AGRICOLTURA DA SALVARE

a cura di Vittorio Del Duca

anno 2013

Salviamo la nostra risorsa principale

Sezze, 19 dicembre 2013

Pennacchi il mestatore e seminatore di zizzania

Il Presidente di Coldiretti Sezze, Vittorio Del Duca, replica alle accuse di Pennacchi rivolte ai sezzesi e ai sermonetani. In un mondo che va verso l’integrazione razziale e in cui viene unanimamente condannata ogni forma di razzismo, Pennacchi l’autore di Canale Mussolini, in una intervista al Messaggero del 15 dicembre (a pag 10) rende alcune farneticanti accuse a sezzesi e sermonetani, velate di razzismo, dove oltre a precisare che la matrice dei Forconi è lepina (?) e non veneta, lascia intendere, con un linguaggio che mal si addice ad un premio Strega, che mentre i coltivatori diretti veneti dell’agro Pontino sono tutt’altra cosa ed avrebbero pagato i contributi pensionistici, quelli di Sezze e Sermoneta invece avrebbero solo accumulato debito pubblico insieme ai politici: “Il nostro problema è il debito pubblico – asserisce Pennacchi - ma mica l’hanno fatto solo i politici. Quelli che c‘hanno i terreni sotto Sezze, sotto Sermoneta, non se lo ricordano che siccome erano nella zona della comunità montana non pagavano i contributi agricoli unificati? E le pensioni però le hanno prese, pagate con i contributi degli operai. E come la mettiamo?
La mettiamo che Pennacchi ignora la storia, o meglio, nell’infelice tentativo di pubblicizzare il suo nuovo libro, fa finta di ignorarla. La Sezione Coldiretti di Sezze ricorda, che prima degli anni 50, i coltivatori diretti italiani non godevano di alcuna assistenza previdenziale. Fu merito della Coldiretti, unita dalla colleganza ideale e politica alla “vituperata DC”, se dopo gli anni 50, la riforma agraria, i piani verdi e le nuove leggi sulla piccola proprietà contadina, permisero finalmente ai contadini di diventare proprietari della terra che lavoravano, ma determinante fu l’apporto del Presidente di Coldiretti Paolo Bonomi, onorevole della Democrazia Cristiana, che riuscì a dare a otto milioni di coltivatori italiani e alle loro famiglie, fino allora più o meno dimenticati ai margini della società, una identità ed una dignità ben precisa e un sistema giuridico e normativo al pari degli altri cittadini.

Secondo quanto ebbe a dire Bonomi per più volte, le masse contadine non erano protette nemmeno dalle sinistre, che considerano lavoratori solamente gli operai delle fabbriche. Se allora avessimo dato ascolto ai marxisti come Pennacchi (ma va là ! molti lo ricordano come attivista del MSI destra nazionale) l’Italia sarebbe irrimediabilmente entrata nell’orbita sovietica ed avremmo fatto la fine di tutti i paesi dell’Est. Fu merito di Bonomi se con legge 22 novembre 1954, n. 1136, furono istituite le prime casse mutue previdenziali comunali, provinciali e nazionali, autogestite dai coltivatori diretti di ogni colore politico, un modello esemplare perchè la gestione mantenne un saldo attivo sino alla fine. In Italia, si sa, le cose che funzionano bene hanno vita corta, e così con decreto ministeriale 29 luglio 1977 vennero nominati i commissari liquidatori delle casse mutue di malattia per gli esercenti attività commerciali, per gli artigiani e per i coltivatori diretti. In ogni caso la contribuzione previdenziale ed assistenziale per i braccianti era diversa dalle casse mutue dei coltivatori diretti e va pure precisato che i coltivatori diretti di allora ben difficilmente assumevano operai, perché il lavoro veniva svolto dalla famiglia coltivatrice che, anche per legge, doveva essere prevalente se voleva conservare i requisiti ed i benefici di coltivatore diretto. 

Quindi mai nessuna pensione è stata pagata ai coltivatori diretti con i contributi previdenziali dei braccianti. Ma veniamo alle zone svantaggiate e montane di cui parla Pennacchi. Nel 1975, all’indomani dell’adesione alla CEE del Regno Unito, fu introdotto il regime di aiuto all’agricoltura nelle zone svantaggiate, che rappresentano il 57 % del territorio UE (non solo quindi Sezze e Sermoneta ) e ancora oggi rappresentano uno degli strumenti classici della Politica agricola comune (Pac) per favorire la permanenza dell’uomo sul territorio e in agricoltura. In virtù di questi svantaggi naturali, la contribuzione previdenziale dei coltivatori diretti e dei braccianti,in queste zone è ridotta del 40%. 

