollo verticale della domanda dei terreni agricoli, sia per l’affitto che per la vendita, e quei terreni, un tempo appetibili, oggi sono diventati per i proprietari che dovranno pagare l’Imu, un fardello insopportabile di tasse. Difatti, nel Comune di Sezze, qualora permanesse l’attuale aliquota Imu del 10,60 per mille (come nelle case), si può arrivare a pagare di sola Imu (secondo la classificazione prevalente di “orto irriguo”) quasi 700 euro per ettaro, vale a dire molto di più di quanto si ricava coi normali canoni di affitto. Ma non è la sola Imu a gravare sui terreni, ci sono l’irpef e i contributi di bonifica, in totale oltre 1000 euro di tasse per ettaro che, in nessun modo è possibile recuperare con la coltivazione. Ancora peggio tenerli incolti, le imposte non mutano. Riteniamo quindi che i criteri utilizzati dal legislatore per individuare i nuovi contribuenti avrebbero avuto bisogno di una revisione più decisa, al fine di evitare futuri contenziosi. L’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, ha già annunciato che presenterà ricorso per il ritiro del decreto per avervi ravvisato profili di illegittimità, che riguardano la violazione del principio annualità di bilancio, la violazione del principio di non retroattività delle norme nella contabilità pubblica e il difetto di proporzionalità per violazione dello statuto del contribuente.
Il decreto del Consiglio dei Ministri, non fuga tutti i dubbi e lascia aperti proprio quelli sull’aliquota Imu da applicare ai terreni agricoli, limitandosi alla salvaguardia delle aliquote deliberate appositamente dai Comuni con specifico riferimento ai terreni agricoli. Viene però da chiedersi, data la rapidità del decreto, se tutti quei Comuni, che come Sezze ritenevano esenti i terreni agricoli compresi nel loro territorio, abbiano pensato di adottare un’ aliquota agevolata per tali immobili. Quindi, ad un mese dal versamento dell’imposta, l’incertezza regna sovrana e non ci resta che confidare nella sensibilità dell’ Amministrazione comunale per una rimodulazione delle aliquote Imu per i terreni agricoli, così come il decreto 41/2014 del Consiglio dei Ministri, lascerebbe intendere. 


Sezze, 5 dicembre 2014
... e il Governo ci ripensa, sembra... forse... ma non lo sanno neanche loro

Verso il rinvio l'IMU sulle terre...

La rivolta corale scoppiata in questi giorni contro il decreto retroattivo sta per ottenere un primo significativo risultato. 
L’Imu dei terreni in zone montane o svantaggiate come Sezze, si avvia verso una proroga, e il Governo punta a sfruttare questo tempo per individuare criteri un po' più solidi con cui distinguere chi dovrà pagare da chi invece manterrà l'esenzione . Esistono a tal riguardo numerose situazioni “anomale” che abbiamo già evidenziato in un precedente articolo. Lo strumento tecnico per far slittare la scadenza, un decreto legge da far confluire nella manovra o emendamento alla stessa legge di stabilità, sarà scelto a breve, ma la decisione politica del rinvio è stata presa e confermata dal sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta. Nulla cambia, invece, per i terreni che già pagavano l'Imu con le vecchie regole.
La rivolta corale contro il decreto retroattivo spuntato in questi giorni, che ha coinvolto associazioni dell'agricoltura, professionisti e amministratori locali, sta dunque per ottenere un primo importante risultato. Il rinvio sarà accompagnato da una forma di “accertamento convenzionale” dell'entrata, perché i 350 milioni che i proprietari non più esenti avrebbero dovuto pagare sono già stati spesi nel mosaico delle coperture al bonus da 80 euro, e a dicembre i conti dei Comuni non possono più essere corretti. Anche qui ci sarebbe molto da discutere perché non si può far ripartire l’economia concedendo 80 euro ad una fascia debole, facendoli pagare a fasce altrettanto deboli, spesso costituite da pensionati al minimo, ex coltivatori diretti. Non per niente a spingere definitivamente il Governo verso la proroga sono stati anche i pesanti smottamenti politici, che l'apparizione del decreto aveva prodotto nella stessa maggioranza. 
Il rinvio della scadenza, che con tutta probabilità sarà spostata a giugno del 2015 in concomitanza con l'acconto della futura «tassa locale», è però solo la prima mossa, perché anche i criteri utilizzati per individuare i nuovi contribuenti hanno bisogno di una revisione decisa, se non si vuole andare incontro a un sicuro contenzioso.


Sezze, 4 dicembre 2014

Sezze, un paese in vendita senza acquirente

Gli immobili, soprattutto a Sezze, non costituiscono più una ricchezza per i proprietari, ma un fardello insopportabile di tasse. Non solo le case ma anche i terreni agricoli, già da questo mese, pagheranno l’IMU se il proprietario non è un coltivatore diretto iscritto nella gestione previdenziale Inps. Una vera e propria mannaia sulla testa di ex coltivatori pensionati, o di quanti non coltivatori diretti posseggono a vario titolo dei terreni di famiglia. 

Attraversando il campo di Sezze, i terreni lasciati incolti, in attesa di una improbabile vendita, sono una triste e amara realtà, perché a causa della crisi nessuno li vuole, neanche in affitto. Pur tenendoci stretti con le stime, i terreni incolti nel campo setino superano di larga misura il 30% della superficie comunale coltivata, sono beni improduttivi sui quali, nonostante tutto, occorre pagare le tasse. Figli e figliastri: a chi il governo Renzi dà 80 euro per far ripartire l’economia e a chi toglie enormemente di più con le tasse, frenandola. Una situazione che va contro ogni più elementare principio di giustizia sociale, che vorrebbe le tasse commisurate ai redditi. 

Esistono a Sezze numerosi casi di piccoli proprietari, che per cercare migliori condizioni di lavoro, hanno lasciato in comodato i terreni e i fabbricati strumentali che costituivano la loro impresa familiare ad un altro familiare, generalmente il coniuge convivente e non separato, che ha continuato l’impresa restando iscritto nella gestione previdenziale Inps coltivatori diretti. Poiché l’IMU è a carico del proprietario del fondo, costoro, con la nuova normativa sono tenuti a pagare l’imposta, che il Comune di Sezze ha fissato nella misura massima consentita, vale a dire il 10,60%, senza il beneficio di alcuna detrazione. 