Anche in questo caso però le due contribuzioni sono separate, anzi se vogliamo dirla proprio tutta, i braccianti agricoli si sono rimangiato attraverso le false malattie e le indennità di disoccupazione, tutti i contributi versati dai loro datori di lavoro. In Italia le zone montane e svantaggiate rappresentano quasi il 90% della superficie agricola utilizzata, altro che Sezze e Sermoneta! Nella regione Veneto di Pennacchi, su una superficie agricola utilizzata (SAU) di 852.744 ettari, oltre 630.000 (il 73%) è rappresentata da zone montane e vantaggiate. Altro che Sezze e Sermoneta! E’ bene però ricordare che queste agevolazioni contributive hanno permesso un minimo di permanenza dell’uomo sul territorio e sono sotto gli occhi di tutti le catastrofi e i conseguenti danni economici accaduti laddove questa presenza è venuta meno. Un ultima notazione, la pensione di un piccolo coltivatore diretto che ha lavorato per non quarant’anni si aggira tra 460 -480 euro mensili, un importo addirittura inferiore alla pensione sociale che si ottiene senza versare contributi.


Sezze, 3 dicembre 2013

La battaglia di Natale per il Made in Italy

Mentre a Montecitorio il 5 Dicembre ci sarà un grande presidio di agricoltori di Coldiretti, sostenuto dalle rappresentanze dei vari Comuni, tra i quali il Comune di Sezze con il primo cittadino Andrea Campoli, diecimila allevatori e coltivatori della Coldiretti provenienti da tutte le Regioni, presidieranno, anche con i loro trattori, il valico del Brennero, nell’ambito della mobilitazione “La battaglia di Natale: scegli l’Italia” per difendere l’economia e il lavoro dalle importazioni di bassa qualità, che varcano le frontiere per essere spacciate come italiane. Numerosi controlli hanno evidenziato infatti una etichettatura ed una pubblicità ingannevole, fraudolenta e scorretta, al solo scopo di far intendere al consumatore che i prodotti acquistati sono di origine e tradizione italiana. 

Occorre contrastare questa usurpazione del Made in Italy, assicurando la qualità,la salubrità, le caratteristiche e l’origine dei prodotti alimentari, in quanto elementi funzionali a garantire la salute ed il benessere dei consumatori ed il diritto ad una alimentazione sana, corretta e fondata su scelte d’acquisto e di consumo consapevoli. Autobotti, camion frigo, container saranno verificati dagli agricoltori e dagli allevatori con l’ausilio della Guardia di Finanza per smascherare il "finto Made in Italy" diretto sulle tavole in vista del Natale, all’insaputa dei consumatori per la mancanza di una normativa chiara sull’obbligo di indicare l’origine degli alimenti.
Attraverso il valico Brennero giungono in Italia miliardi di litri di latte, cagliate e polveri, ma anche milioni di cosce di maiale per fare i prosciutti, conserve di pomodoro, succhi di frutta concentrati e altri prodotti che, come dimostra il dossier elaborato dalla Coldiretti per l’occasione, stanno provocando la chiusura delle stalle e delle aziende agricole con la perdita di migliaia di posti di lavoro. La circolazione di alimenti che evocano una origine italiana che non possiedono, pregiudica l’immagine del patrimonio agroalimentare nazionale che, come espressione dell’identità culturale dei territori, rappresenta un bene collettivo da tutelare ma anche uno strumento di valorizzazione e di sostegno allo sviluppo e alla crescita della Nazione.


Sezze, 17 novembre 2013

Imposte comunali in agricoltura

La nostra agricoltura non ce la fa più, se sopravvive è solo per l’ostinazione della gente dei campi. Non lasciamola morire.

I servizi specifici di raccolta e smaltimento dei rifiuti per le aziende agricole sono svolti da imprese specializzate in materia e comportano alti costi, totalmente a carico delle imprese agricole. Tra breve, il Comune dovrà adottare il regolamento che disciplinerà l’applicazione sui rifiuti e sui servizi (Tares) previsti dalla legge, e questo costituisce un ulteriore motivo di preoccupazione per le aziende agricole, perché comporta un notevole appesantimento dei tributi che già gravano sul settore primario, che nel nostro territorio si trova a dover affrontare e a destreggiarsi con una situazione di crisi economica sempre più drammatica. 

Del resto, sono note a tutti le difficoltà dei Comuni e la tendenza ad applicare le aliquote massime anche nel settore agricolo.
È per tale motivo che la Coldiretti provinciale, unitamente alla Sezione di Sezze, si è fatta portavoce delle preoccupazioni del mondo agricolo in una nota inviata al Sindaco di Sezze, Andrea Campoli. In questa nota si chiede che vengano valutate adeguate esenzioni e riduzioni tariffarie in ordine all’applicazione della Tares per il settore agricolo, come previsto dal legislatore, che rilevando le peculiari caratteristiche del settore agricolo, dà facoltà ai Comuni di effettuarle.
Nello specifico Coldiretti chiede una riduzione delle tariffe per gli imprenditori agricoli attivi e regolarmente iscritti all’Inps, oltre ad un ulteriore abbattimento per gli stessi con famiglia numerosa, come pure per i pensionati che si ritrovano ad abitare una casa troppo grande perché i figli sono andati via. Il tutto nel rispetto dell’invarianza del gettito, dal momento che dette esenzioni possono essere spalmate sulle classi più abbienti e meno disagiate, garantendo in modo ancora più significativo il necessario e sacrosanto criterio della distribuzione dei carichi tributari in funzione del reddito e delle rendite.


Sezze, 22 ottobre 2013

Le osservazioni inascoltate

La nostra impressione è che le osservazioni al piano urbanistico che abbiamo presentate rappresentino per l’amministrazione comunale poco meno che carta straccia, se è vero come è vero che nessun Consiglio è stato mai convocato per prenderne atto o per respingerle. Ancora più grave è che si ordinano plastici per magnificare, quasi fosse un vanto, lo scempio al territorio agricolo con colate di cemento di 880.000 metri cubi, rovinando per sempre quella che dovrebbe essere la risorsa principale del paese. Si progettano piscine faraoniche che non servono a nessuno, ma ci si dimentica che esiste un’agricoltura, volano dell’economia setina, per la quale non si è mai speso un centesimo, nemmeno una minima struttura sia per la valorizzazione che per la commercializzazione dei prodotti agricoli. 

Abbiamo sotto gli occhi un regresso demografico che sarà ancora più evidente nei prossimi anni, i nostri giovani lasciano il paese per cercare occupazione altrove, la comunità rumena si sta sfoltendo per mancanza di lavoro, ma il piano previsionale del PUCG indica un fabbisogno di case per 4 500 nuovi alloggi. Restiamo del parere, più volte espresso, che Sezze potrà crescere solo se investe nelle proprie risorse che sono il territorio, l’identità, il turismo, la cultura e il cibo: leve formidabili per la crescita. Non abbiamo bisogno di nuovi alloggi, ma solo di riqualificare l’ esistente, con progetti seri ed utili alla collettività e non mirati alla ricerca della fortune elettorali dei soliti politici di turno. 

Cementificare il suolo agricolo per questi interessi è una grave responsabilità storica e morale, che getterà su di noi il biasimo delle generazioni future, verso le quali dovremmo invece sentire il dovere di trasmettere amore per la terra, per il paesaggio, per il cibo, per i nostri monumenti, in una parola per quelli che sono i nostri beni comuni.


Sezze, 5 luglio 2013

Assemblea Nazionale della Coldiretti

“Il futuro e il destino dell’Italia passano attraverso l’Agricoltura. Siatene orgogliosi ! Oggi, si registra un profondo cambiamento rispetto al passato, quando la vita in campagna era considerata quasi un sinonimo di arretratezza e di ritardo culturale nei confronti di quella di città. Dentro l’Agricoltura non c’è ancora un reddito adeguato, ma c’è legittimamente quella visione di futuro e di prospettive di fiducia che non c’è negli altri settori: ecco perché aumenta l’occupazione giovanile in Agricoltura, ecco perché le multinazionali agroalimentari arrivano invece che andarsene, ecco perché aumenta il numero di chi frequenta le scuole di Agricoltura. “

Con queste parole il Presidente di Coldiretti Sergio Marini ha salutato ed incoraggiato le quindicimila aziende agricole associate che hanno affollato il Palalottomatica per l’annuale convention di Coldiretti. 
Al centro dell’evento gli effetti di una crisi epocale sui consumi alimentari, sulla perdita di marchi storici del made in Italy, i rischi di frodi, di contraffazioni, degli ogm, ma anche gli elementi di successo e del modello di sviluppo dell’Agricoltura italiana che è l’unico settore a far registrare un aumento del Pil nelle esportazioni e nell’offerta di lavoro.
Sul palco del Palalottomatica sono intervenuti i ministri dello sviluppo economico Flavio Zanonato, il ministro della salute pubblica Beatrice Lorenzin, il ministro dell’ambiente Andrea Orlando, il ministro delle politiche agricole Nunzia Di Girolamo, e prima di loro, protagonisti dell’evento sono stati il Procuratore Giancarlo Caselli che ha relazionato sulle agromafie, Renzo Arbore per l’agricoltura sociale, il Presidente di Federconsumatori Rosario Trafiletti e il Direttore generale di Iper (mercati FAI) Stefano Albertazzi, che hanno portato le loro testimonianze sui temi al centro dell’edizione 2013 dell’Assemblea Nazionale di Coldiretti. 
Di particolare rilievo gli impegni presi dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo che in conclusione ha sottoscritto tutte le proposte di Coldiretti. La contrarietà agli Ogm, per valorizzare la nostra biodiversità, è stata una tesi sostenuta da tutti e tre i ministri intervenuti ed interessati alla firma della clausola di salvaguardia per vietare in Italia la coltivazione di Organismi geneticamente modificati. Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha tra l’altro annunciato la sua intenzione di “presentare presto in Parlamento un disegno di legge per valorizzare il 'km zero'”, mentre il Ministro all’Ambiente, Andrea Orlando, ha affermato: “noi siamo contro gli Ogm, perchè non vogliamo che il nostro paese diventi troppo simile o uguale ad altri paesi”.
L’abolizione dell’Imu agricola, sostenuta con forza e “sino alla morte” dal ministro Nunzia Di Girolamo rappresenta un vero riconoscimento del ruolo ambientale, sociale e culturale del settore agricolo, il riconoscimento di quei beni comuni che l’Agricoltura produce (cultura, tradizioni, storia ecc) ma che nessuno paga, il riconoscimento di beni strumentali che nulla hanno a che vedere con una tassa che dovrebbe intaccare i patrimoni.
La semplificazione della burocrazia è stata sostenuta anche dal Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato e della Salute Beatrice Lorenzin e rappresenta una delle priorità perché gli agricoltori passano più tempo sulle carte che a lavorare la terra, e perché troppo spesso sono abituati a semplificazioni e poi a semplificazioni delle semplificazioni che portano infine a delle complicazioni ingestibili.L’Assemblea si è conclusa con il saluto del Presidente Marini che ha invitato i presenti a prendersi le proprie responsabilità, nel dare ognuno il proprio contributo a migliorare il paese che amiamo, l’Italia che vogliamo.