Non è uno scherzo, perché per poter pagare l’Imu sui terreni incolti o concessi in affitto, oppure in comodato d’uso, questi soggetti sono costretti ad intaccare una mensilità del loro stipendio, e se il proprietario è un povero pensionato, servono addirittura tre mensilità della sua misera pensione. E’ una vera indecenza e sarebbe auspicabile che il Comune, in extremis e con apposita delibera, riducesse l’aliquota ai livelli minimi. Inoltre, a pochi giorni dal versamento è incerto il destino fiscale dei numerosi terreni agricoli, i cui proprietari hanno chiesto, con gli accordi di programma del nuovo piano urbanistico comunale, il passaggio dalla categoria E agricola alla categoria D commerciale, nonostante ne stiano facendo un uso agricolo. Il governo Renzi, a forza di rassicurazioni, sorrisi e pacche sulla spalla, sta raschiando il fondo del barile come nessuno mai. Ogni anno si richiedono ai cittadini sempre maggiori sacrifici, e ci si chiede se veramente serviranno a farci uscire dalla crisi. Sono sempre di meno quelli disposti a scommetterci, sia perché il debito pubblico si sta rivelando un pozzo senza fondo, sia perché l’esperienza ha insegnato che in Italia, una volta che una tassa è stata imposta, non ci sarà più nessuno a toglierla, ma solo chi la peggiorerà magari cambiandole il nome. Così tra Ici, Imu, Tasi, Tari e Iuc i cittadini non ci capiscono più nulla, sanno solo che debbono trovare i soldi per pagare. Viene da dire, come recita un vecchio detto, che i potenti sono tre: papa, re e chi non ha niente. Almeno quest’ultimo, oltre a non pagare le tasse si prende i sussidi dello Stato.


Sezze, 21 novembre 2014

Coldiretti: Giornata del Ringraziamento

Domenica 23 novembre nella Chiesa di San Marco a Latina, alle ore 11.30, Coldiretti celebra la giornata provinciale del Ringraziamento, per benedire i frutti della terra e nutrire il pianeta. La Messa sarà officiata dal vescovo di Latina S.E. Mons. Mariano Crociata. E’ un grande momento di riflessione per guardare all’Agricoltura, che, attraverso i suoi frutti, è fonte della vita. 
La Giornata del Ringraziamento 2014 precede di alcuni mesi l’apertura di Expo Milano 2015 dedicato a “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, un tema di particolare rilevanza per il nostro Paese e non solo.
Esso invita a dedicare un’attenzione speciale al tema del cibo, quale dono di Dio per la vita della famiglia umana. Così, nel ringraziare il Padre per i frutti della terra, ci rendiamo consapevoli di coloro che patiscono la fame. Papa Francesco richiama spesso “la tragica condizione nella quale vivono ancora milioni di affamati e malnutriti, tra i quali moltissimi bambini”. La fame è minaccia per molti dei poveri della terra, ma anche tremendo interrogativo per l’indifferenza delle nazioni più ricche. Infatti, alla sottonutrizione di alcuni, si affianca un dannoso eccesso di consumo di cibo da parte di altri. 
È uno scandalo che contraddice drammaticamente quella destinazione universale dei beni della terra richiamata, quasi cinquanta anni or sono, dal Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et spes. È una questione di giustizia, che pone gravi interrogativi in merito al nostro rapporto con la terra e con il cibo.
In questa Giornata del Ringraziamento guardiamo dunque all’agricoltura, che – attraverso i suoi frutti – è fonte della vita. 
DAL MESSAGGIO DELLA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE


Sezze, 13 novembre 2014

Danni da fauna selvatica
Mercoledì 12 Novembre, nella sala Mechelli della Regione Lazio, si è tenuto il convegno regionale di Coldiretti alla presenza di numerosi sindaci dei 378 Comuni del Lazio e di quasi tutti i consiglieri regionali per sostenere la proposta di legge Coldiretti sui danni da fauna selvatica e sui modi per prevenirli. La proposta ha ricevuto il parere favorevole di quasi tutti i gruppi consiliari (astenuti i grillini) e verrà trasformata in legge già ai primi del 2015.
L’agricoltura del Lazio è ormai in ginocchio anche a causa degli ingenti danni causati alle coltivazioni agricole dai cinghiali che infestano i terreni di quasi tutto il Lazio a partire dal Reatino e del Viterbese, dove la situazione è particolarmente critica, fino a comprendere vaste zone a nord di Roma nonché aree limitate del Frusinate e della provincia di Latina. 

I danni causati da questa fauna selvatica che ammontano nel corso dell’ultimo anno a oltre 2.750.000 €, interessando centinaia di imprese agricole, stanno mettendo a rischio non solo l’esistenza di singole aziende che vedono il lavoro di mesi andare distrutto nel corso di una sola notte con gravi ripercussioni soprattutto sull’allevamento di animali, ma anche la sostenibilità di un modello di sviluppo quale è quello attuato dall’agricoltura laziale. 

In gioco non c’è solo il reddito e quindi la sopravvivenza delle imprese agricole ma la vitalità stessa dei territori all’interno dei quali le stesse operano. Infatti con la chiusura delle aziende agricole se ne vanno le produzioni tipiche e stagionali, la tutela e il presidio di intere aree rurali che solo gli agricoltori con la loro presenza garantiscono, la cultura, le tradizioni, l’ambiente e il paesaggio che l’agricoltura e l’attività di impresa costruiscono e tutelano ogni giorno.
Il Consiglio Regionale del Lazio, su spinta di Coldiretti, ha finalmente messo a punto una proposta di legge che si propone di dare una risposta ai suddetti problemi e che è stata incardinata nei lavori della Commissione Agricoltura e che a breve sarà portata in Assemblea per la sua approvazione. Importante è la priorità per gli imprenditori agricoli e coltivatori diretti quali destinatari delle misure di prevenzione e risarcimento del danno così come il riferimento alla copertura finanziaria che fa riferimento a fonti comunitarie e quindi al PSR 2014-2020 in corso di approvazione. 