Sezze, 21 giugno 2013

Task force a Montecitorio contro gli OGM

Massiccia rappresentanza pontina alla Task Force per un’Italia libera da ogm. 
Sulla richiesta al Governo di esercitare la clausola di salvaguardia c’è stato un pressing trasversale da parte dei rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, da Sinistra Ecologia e Libertà a Movimento 5 Stelle, dal Popolo delle Libertà al Partito democratico, che si sono uniti alla task force “Liberi da Ogm” in piazza Montecitorio con centinaia di consumatori, ambientalisti, Coldiretti , Slow Food, per chiedere appunto ai Ministri dell’ambiente, delle politiche agricole e della salute di firmare la richiesta all’Unione Europea per esercitare la clausola di salvaguardia che vieterebbe la messa a coltura di piante biotech. 
Una opzione già esercitata in Europa da 8 Paesi (Francia, Germania, Lussemburgo, Ungheria, Grecia, Bulgaria, Polonia, Austria) e che in Italia, è stata sollecitata da tutti i gruppi parlamentari al Senato, con una mozione votata all’unanimità. L’inerzia delle istituzioni di fronte alla provocazione di una semina illegale ogm in Friuli Venezia Giulia è stata tra l’altro presa di mira dai rappresentanti delle forze sociali ed economiche con Coldiretti in prima linea, Greenpeace, Federconsumatori, Slow Food, Legambiente, Aiab, Univerde, Campagna Amica che si sono alternati sul palco con i politici dei diversi gruppi parlamentari.


Sezze, 17 giugno 2013

Marchio IGP Carciofo Romanesco del Lazio

Meglio pentirsi di aver fatto che pentirsi di non aver fatto, ma il marchio se da una parte tutela le nostre produzioni ed i consumatori, dall’altra farebbe lievitare i prezzi. Ed in tempi di crisi, con la concorrenza globale di prodotti low cost come risponderà il mercato? Può il marchio IGP rilanciare una coltura così importante per Sezze o è meglio una seria etichettatura di origine?
Nel 2001, il carciofo romanesco del Lazio, dopo un iter durato diversi anni ottiene il riconoscimento della Comunità Europea come specie protetta con il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta). Salutato come un grande successo sia dalle Organizzazioni professionali agricole che dalla politica, il marchio mostrò subito i suoi limiti soprattutto nell’aspetto commerciale, lontano dalla realtà e dalle attese degli agricoltori. Le norme di commercializzazione inserite nel disciplinare dai tecnocrati di Bruxelles e dalla Regione prevedevano, conditio sine qua non, che i carciofi fossero immessi sul mercato in imballaggi sigillati, senza foglie e con massimo 10 cm di gambo. 

Una norma in palese contrasto con la tradizione italiana, che voleva e vuole tuttora i carciofi di qualsiasi varietà con il gambo lungo e soprattutto con le foglie, che sono una garanzia di freschezza tanto cara al consumatore. La tradizionale confezione in mazzi da dieci carciofi fu ammessa solo entro i confini regionali del Lazio; poca cosa considerato che tali confezioni sono possibili esclusivamente con i cimaroli o “primi padri”, quindi con una minima percentuale della produzione. Molte perplessità suscitarono i vari passaggi di mano e le diverse figure professionali previste nel disciplinare, oltre ai produttori agricoli, erano previsti intermediari, centri di confezionamento, controlli qualità gestiti da “Agroqualità” e Consorzio di tutela del carciofo romanesco del Lazio. 

Organismi senza dubbio importanti, in special modo gli ultimi due, ma gli agricoltori ebbero la netta sensazione che il marchio, così com’era, non avrebbe potuto trovare applicazione pratica perché significava aggravi di costi senza ritorno economico, e soprattutto tanta burocrazia. Insomma gli agricoltori che volevano il marchio IGP avrebbero dovuto ridiventare come i medievali servi della gleba, con tutta la pletora di vassalli, valvassori e valvassini, smaniosi di assicurarsi una percentuale di reddito sulla loro produzione di carciofi, che comunque pur senza marchio restava una grande eccellenza. Il paragone può sembrare forte, ma la gran parte delle aziende agricole non erano e non sono tuttora attrezzate per diventare un centro di confezionamento, con macchine sigillatrici costose e con magazzini nel rispetto dei requisiti restrittivi previsti dalle norme europee e dalle Asl, ed avrebbero dovuto far ricorso ad altri soggetti. 