Sezze, 25 ottobre 2014

Tempo di castagne

L'italico albero del pane

Il raccolto di castagne Made in Italy scende quest’anno al minimo storico. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti sul crollo produttivo di quello che Giovanni Pascoli chiamava "l'italico albero del pane". Le castagne infatti, chiamate anche “il pane di montagna”, erano alla base dell'alimentazione di gran parte della popolazione contadina del nostro paese, oltre ad essere stato il simbolo dell’autunno nei libri scolastici di intere generazioni di scolari.
A causa dell’andamento climatico sfavorevole, il 2014 sarà ricordato nella storia per il crollo della produzione dei più importanti prodotti agricoli, ma per le castagne la riduzione si deve anche alla strage provocata dagli attacchi dell’insetto killer “Cinipide galligeno del castagno” arrivato in Italia dalla Cina, che sta decimando queste piante da diversi anni. Il castagno, insieme all'olivo e alla quercia, è una delle varietà arboree più caratteristiche e note del paesaggio italiano, e riveste un ruolo importante in molte aree collinari e montane del nostro Paese, non solo per la produzione di frutti e legno, ma anche per il presidio del territorio e per la salvaguardia dell’assetto ambientale e idrogeologico. La bellezza dei boschi, con castagni spesso centenari, rende fruibili i luoghi anche per scopi turistici e di svago, e l’habitat risulta fondamentale per la selvaggina, per la produzione del caratteristico miele e per la raccolta dei funghi e dei piccoli frutti. Anche per questo, nonostante le difficoltà, restano molto popolari le feste e le sagre dedicate a castagne e marroni in tutta la penisola. 
Nonostante la grande mobilitazione per la lotta biologica al cinipide, attraverso i lanci del suo antagonista naturale il parassitoide Torymus sinensis, e nonostante i segnali positivi registrati in alcune regioni, serviranno ancora diversi anni prima di ritornare ad un livello produttivo degno della tradizione nazionale. Per queste motivazioni è necessario che le Istituzioni, oltre a continuare le attività di lotta al cinipide, mettano in campo azioni determinanti per il rilancio del settore, tra cui sicuramente più controlli sull’origine delle castagne messe in vendita in Italia per evitare che diventino tutte, incredibilmente, castagne italiane.


Sezze, 9 ottobre 2014

Le stagioni smarrite

Se la profezia dei Maya sulla fine del mondo è stata recepita senza particolari preoccupazioni, le anomalie stagionali di questo 2014 fanno molto riflettere, soprattutto sulla capacità che hanno di condizionare pesantemente la nostra quotidianità e di stravolgere i cicli naturali delle piante e degli animali.  

Non abbiamo avuto il tempo di metterci alle spalle delle stagioni tra le più angoscianti della nostra memoria che si è cominciato a discettare di un autunno strambo, presumibilmente inseguito da un inverno che forse vorrà distinguersi dai suoi predecessori. Al di là degli “scontri” tra catastrofisti e minimizzatori, c’è un dato di fatto: le stagioni sono uscite di testa, anzi la Terra ha proprio smarrito le quattro stagioni, e questo comporta serie conseguenze sia per la nostra alimentazione e la nostra salute, sia per il buon esito di tutte quelle attività, agricoltura in primis, che si svolgono a cielo aperto.

Bisogna prendere coscienza che l’industrializzazione sregolata, le cementificazione selvaggia, l’abbandono delle attività agricole nei territori collinari e di montagna, hanno dato un decisivo contributo allo sconvolgimento dei tradizionali equilibri stagionali. Abbiamo toccato con mani la desolazione di un anno senza frutti, a cominciare dalla carestia di broccoletti all’inizio dell’ anno, delle visciole, dei fichi, del grano, dell’uva, ed ora delle olive e delle castagne, i cui raccolti si prevedono scarsi come non mai. 

Abbiamo assistito ad una modifica del comportamento animale, le rondini sono andate via prima del previsto, le cicale non hanno strimpellato sugli alberi come ogni estate, le api non hanno volato per il maltempo ed è venuta meno non solo la produzione del miele ma anche l’opera di impollinazione, che ha condotto ai raccolti scarsi che tutti lamentano. Diciamocelo pure: chi non ha pensato alle profezie dei Maya sulla fine del mondo? 
L’uomo vede ma non provvede, tuttavia ci sembra che poco alla volta stiano venendo fuori due importanti verità con le quali sarà bene imparare a fare i conti. La prima è che la gestione dei “fattori umani” che influenzano il clima è una questione di primaria rilevanza politica non più procrastinabile, che si deve affrontare sia in termini globali che in termini locali, come quasi tutti i problemi del nostro tempo. La seconda è di natura culturale e implica una speciale disponibilità a stare dentro il seguente paradosso: dobbiamo adeguarci al mutamento del clima nel momento stesso in cui dobbiamo tentare di correggere, con la massima determinazione, gli eccessi socio economici che in parte lo provocano.
L’agricoltura è sicuramente, tra i settori di attività economica, quello più esposto a questo mutamento per ragioni che non è proprio difficile immaginare. E’ sicuramente quello che nell’immediato subisce i contraccolpi maggiori, ma è anche quello che può realisticamente proporre e di fatto anticipare un nuovo modello di sviluppo in alternativa a quello “novecentesco” che ha combinato industrializzazione e urbanizzazione in forme esasperate. Non parliamo naturalmente dell’agricoltura residuale, che ha cercato e cerca la consonanza con gli istinti peggiori del nuovo capitalismo di rapina (lo si vede nei modi subdoli con cui si è cercato di favorire l’invasione degli Ogm), ma dell’agricoltura innovativa, attenta all’ecosostenibilità e alla sicurezza alimentare e in questo portatrice di un nuovo modello di sviluppo a tutto tondo (dei consumi, non meno che degli investimenti).
Di fronte al mutamento del clima, in buona parte accelerato dalla mancanza di scrupoli di quel combinato di industrializzazione e di urbanizzazione di cui abbiamo parlato, la nuova agricoltura deve difendersi “attaccando”. Deve cioè modificare quanto serve e quanto basta il suo rapporto con il territorio (in funzione di ciò che comporta il mutamento del clima) ma lo deve fare candidandosi ad un ruolo di guida e comunque della massima responsabilità possibile, riappropriandosi della gestione del territorio.
Nella foto sotto un opera di Isaac Bandi al museo di Berlino che si chiama Effetto serra. L'uomo vede ma non provvede, e mentre i grandi della Terra discutono...


Sezze, 25 agosto 2014

Quale estate?
Se nei mesi scorsi si era parlato di un anno senza inverno , ora ci troviamo dinanzi a un anno senza estate che ha condizionato pesantemente non solo le attività umane, ma anche i ritmi della natura. Anche se le previsioni meteo sembrano ora più confortanti, ci sono state precipitazioni da record che secondo le statistiche non si verificavano da settanta anni. Gravissime le ripercussioni sulle produzioni in campo, dalla verdura alla frutta, con conseguente danno economico e perdita di lavoro stagionale. 
Le abbondanti piogge, unitamente al calo delle temperature, hanno sconvolto anche i cicli vegetativi delle piante, con l’allungamento dei tempi di crescita di molte colture e persino con la mancata fruttificazione degli alberi da frutta. Si modificano di conseguenza anche le abitudini degli animali, le rondini se ne sono andate prima del previsto, le cicale non cantano più sugli alberi, le api non volano per il maltempo facendo venire meno la produzione del miele, mentre mucche e pecore non possono andare al pascolo e restano rinchiuse nei ricoveri. Si registrano ritardi e disagi negli sfalci del fieno e molte partite sono irrimediabilmente compromesse. 
A soffrire sono un po’ tutte le produzioni di stagione in campo aperto, dagli ortaggi alla frutta (visciole, fichi, uva, pomodori, zucchine, fagioli, ecc, ) mentre per meloni e cocomeri la stagione è completamente da dimenticare. Si registrano ostacoli nelle attività di raccolta, ma anche nella semina dei nuovi cicli di ortaggi. Ai danni alle coltivazioni, i produttori agricoli stanno scontando quelli indiretti dovuti al calo dei consumi, e per un’ agricoltura che già paga pesantemente gli effetti della crisi e del mercato globale, questo 2014 è l’ennesimo anno da dimenticare.


Sezze, 26 luglio 2014

Le multinazionali distruggono la biodiversità

Confidiamo nel semestre italiano di presidenza CE per fermare una proposta di legge scellerata e lesiva della biodiversità e del made in Italy.
In base ad una nuova legge proposta dalla Commissione europea un anno fa, tutti i semi e le piante potranno essere commercializzati solo se “approvati” da un ufficio preposto, “certificati” e inseriti in un elenco ufficiale. Si tratta di un provvedimento volto a favorire le multinazionali a discapito dei piccoli agricoltori che potrebbero essere considerati “pericolosi fuorilegge”.
Quindi, i nostri contadini, che da sempre impiantano un nuovo carciofeto dai bulbi della vecchia carciofaia, ora potrebbero essere considerati dei “pericolosi fuorilegge”, come anche chi “rifà “e conserva il seme dei broccoletti locali per l’anno successivo. Potrà sembrare un paradosso, ma chi pianterà un albero, che non sarà acquistato dalle multinazionali, potrebbe essere considerato un “pericoloso fuorilegge”. Un monopolio, questo, mirato a consolidare il potere economico delle multinazionali su tutto il pianeta, sovvertendo l’ordine del Creato.
Non solo, ma per spianarsi la strada, hanno già messo in commercio dei semi di carciofi (anche quelli coltivati a Sezze, per intenderci) dai quali è risultato fisicamente impossibile, per l’agricoltore, ricavare i bulbi per un nuovo impianto. A parte il fatto che la manipolazione o selezione genetica fa perdere molte delle caratteristiche di unicità e tipicità che hanno reso famoso il nostro carciofo, in questo modo le multinazionali sono riuscite a diventare proprietarie esclusive del seme brevettato, che venderanno caro agli agricoltori in regime di monopolio. 
Ma il danno veramente grave, e che non ha prezzo, è che così facendo si distrugge per sempre quella biodiversità e quei sapori che da sempre hanno contraddistinto e reso uniche le nostre produzioni, con ricadute negative sulla libertà e capacità di reddito degli agricoltori e sulla tutela del patrimonio genetico naturale delle varietà degli organismi. 
Sarà un ufficio della Commissione Europea a decidere quali semi e quali piante approvare o disapprovare, come sarà pure un’apposita Agenzia, istituita ad hoc, a controllare gli agricoltori e i giardinieri, che pagheranno i controlli di tasca loro, mentre una schiera di mille funzionari della Commissione Europea per l’Agricoltura, pagati coi nostri soldi, produce risultati di tale fatta in simbiosi con le multinazionali (Monsanto Seminis, Novartis, Dupont, Cargill….)
Le caratteristiche richieste, sulle quali la legge batte insistentemente per tutelare le multinazionali sono “distinguibilità, omogeneità, stabilità”, ovvero tutte quelle caratteristiche idonee a farci pagare i “diritti d’autore” e a rendere illegali tutte quelle piante, che sin da quando il mondo è mondo, i contadini hanno prodotto e propagato direttamente.



Sezze, 2 giugno 2014

Le "carte a posto" non fermano le frane

Agricoltura non significa solo coltivare e produrre merce ma anche difendere il paesaggio, la biodiversità, tutelare l'ambiente. E’ ancora vivo il ricordo del disagio e dello spavento per l’alluvione del 15 settembre 1995, che mise in ginocchio la zona dei Casali e l’Agricoltura pedemontana con frane e smottamenti, che spinsero l’allora Governatore Piero Badaloni a visitare in elicottero le zone disastrate, poste a ridosso ed a valle del luogo dove oggi si scava per realizzare il collettore fognario.
Il depuratore unico di Sezze è stato voluto caparbiamente dall'Amministrazione Comunale per risolvere un annoso problema igienico, convogliando i reflui urbani verso un depuratore di nuova realizzazione.
Fin dall'inizio è stato previsto un collettore insistente in una zona a mezza costa, sotto il Riparo Roberto, sito di importantissimo interesse paleoarchelogico, classificata come zona A, ad alta pericolosità di frana, dal Piano di Assetto Idrogeologico (P.A.I.) della Regione Lazio.
L'art. 16 comma c delle Norme Tecniche del P.A.I. vieta tassativamente la realizzazione di collettori fognari. 
Il progetto, perciò, nasce con il peccato originale di aver scelto un'area inidonea per il collettore, ignorando soluzioni alternative, come quella suggerita da più parti, di prevedere più depuratori locali, a servizio dei diversi nuclei distribuiti sul territorio setino. 
Non è nostro compito, né vogliamo entrare nel merito della progettazione, redatta dall'Ufficio Tecnico comunale, ma non riusciamo a capire l'incongruenza fra la definizione della pericolosità del sito fissata dalla legge, e i pareri che ne hanno permesso l'aggiramento.
Ci chiediamo come possa passare l'idea che un taglio orizzontale, per tutta l'estensione dell'area di frana, non ne disturbi l'equilibrio. I fenomeni franosi , che frequentemente interessano le pendici del territorio pedemontano, come quelli citati, non ci lasciano certamente tranquilli. Ci chiediamo se ci sia stato un atto di forzatura di troppo!
Crediamo che l'Amministrazione debba rendere conto ai cittadini, motivando le scelte operate e assumendosene pienamente la responsabilità.
L'aver messo le "carte a posto" non riduce minimamente il rischio dell'evento franoso, che se si verificasse, produrrebbe un notevole danno economico (depuratore e collettore costano quasi sei milioni di euro) oltre a un gravissimo danno ambientale.