Paradossalmente venne consentito il confezionamento all’aperto, in condizioni ambientali estreme, sotto la pioggia, in mezzo al fango o al vento e al sole, piuttosto che sotto il riparo di un magazzino non completamente a norma, come da sempre avviene nella storia dei carciofi, senza che questo abbia mai pregiudicato la salute pubblica. Altro requisito indispensabile dell’ IGP è il lavaggio con acqua potabile, ma sappiamo che la gran parte del campo di Sezze non è servita dall’acquedotto comunale e che l’acqua emunta dai pozzi artesiani ha bisogno di costosi trattamenti di potabilizzazione. Nel disciplinare di produzione i carciofi devono avere una perfezione che nella realtà si riscontra solo in pochi soggetti, non sono tollerati danni da gelo neanche minimi, o dal passaggio di una lumaca. Insomma tutta una serie di disposizioni fatte sulla scrivania che convinsero gli attori principali della filiera, gli agricoltori, che il gioco del marchio IGP non valeva la candela, anzi sembrava studiato appositamente per impedirne l’applicazione. Così a tredici anni dalla pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio, il marchio IGP rimane solo sulla carta ed inutilizzato tanto a Sezze quanto negli altri areali di produzione della provincia di Roma. 
Cosa fare ? Il disciplinare di produzione ha bisogno di essere rivisitato negli aspetti cui ho fatto riferimento, e che si stanno studiando per renderlo più rispondente alla realtà , ma va precisato che per la stragrande maggioranza dei produttori il tanto desiderato bollino di color giallo a sfondo rosa rimarrà solo un sogno, a meno di un intervento pubblico con strutture per l’insediamento del Consorzio di tutela del carciofo romanesco, che curi il confezionamento delle partite per conto dei produttori e, ove si desideri, la commercializzazione del prezioso ortaggio. Un’ operazione che non potrà essere calata dall’alto, ma concertata con le parti interessate della filiera, primi fra tutti gli agricoltori, cui va prospettato il conto economico su oneri e valore aggiunto, fermo restando che le certezze assolute non sono di questo mondo, e soprattutto di una attività all’aperto come quella agricola, alle prese con un mercato sempre più globale, dove i prodotti devono costare sempre di meno, mentre il marchio IGP non può che far lievitare i costi ed i prezzi al consumo. 

È di questi giorni la notizia, che emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Symphony Iri relativi al primo quadrimestre del 2013 in occasione della presentazione dell’Atlante Qualivita, che il consumo di prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) registra in Italia un crollo degli acquisti fino al 6,8 per cento per effetto della crisi, ma soprattutto della concorrenza sleale dei prodotti di imitazione low cost, come sono i carciofi del nord africa spacciati per quelli di Sezze tra l’indifferenza delle istituzioni. Altro aspetto da valutare, è che oggi la prospettiva di un rilancio della cultura dei carciofi a Sezze è ridotta ai minimi termini. Nessuno meglio dei produttori agricoli sa che al peggio non c’è limite ed è per questo, in previsione del peggio, che una disaffezione così grande da parte degli agricoltori verso la coltura non si era mai registrata e difficilmente potrà essere sanata dal marchio IGP.


Sezze, 26 maggio 2013

Troppa ortofrutta "Perde" l'etichetta d'origine

In Italia vengono importati oltre 3 miliardi di chilogrammi di prodotti ortofrutticoli delle più svariate provenienze che, però, molto spesso perdono la loro identità, la loro origine. Sono prodotti che possiamo definire “clandestini” non perché siano importati illegalmente, ma perché sempre più raramente viene esplicitata al dettaglio la loro provenienza che diventa, ovviamente, tutta italiana.
Attraverso la conoscenza dell’origine si può capire quali prodotti sono di stagione, qual è il momento migliore per acquistare le ciliegie, le pesche, l’uva da tavola, che evidentemente non sono presenti nel nostro paese 12 mesi all’anno. 
L’esposizione di queste informazioni dovrebbe essere la normalità, se è vero che esiste una norma comunitaria che prevede l’obbligo di evidenziare i dati relativi all’origine. 
Purtroppo la situazione di mercato è carente, come testimoniato anche da una recente indagine di una associazione di consumatori che ha verificato come solo il 22 per cento dei banchi di ortofrutta dei mercati rionali di 7 regioni fossero in regola, dato quasi dimezzato rispetto a 5 anni prima. I prodotti possono non essere confezionati o presentati nell’imballaggio, dove ci deve essere l’etichetta, e quindi essere esposti e venduti allo stato sfuso, purché il rivenditore al minuto apponga sulla merce messa in vendita un cartello sul quale figurino in caratteri molto chiari e leggibili le indicazioni previste dalle norme relative alla varietà, all’origine del prodotto ed alla categoria.
Si ricorda che l’esposizione di queste informazioni è obbligatoria ed è un diritto dei produttori, che vogliono vedere valorizzato il loro prodotto, e dei consumatori, che pagano per avere gli elementi per poter effettuare scelte consapevoli.