Sezze, 2 giugno 2014

La vittoria della Nazionale tira il PIL

Grandi opportunità per l’Italia in un momento di forte visibilità generato dalla competizione mondiale del campionato di calcio.

La previsione di un aumento fino all’uno per cento del prodotto interno lordo (PIL) formulata dal premier Matteo Renzi in caso di vittoria del mondiale di calcio da parte degli azzurri, esce rafforzata dal primo studio di Coldiretti sugli effetti dell’ultimo trionfo italiano nel 2006 in Germania. Secondo le elaborazioni Coldiretti dei dati Istat, l’anno successivo alla vittoria degli azzurri, l’economia nazionale è cresciuta in modo sostenuto con un aumento record del 4,1 per cento del Pil a valori correnti, mentre il numero di disoccupati è diminuito del 10 per cento. 

Nel 2007, si è anche verificato un incremento delle vendite nazionali all’estero del 10 per cento e a beneficiarne maggiormente sono stati i prodotti simbolo del Made in Italy nel mondo come i prodotti artistici e culturali, che hanno fatto registrare un aumento record del 30 per cento, le automobili che sono cresciute del 16 per cento così come i macchinari, i cibi e le bevande con una performance positiva del 9 per cento, oltre a scarpe e articoli in cuoio (+6 per cento). Va registrato infine – rileva la Coldiretti - un aumento 2,36 milioni di stranieri che sono venuti in Italia in vacanza nell’anno successivo alla memorabile vittoria, che significa in termini percentuali un +3,5 per cento.
Anche se non tutti i risultati positivi possono essere attribuiti alle performance degli azzurri, non c’è dubbio che un’eventuale vittoria in Brasile è comunque una importante chance per le imprese nazionali che si confrontano quotidianamente sui mercati esteri dove la spinta favorevole sulla domanda di prodotti nazionali deve essere colta per valorizzare le qualità offerte dal sistema economico. 
Purtroppo è allarme a tavola per gli azzurri, i tifosi italiani e quelli stranieri che seguiranno sul posto il campionato del mondo in Brasile, che si classifica tra i Paesi dove è più diffuso un palese e preoccupante “taroccamento” degli alimenti più tipici del made in Italy, scoperti ed esposti da una task force della Coldiretti nel Paese Sudamericano. Un inganno che rischia di offuscare le opportunità che vengono da un momento di grande visibilità generato dalla competizione mondiale.
Sui banchi dei supermercati e nei ristoranti del Brasile è infatti possibile acquistare prodotti e piatti che richiamano in modo spudorato ai cibi più tipici dell’Italia senza avere nessuna delle caratteristiche qualitative, di sicurezza e di legame con il territorio nazionale. Il falso Made in Italy a tavola vale nel mondo 60 miliardi di euro,pari a quasi il doppio del valore delle esportazioni dei prodotti alimentari nazionali originali.
L’agropirateria internazionale utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all'Italia, per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà italiana e frena le potenzialità dell’export , che nel 2013 ha raggiunto la cifra record di 33,4 miliardi di euro. Sul piano internazionale questo fenomeno va combattuto con l’informazione, ma va anche cercato un accordo sul commercio internazionale nel Wto, facendo chiarezza a livello nazionale ed europeo dove occorre estendere a tutti i prodotti l'obbligo di indicare in etichetta l'origine dei prodotti alimentari.


Sezze, 2 giugno 2014

Straniere due pizze su tre

Quasi due pizze su tre (63 per cento) servite in Italia sono ottenute da un mix di farina, pomodoro, mozzarelle e olio provenienti da migliaia di chilometri di distanza senza alcuna indicazione per i consumatori che oggi hanno rinunciato del tutto ad andare in pizzeria (25 per cento) o hanno ridotto le presenze (40 per cento) rispetto a prima della crisi secondo l’indagine Ixe’. È quanto emerge dal Dossier “La crisi nel piatto degli italiani nel 2014”, presentato da Coldiretti al Teatro Palapartenope di Napoli, che analizza per la prima volta anche cosa c’è di diverso con la crisi nei piatti più rappresentativi della tradizione alimentare italiana, con la pizza che è sempre meno tricolore, la pasta che è diventata “autarchica”, mentre i sughi più nostrani, dall’arrabbiata alla puttanesca, profumano d’oriente e il pane viene impastato nei Paesi dell’est Europa. 
In Italia, sempre più spesso nelle pizzerie viene servito un prodotto preparato con mozzarelle ottenute non dal latte ma da semilavorati industriali, le cosiddette cagliate, provenienti dall'est Europa, pomodoro cinese o americano invece di quello nostrano, olio di oliva tunisino e spagnolo o addirittura olio di semi al posto dell'extravergine italiano e farina francese, tedesca o ucraina che sostituisce quella ottenuta dal grano nazionale. In Italia sono stati importati nel 2013 un mare di materie prime, che hanno purtroppo compromesso notevolmente l’originalità tricolore del prodotto servito nelle 50mila pizzerie presenti in Italia, che generano un fatturato stimato di 10 miliardi, ma non offrono alcuna garanzia al consumatore sulla provenienza degli ingredienti utilizzati. 
Se il 39 per cento degli italiani ritiene che la pizza sia il simbolo culinario dell’Italia, la maggioranza del 45 per cento, secondo un sondaggio del sito www.coldiretti.it, attribuisce il primato alla pasta, la cui produzione, al contrario, ha fatto registrare una decisa svolta nazionalista con la nascita e la rapida proliferazione di marchi che garantiscono l’origine italiana del grano impiegato al 100%. 
Meno fortuna ha avuto il prodotto più presente sulle tavole degli italiani poiché, accanto al pane artigianale, venduto nei forni in Italia, si assiste all’arrivo di milioni di chilogrammi di impasti semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’est europeo, destinati ad essere poi cotti e diventare pane nelle strutture commerciali a basso costo. Un destino che colpisce anche i tradizionali sughi e il ragù italiano, che sempre più spesso sono ottenuti da conserve di pomodoro provenienti dall’estero, miscelate con ingredienti e importati, dalle spezie dall’Oriente a la carne, come purtroppo ha dimostrato il recente scandalo della carne di cavallo spacciata per manzo, dopo un rally tra le frontiere che ha interessato numerosi Paesi europei.


Sezze, 24 maggio 2014

Elezioni: Coldiretti, UE toglie latte da formaggio e uva da vino 

Dal formaggio senza latte al vino senza uva, dal cioccolato senza cacao, alla carne annacquata, ma ci sono anche il vino zuccherato, il miele contaminato dal polline biotech senza nessuna indicazione in etichetta, come pure i formaggi similgrana prodotti all’estero, tra le novità permesse dall’Unione e in commercio anche da noi. L’Italia non si può opporre a queste regole europee, che tuttavia hanno snaturato anche gli alimenti più comuni. Storica l’imposizione all’Italia dell’Unione Europea di aprire i propri mercati anche al cioccolato ottenuto con l’aggiunta di grassi vegetali diversi dal burro di cacao.
La denuncia viene da Coldiretti, che su questi fatti ha aperto al MICO di Milano (Milano Congressi) l’esposizione “Con trucchi ed inganni l'Unione Europea apparecchia le tavole degli italiani" con un maxi raduno di diecimila agricoltori provenienti da diverse regioni. 
Dall’Unione Europea è venuto negli anni un via libera ad allucinanti novità nel piatto, senza dimenticare le alchimie degli ingredienti; si è verificato un appiattimento verso il basso delle normative, per dare spazio a quei Paesi che non possono contare su una vera agricoltura e puntano su trucchi, espedienti e artifici della trasformazione industriale per poter essere presenti sul mercato del cibo. 
Si spiega cosi - denuncia la Coldiretti - la possibilità concessa dall’Unione Europea di incorporare la polvere di caseina e caseinati, al posto del latte, nei formaggi fusi, di aumentare la gradazione del vino attraverso l’aggiunta di zucchero nei Paesi del Nord Europa o di ottenerlo a partire da polveri miracolose contenute in wine-kit che promettono in pochi giorni di ottenere le etichette più prestigiose con la semplice aggiunta di acqua. Si calcola che in Europa vengano consumate venti milioni di bottiglie all’anno con etichette di vini italiani ottenute in questo modo. 
L’Unione Europea consente anche per alcune categorie di carne la possibilità di non indicare l’aggiunta d’acqua fino al 5 per cento, ma per alcuni prodotti (wurstel, mortadella) tale indicazione può essere addirittura elusa e potrebbero essere esclusi dagli obblighi di indicazione della quantità d’acqua, mentre in tutta Europa circolano liberamente imitazioni low cost del Parmigiano reggiano e del Grana Padano, realizzate fuori dall’Italia senza alcuna indicazione della provenienza e con nomi di fantasia che ingannano i consumatori sulla reale origine. Le importazioni dei cosiddetti “similgrana” in Italia sono raddoppiate negli ultimi dieci anni con gli arrivi da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Estonia, Lettonia che hanno raggiunto un quantitativo stimato in 83 milioni di chili. Una mozzarella su quattro in vendita in Italia è stata ottenuta con semilavorati industriali, chiamati cagliate, che vengono dall’estero, senza alcuna indicazione in etichetta per effetto della normativa europea.
L’Unione Europea non è favorevole al tappo antirabbocco per impedire le frodi nella somministrazione dell’extravergine, ma sulle bottiglie ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati è quasi impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” previste dalla normativa comunitaria per far conoscere la provenienza delle olive ai consumatori. L’Italia è il maggior importatore mondiale di olio di oliva, ma solo un italiano su quattro (27 per cento) ritiene che la gran parte dell’extravergine in vendita sia ottenuto totalmente o per la maggior parte con olio straniero, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’.


Sezze, 15 maggio 2014

Pizza, mafia e la nostra immagine nel mondo
Abbiamo delle eccellenze che tutto il mondo ci invidia, ma la nostra immagine nel mondo non è certo delle più gratificanti
Dopo gli scandali delle tangenti per l’Expo di Milano, altri schiaffi all’immagine dell’Italia provengono da quella che è diventata un vera e propria mercificazione dell’orrore. Prodotti agroalimentari venduti in Italia, in Europa e nel mondo, con nomi che evocano gli episodi, i personaggi e le forme di una delle piaghe più dolorose della nostra società: la criminalità organizzata.
Lo denuncia parte dalla Coldiretti, che per la prima volta ha censito e mostrato gli esempi più scandalosi nell’uso di prodotti agroalimentari, in occasione della presentazione della Fondazione “Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare”, promossa dalla Coldiretti stessa con la Presidenza del Comitato Scientifico del procuratore Giancarlo Caselli, con lo scopo di fermare i comportamenti commerciali inaccettabili, recentemente oggetto di discussione parlamentare.
Si trova così in commercio il “CaffèMafiozzo” prodotto da una ditta bulgara, in cui l’unica scritta nella nostra lingua che campeggia sulla busta in plastica è: “Lo stile italiano” che purtroppo fa esplicito riferimento alla criminalità organizzata. Non mancano i sigari “Al Capone”, la pasta “Mafia”, gli snack “Chilli Mafia”, l’amaro “Il Padrino”, il limoncello “Don Corleone”, il sugo piccante rosso sangue “Wicked Cosa Nostra”, le spezie “Palermo Mafia shooting”. 
A Bruxelles nella Capitale d’Europa si intingono addirittura le patatine nella “SauceMaffia” e si condisce la pasta con la “SauceMaffioso” mentre in tutto il mondo spopolano i ristoranti e le pizzerie “Cosa Nostra” e “Mafia” e su internet è possibile addirittura acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook” oppure comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com) con sottofondo musicale a tema.
Il marchio “Mafia” viene peraltro usato “a raffica” nella ristorazione internazionale per fare affari come nel caso della catena di ristoranti “La Mafia” diffusa in Spagna che fa mangiare i clienti sotto i murales dei gangsters più sanguinari (da Vito Cascio Ferro a Lucky Luciano, fino ad Al Capone), mentre praticamente ovunque, dal Messico a Sharm El Sheik, dal Minnesota alla Macedonia, si trovano ristoranti e pizzerie “CosaNostra” e l’insegna “La Camorra Pasta Pizza & Grill” si può trovare a La Paz in Perù.

La catena di ristoranti “La Mafia” sta spopolando in Spagna con i bambini seduti sui seggioloni di gangsters sanguinari
L’obiettivo della Fondazione di Coldiretti è quello di fermare comportamenti commerciali inaccettabili che danneggiano l’immagine dell’Italia all’estero, ma soprattutto colpiscono profondamente i tanti italiani che sono stati o sono purtroppo vittime della criminalità organizzata.