Sezze, 26 aprile 2013

I carciofi di Sezze all'ammasso

Grossi tir stracolmi di carciofi giungono sui mercati, in conto commissione, dalle provenienze più strane creando eccedenze e facendo perdere ai nostri il loro valore lungo la filiera con prezzi che non remunerano neanche le spese di raccolta. Stessa sorte per gli altri ortaggi. Nubi dense sul futuro dei carciofi di Sezze.

Non occorre essere economisti per comprendere che la globalizzazione sta impoverendo l’intero pianeta a vantaggio di pochi che tengono in ostaggio l’Umanità e manovrano le politiche mondiali. Il principio è semplice: quei pochi che detengono il potere economico si spostano a produrre lontano, dove il lavoro costa di meno, sfruttano la miseria e le risorse dei Paesi poveri senza arricchirli, ritornano poi a vendere nei Paesi ricchi occidentali tutto quello che hanno prodotto colà. Nel frattempo i consumatori dei Paesi ricchi sono diventati poveri perché le aziende e le fabbriche che sono state chiuse per andare a produrre lontano a minor costo, hanno lasciato un cimitero di disoccupati, impossibilitati a spendere e muovere l’economia. 
Anche l’Agricoltura soccombe al peso della globalizzazione mietendo disoccupati anziché mietere grano, e non ci sono marchi Doc o Igp che tengano. Il carciofo di Sezze, che una volta era la principale fonte di ricchezza del Paese, quando giunge sulle nostre tavole, trova già un mercato saturo di carciofi planetari, indistinti e indistinguibili, con i quali va a confondersi e a confrontarsi, sino a perdere il suo valore lungo la filiera, a prezzi che non remunerano neanche le spese di raccolta e che comunque la sola globalizzazione non spiega. Il dubbio è che nel commercio degli ortaggi si sia ben insediato un vasto giro internazionale della criminalità organizzata per il riciclo del denaro sporco, cosi come già denunciato dal 2009 nel rapporto Eurispes- Coldiretti sulle agromafie, redatto in stretta collaborazione con magistratura e forze dell’ordine. “Certamente – ebbe a dire allora il giudice Grasso, oggi Presidente del Senato - la globalizzazione ha dato grossi vantaggi alle organizzazioni criminali, poiché ogni Stato difende le proprie aziende ed è difficile che ci venga incontro in indagini di questo tipo. La filiera produce reati lungo tutto il percorso, quindi dobbiamo avere la cooperazione di tutti gli Stati attraverso i quali è passata la filiera. Al giorno d’oggi – continua Grasso - se troviamo una bolla falsificata o che non corrisponde al prodotto trasportato, catturiamo gli autisti dei camion, ma non riusciamo ad arrivare alle teste dell’organizzazione”.
Tre milioni di disoccupati in Italia nel solo 2012 non sono un fenomeno tutto italiano, ma sono solo una parte delle vittime della globalizzazione. Gente che non guadagna, che non può spendere e di conseguenza non muove l’economia ma che oltretutto rappresenta un costo sociale. La politica italiana deve prendere atto che questo modello di società basato sul mercato globale ci condurrà inevitabilmente ad una nuova forma di povertà e deve di conseguenza reagire, mettendo in essere azioni coraggiose sia sulla sicurezza pubblica, sia sulle cose esclusive ed importanti che abbiamo: Agricoltura, Territorio, Paesaggio, Beni archeologici.


Sezze, 2 aprile 2013

TIPICITA’ DI SEZZE SU RAITRE - MERCOLEDI' 10 APRILE ALLE ORE 17,35

Del Duca a Geo&geo promuove Sezze

Ringrazio la Coldiretti regionale del Lazio che mi darà l’opportunità di partecipare alla trasmissione televisiva Geo & Geo, in onda su Raitre mercoledì 10 Aprile alle ore 17.35

L'intento è quello di promuovere l’Agricoltura di Sezze e far apprezzare ai consumatori italiani non solo i carciofi e la cucina del nostro paese, ma anche tutte le altre sue tipicità. 

È una grande opportunità per Sezze perché la trasmissione, condotta da Sveva Sagramola, va in onda proprio pochi giorni prima dell’importante appuntamento con la 44° Sagra del Carciofo, e il messaggio di venire a visitare Sezze e conoscere la sua cultura, verrà seguito in tutta Italia da più di tre milioni di telespettatori.
Con me nella direta televisiva ci sarà Gualtiero, cuoco di indiscussa esperienza, nonché proprietario del famoso ristorante tipico “da Barbitto”, che cucinerà ed illustrerà ai telespettatori i piatti della tradizione sezzese, ed in particolare quelli a base di carciofi. 

Non mancherà l’aspetto folkloristico, legato sia al costume antico della donna di Sezze, indossato dalla bellissima Daniela De Angelis, presidente del gruppo folcloristico “I Turapitto”, sia ad alcuni utensili agricoli molto in uso nel passato e portati in studio per l’occasione. 