Sezze, 12 aprile 2014

Una bella Sagra, ma è ancora lontano il rilancio del carciofo

Il dato emergente di questa XLV Sagra del Carciofo non è tanto se è riuscita ad attrarre più o meno visitatori degli anni precedenti, o se è stata capace di un offerta maggiore, quanto piuttosto il raggiungimento di due tra gli obiettivi fondamentali per i quali Coldiretti si è battuta da anni. Il primo obiettivo è che, grazie alle nostre dirette televisive sui canali nazionali, siamo riusciti a far conoscere ed apprezzare ai consumatori la biodiversità e le caratteristiche dei carciofi di Sezze. Grazie a noi, in questa Sagra è affluito un consumatore più attento, preparato, ma soprattutto in grado di riconoscere ed apprezzare la bontà ed il vero valore dei nostri carciofi. Un consumatore che ha compreso come nei nostri carciofi, oltre al sapore, c’è molto di più rispetto a quelli di dubbia provenienza che si possono acquistare per le strade a low cost. 

Nei nostri carciofi c’è la storia, la tradizione, la cultura del popolo setino; sono tutti beni immateriali che il consumatore non paga, ma che comunque sono compresi nel prodotto. C’è nei nostri carciofi uno stretto legame con il territorio di origine, con la cultura che li ha prodotti e con l’ambiente che li ha alimentati. Noi questo lo abbiamo ripetuto tante volte, i consumatori ci hanno ascoltato e lo hanno compreso.
Il secondo obbiettivo raggiunto è che l’Amministrazione comunale, grazie alle battaglie di Coldiretti (non ce ne sarebbe dovuto essere bisogno), è riuscita finalmente ad eliminare lo scandalo che per anni ha svilito la kermesse, cioè la presenza massiccia di venditori abusivi ai parcheggi della Sagra, che offrivano ai visitatori carciofi di dubbia provenienza e a basso costo, spacciandoli per quelli di Sezze e provocando al nostro carciofo un furto di immagine e di identità. Per la prima volta, grazie a Coldiretti, i nostri produttori che hanno esposto alla Sagra sono rimasti soddisfatti e non hanno dovuto subire l’amarezza e l’onta di dover riportare a casa le loro eccellenze invendute. 
Sin qui la Sagra, con il successo del folclore e delle tradizioni, ma sui mercati la situazione del carciofo è drammatica e c’è molto da lavorare perché possa recuperare una parte del protagonismo del passato, ma di questo magari se ne tornerà a parlare tra un anno, con un’altra tavola rotonda dove saranno presenti tutti, tranne gli agricoltori. La condizione primaria è quella di intraprendere azioni concrete, per superare una volta per tutte le chiacchiere e i rilanci teorici della politica, che della valorizzazione ne hanno fatto un business per il proprio apparato. Il Comune di Sezze sinora si è preoccupato, con dei premi alla produzione, solo di avere un minimo di prodotto per soddisfare l’autosufficienza della Sagra, ma non si è mai speso con investimenti in strutture per salvaguardare la sua Agricoltura, lasciandola di fatto abbandonata a se stessa. I produttori sono allo sbando, e, senza un punto di commercializzazione sono costretti a recarsi fuori provincia, su mercati invasi da prodotti indistinti a low cost, ancor prima che arrivi a maturazione la loro primizia. La coltura del carciofo, peraltro poliannuale, non da più reddito, e le superfici investite, anno dopo anno, scendono sempre più giù. L’ideale sarebbe di attivarsi per la commercializzazione attraverso il Consorzio IGP del carciofo romanesco del Lazio, dopo correttivi adatti al suo funzionamento. Sono decenni che si ripete, ma il sospetto è che manchi la volontà politica, forse perché se gli IGP decollano (non dimentichiamo anche l’IGP kiwi Latina) finiscono anche i finanziamenti, e con questi la ragione di esistere per tanti Enti, che sono nati per accapararli con la promozione.


Sezze, 23 marzo 2014

Tempo di "carcioffole"

Su Raitre in onda mercoledì 26 marzo alle ore 12.25

Vittorio Del Duca: "Vale ancora la pena promuovere questa nostra eccellenza ? 

Dopo ogni mio intervento televisivo arrivano puntualmente attraverso il mio sito internet commesse da ogni parte d'Italia che né io né altri possiamo evadere perché i carciofi di Sezze, anno dopo anno, stanno diventando una rarità. 

In un territorio, da sempre con la vocazione agricola, le Amministrazioni Comunali che si sono succedute nel tempo, non sono state capaci di creare una benché minima struttura di supporto all'agricoltuta, anzi sono state capaci di distruggere anche quello che si era formato in modo spontaneo. Come per il mercato dei carciofi a Sezze Scalo".

 

Torna l’interesse dei consumatori per questo prelibato ortaggio, con il programma di Raitre “Fuori Tg”, in onda mercoledì 26 marzo alle ore 12,25.
Un paese che non sa valorizzare ed amministrare le sue risorse è un paese sconfitto. Il carciofo è una di queste, ed è un prodotto di eccellenza che anno dopo sta diventando sempre più raro e che rischia di scomparire dalla nostra tavola. Permettere ai “ contrabbandieri” di spacciare carciofi di dubbia provenienza in luoghi non autorizzati, e di truffare i consumatori sull’origine e sull’identità dei prodotti, persino nella Sagra, è uno dei modi per distruggere e seppellire le nostre risorse. Sono anni che Coldiretti sta lanciando il suo appello, ed anche se gli amministratori e i dirigenti comunali hanno dimostrato di voler ignorare questa grande forza sociale, il nostro impegno sul territorio continua, consapevoli che una comunità cresce solo quando esiste sinergia tra le sue componenti.

Le nostre dirette televisive stanno a dimostrare come sia possibile promuovere efficacemente un territorio, valorizzandone le tipicità e le identità culturali, senza ricorso ai finanziamenti pubblici, al contrario di tante realtà istituzionali, create ad hoc, che ne ricevono a valanga e non promuovono alcunché. Abbiamo un made in Italy che tutto il mondo ci invidia, staccano le loro etichette per attaccarci le nostre. In altre parole ci copiano. La contraffazione e la falsificazione dei prodotti alimentari Made in Italy ci fa perdere oltre 60 miliardi di euro di fatturato, che potrebbero generare reddito e lavoro in un difficile momento di crisi. E’con questo spirito e per salvare il made in Italy dagli inganni, che Raitrè è entrata con le sue telecamere nell’Az. Agricola Del Duca, con il servizio “Fuori TG” in onda mercoledì 26 marzo alle 12,25.


Sezze, 3 febbraio 2014

Il New York Times deride il Made in Italy
Le truffe dell’extravergine in Italia diventano fumetti sul New York Times dove si deridono gli inganni del falso Made in Italy che stanno provocando il “suicidio” della prodotto simbolo della dieta mediterranea. Nicholas Blechman in una serie di 15 vignette sul New YorK Time, dal titolo “Il suicidio dell’extravergine - l’adulterazione dell’olio di oliva italiano”, illustra la produzione nazionale di extravergine come un covo di truffatori, protetti dal potere politico, che importano olio dall’estero da adulterare e miscelare con quello nostrano per poi spacciarlo come Made in Italy, in barba anche alle forze dell’ordine. 

Le vignette sono riportate nel seguente link: http://www.nytimes.com/interactive/2014/01/24/opinion/food-chains-extra-virgin-suicide.html?_r=1

Secondo il prestigioso giornale internazionale la maggioranza dell’olio di oliva venduto come italiano proviene in realtà da Paesi come Spagna, Marocco e Tunisia che esportano in Italia dove arrivano anche olio di soia ed altri oli di bassa qualità che vengono etichettati e contrabbandati come extravergini di oliva. La serie di vignette spiega che l’Italia è il principale importatore mondiale di olio e che nelle raffinerie italiane l’olio di oliva è miscelato con oli meno costosi e dopo l’aggiunta di beta-carotene per mascherare il sapore, e di clorofilla per dare colore, viene imbottigliato ed etichettato come extravergine Made in Italy.
Le bottiglie sono spedite in tutto il mondo ed anche in Paesi come gli Stati Uniti, dove si dice che il 69 per cento delle bottiglie vendute si ritiene manipolato. Nonostante il fatto che uno speciale corpo dei Carabinieri (NAS) sia addestrato per scovare l’olio adulterato ed i ripetuti raid dei diversi corpi di polizia nelle raffinerie, gli industriali sono raramente perseguiti anche perché molti possono contare su legami con potenti rappresentanti del mondo politico. Il risultato di tutte queste frodi sono i bassi prezzi dell’olio di oliva italiano che si sta di fatto suicidando, conclude laconicamente il New York Times. Il racconto del New York Times riporta una realtà, purtroppo già nota e denunciata, di numerose frodi e contraffazioni come quella scoperta recentemente dalla Guardia di Finanza in Toscana che ha portato al sequestro di 8 milioni di bottiglie di olio di oliva destinato al mercato, con una origine e qualità diverse da quelle presentate. 
A fronte di questi fenomeni sotto il pressing della Coldiretti è stata approvata nel febbraio 2013 la cosiddetta legge “salva olio” che contiene misure di repressione e contrasto alle frodi e di valorizzazione del vero Made in Italy. Ancora oggi la legge non risulta pienamente applicata per l’inerzia della pubblica amministrazione e per l’azione delle lobby industriali denunciate dallo stesso New York Times, a livello nazionale e comunitario.
Ora c’è la possibilità in Parlamento, nella discussione in corso sulla legge comunitaria, di approvare uno specifico emendamento per rendere operativa la norma. L’Italia ha dunque l’occasione di ricostruire una credibilità internazionale e di salvaguardare il mercato di una primaria realtà economica, occupazionale ed ambientale, contro il rischio di quello che il New York Times ha chiamato il suicidio del Made in Italy.


Sezze, 24 gennaio 2014

Aumentano i giovani disoccupati 
La percentuale di disoccupati aumenterà fino al 2016 e ci si interroga come sia possibile la ripresa dell’economia con questi numeri. 
A differenza di quanto è avvenuto in tutti gli altri paesi industrializzati, negli ultimi cinque anni in Italia aumentano percentualmente gli occupati over 55, mentre calano i lavoratori più giovani. 

È quanto afferma la Coldiretti nel commentare il rapporto “Global Employment Trends 2014” dell'ILO (International Labour Organization) che stima la percentuale di disoccupati in Italia in aumento nel 2013, nel 2014 e nel 2015 per poi stabilizzarsi nel 2016 su valori drammatici del 12,7 per cento, più del doppio di quanto registrato nel 2007 all’inizio della crisi. 
La priorità è quella di invertire questa tendenza con un interruttore urgente più favorevole all’occupazione, se non vogliamo che la crisi vada oltre il 2016; ma il dato preoccupante è che ad essere più colpiti che altrove sono i giovani. Con l’invecchiamento del mondo del lavoro viene meno il necessario ricambio generazionale e si mette a rischio la ripresa dell’Italia. La crisi si aggrava perché non si rinnova la classe dirigente italiana, che nella politica, nell’economia e nella pubblica amministrazione ha una età media di 58 anni, la più alta tra tutti i Paesi europei. Il problema è che ad essere vecchie sono anche le idee con cui si vorrebbe affrontare la crisi.


Sezze, 1 gennaio 2014

I saldi frenati dalla paura di un futuro incerto
Nel 2013 l’inflazione è calata per effetto della spending review delle famiglie con più di due italiani su tre (68 per cento) che hanno ridotto la spesa o rimandato l'acquisto di capi d'abbigliamento. Oltre la metà ha detto addio a viaggi e vacanze e ai beni tecnologici e molto altro ancora. Tutto questo emerge da una analisi Coldiretti/Ixè dalla quale si evidenzia che il calo dell’inflazione nel 2013 rilevato dall’Istat è l'effetto della spending review degli italiani durante l’anno. Un segnale viene dai saldi, che sono frenati dalla paura del futuro con il 70% degli italiani che si sentono minacciati dal pericolo di perdere il lavoro anche quello autonomo, mentre il 53% teme di non riuscire ad avere un reddito sufficiente per mantenere la propria famiglia. Per la prima volta quest'anno gli italiani che vanno a caccia di panettoni, pandori, torroni cotechini, zamponi e spumanti messi in saldo dopo le feste superano quelli interessati all’acquisto dei capi di abbigliamento. 

La situazione economica generale del Paese si riflette sul potere di acquisto delle famiglie e quindi sull'andamento dei consumi. La crisi infatti ha provocato una profonda spending review dei bilanci familiari, che ha colpito tutti le voci di spesa come la frequentazione di bar, discoteche o ristoranti nel tempo libero, dei quali ha fatto a meno ben il 49 per cento. Il 42 per cento degli italiani ha rinunciato alla ristrutturazione della casa, il 40 per cento all'auto o la moto nuova e il 37 per cento agli arredamenti. Significativo è anche l'addio alle attività culturali del 35 per cento degli italiani in un Paese che deve trovare via alternative per uscire dalla crisi, ma anche quello alle attività sportive (29 per cento) destinato ad avere un impatto sulla salute. E per il 2014 – conclude l’analisi Coldiretti/Ixè - pesa il fatto che appena il 14 per cento delle famiglie italiane pensa che la propria situazione economica migliorerà, mentre per il 35 per cento e destinata a peggiorare anche se una maggioranza del 51 per cento ritiene che non cambi.

anno 2014