Per tutto il tempo della trasmissione Antonio Santucci, mio stretto collaboratore, mostrerà il confezionamento dei tradizionali mazzi di carciofi di Sezze. Nei 10 minuti di trasmissione cercheremo di dare un condensato di tradizioni, storia e cultura di Sezze; è stato inviato alla Rai molto più materiale di quello che realmente potrà essere trasmesso, tra questi diverse foto di Ignazio Romano, il film documentario “Sezze sulle tracce di Ercole” e numerosi riferimenti storici sulla nostra lunga e antica tradizione contadina.     

(nella foto Sergio Marini, presidente Nazionale Coldiretti, Sveva Sagramola, Gualtiero e Vittorio)

Guida su Sezze
A Sezze, la mitica cittadina in provincia di Latina fondata da Ercole, ricca di storia, arte e cultura, è tempo di “carcioffolate”. Così informa il Presidente della Coldiretti di Sezze, Vittorio Del Duca: 

Domenica 14 Aprile, nella cornice medioevale del centro storico di Sezze, si svolgerà la XLIV Sagra del Carciofo, il carciofo romanesco del Lazio, specie protetta dalla Comunità Europea con marchio IGP. “E’ una grande festa popolare con al centro il carciofo, prodotto setino e simbolo della fervente attività agricola del paese.

È un impasto di saggezza, tradizione, memoria, folklore e riproposizione di una atmosfera di forte fascino, il fascino del passato che si coniuga armoniosamente con il presente”. Sezze, antica colonia latina dei Romani, per la sua posizione collinare che guarda la pianura con lo sfondo del mare, il Circeo , le isole Ponziane ed i Monti Lepini, rappresenta il crocevia di un territorio immensamente ricco di risorse naturali, ambientali e di prodotti tipici: non sono solo i carciofi e i carciofini ma anche il pane, le paste di mandorle e di visciole, i broccoletti di Sezze, gli oli della collina oltre a piatti di grande successo e di lunga tradizione culinaria come la zuppa di fagioli e la bazoffia sezzese detta anche minestra appraca cornuti. 

Sezze vanta anche altre importanti e consolidate iniziative culturali come” La Sacra Rappresentazione della Passione del Venerdì Santo”, che ogni anno si svolge per le strade del centro storico con attori locali, La Sagra dei Broccoletti ed i luoghi di San Carlo dove il Santo visse e pregò, e quest’anno prendono il via le celebrazioni per il quarto centenario della sua nascita (1613 – 2013). Sono eventi che valorizzano l’immagine della città ed attirano ogni anno migliaia di visitatori che dimostrano soddisfazione ed apprezzamento per quanto l’antica Setia, plena bonis, riesce ad offrire. 

Quest’anno la Sagra del Carciofo avrà ancora qualcosa in più, i volontari del Gruppo di Valorizzazione dei Beni Archeologici di Sezze, si offriranno spontaneamente e gratuitamente ad accompagnare i visitatori che lo vorranno, in un percorso entusiasmante di storia, arte e cultura nell’antichissimo centro storico di Sezze.               (nella foto sotto Vittorio Del Duca e i suoi carciofi)


Sezze, 5 marzo 2013

Coldiretti e Comune per porre fine alla vendita abusiva di carciofi

Mercoledì 13 Marzo alle ore 19,00 l'incontro presso la sezione Coldiretti di Sezze Scalo.
La Sezione Coldiretti di Sezze, allo scopo di porre fine una volta per tutte al fenomeno della vendita abusiva di carciofi di dubbia provenienza spacciati per prodotto di Sezze sulle strade del territorio comunale, ha promosso un incontro con il Direttivo della sezione, il Sindaco Campoli, l’Assessore ai settori produttivi Maurizio Baratta, il Presidente della Commissione settori produttivi Luciana Lombardi e il Dirigente del settore Piero Formicuccia. 

L’incontro si terrà mercoledì 13 Marzo alle ore 19 presso la sezione Coldiretti di Sezze Scalo.Il fine è quello di una collaborazione per tutelare non solo il buon nome dei prodotti della nostra terra dal furto di immagine e di identità, ma anche gli ignari consumatori dall’inganno di prodotti di dubbia provenienza, spacciati sulle nostre strade per prodotti locali. Ciò senza danneggiare nessuno, ma appellandosi al rispetto delle regole del commercio ambulante, che oltre a prescrivere la regolare autorizzazione comunale non può essere svolta in maniera stabile, e comunque per non più di 5 minuti nello stesso punto di qualsiasi strada del territorio comunale. All’incontro sarà presente il presidente provinciale di Coldiretti Carlo Crocetti ed il Direttore Saverio Viola perché è intenzione di Coldiretti richiamare al rispetto delle regole e alla vigilanza anche tutti i Comuni limitrofi. 

Ci sentiamo di ringraziare sin da ora l’Amministrazione comunale per l’ ampia disponibilità dimostrata alla risoluzione del problema, avvertito non solo dagli agricoltori ma anche dagli esercenti di frutta e verdura in forma stabile, che hanno chiesto di poter partecipare all’incontro.


Sezze, 4 marzo 2013

Ritorno all'agricoltura

Il ritorno dei giovani in Agricoltura è una nuova realtà ma è anche un fenomeno che va favorito creando le condizioni per la loro permanenza. E’ necessario però fare giustizia di un agricoltura vecchia ed obsoleta, perché i giovani che oggi stanno tornando, magari ricoltivando il terreno abbandonato dai genitori o dai nonni, sono giovani che usano i social network, che hanno capacità di realizzare il loro lavoro garantendo anche le vacanze, la possibilità di avere tempo libero. Grazie alla loro creatività sono i migliori interpreti della società odierna, una società che ha acquisito nuove abitudini nel modo di rapportarsi con il cibo ma soprattutto nel modo di prepararlo. 

C’è sempre meno tempo da dedicare alla cucina e l’Agricoltura deve uniformarsi a questa nuova esigenza con una gamma di prodotti già pronti all’uso. L’immagine di una Agricoltura dove l’uomo è schiavo del proprio lavoro, è una immagine vecchia, e allora occorre favorire il ritorno all’ Agricoltura, altrimenti la situazione diventa drammatica. L’età media dei nostri agricoltori è di quasi sessant’anni e noi non mangiamo microprocessori, abbiamo bisogno di qualcuno che torni alla terra, dobbiamo investire sui giovani. L’Agricoltura deve tornare ad essere una grossa opportunità di reddito e di occupazione altrimenti tutto quello che diciamo diventa aleatorio. Sul lavoro agricolo oggi c’è una esagerata burocrazia, lo Stato deve impegnarsi a ridurla perché il contadino passa più tempo in pratiche burocratiche che non all’attenzione da dedicare alla terra. Quando dico che il territorio e l’Agricoltura possono creare una nuova economia, percepisco una certa tendenza a considerarci retrò, a considerarci nostalgici del passato: sono tutte balle! 

Non c’è nostalgia, c’è la piena consapevolezza che l’Agricoltura può diventare l’ economia del futuro, però occorre prestare molta attenzione a quelle che sono le realtà più significative, quelle per cui il nostro paese è guardato nel mondo con molto rispetto e che sono la cultura, il suo patrimonio, il paesaggio, il cibo che tutti ci imitano. Sessanta miliardi di euro è il valore del falso made in Italy nel mondo, sono prodotti della tradizione italiana; staccano l’etichetta dal prodotto americano e ci appiccicano la nostra. Significherà pur qualcosa questo? Non si stacca l’etichetta da una Mercedes per attaccarci quella della Fiat! Senza contare il fatto che la dieta mediterranea, ovvero il nostro cibo, è patrimonio dell’Unesco, ovvero dell’ intera Umanità.


Sezze, 1 febbraio 2013

Salviamo il suolo agricolo

Risale a settembre 2012 il decreto legge salva-suolo di Monti, che non è mai stato tramutato in legge per la fine della legislatura. Si dovrebbe però prendere spunto da quel documento per anticipare i tempi di uno sviluppo sostenibile e salvaguardare i terreni agricoli dalla cementificazione. Secondo dati Istat nazionali la popolazione cresce di un quarto rispetto alle volumetrie residenziali che vengono concesse ed è urgente una inversione di tendenza. Le statistiche dicono che in soli dieci anni è stato cementificato in Italia un territorio grande quanto la Lombardia; per quanto riguarda Sezze, stando ai rilevamenti satellitari di Agecontrol, sembra che le cose non vadano affatto meglio. Il nuovo PUCG di Sezze anziché frenare questo consumo di suolo agricolo, gli imprime una nuova e più potente accelerazione. 

Chi come me ricorda il territorio di Sezze sin dagli anni 50 e lo raffronta con quello che è oggi, non ha alcuna remora a poter affermare che se si andrà avanti di questo passo, tra molto meno di un secolo non ci sarà più un metro quadrato di orto da coltivare, quindi neanche più i contadini. Il grande Pasolini ebbe più volte ad affermare che se questo Paese perderà i contadini non avrà più storia. Le amministrazioni dovrebbero quindi pensare a delle formule di incentivazione per chi restaura o ristruttura conservando, piuttosto che creare nuovi alloggi. Solo così si può realizzare una nuova politica urbanistica che vada nel senso della salvaguardia del suolo agricolo. Distruggere questo suolo per la cementificazione è una grave responsabilità storica che ci si assume e per la quale saremo biasimati dalle generazioni future, alle quali dobbiamo sentire invece il dovere di trasmettere amorevolezza per la terra, per il paesaggio, per il cibo, per i nostri monumenti , per quelli che sono i nostri i beni comuni.

La nostra Costituzione è interamente mirata alla tutela dei beni comuni e bisognerebbe che chi ci governa, o ci governerà nella prossima legislatura, si ricordasse che quella Costituzione alla quale andrà a giurare fedeltà, è portatrice di questi valori, e come tale non dice che viene prima lo spread e poi il bene comune e i diritti dei cittadini. La nostra Costituzione dice il contrario, dice che vengono prima i nostri diritti, il bene comune, l’Agricoltura, il cibo, la qualità del paesaggio, la qualità della vita, la Scuola, l’Università, la Ricerca.. poi l’economia. Esiste infatti uno spread che è esattamente l’opposto di quello tedesco: noi abbiamo una realtà di bellezze impressionanti e non si riesce a far comprendere alla politica che sono la nostra vera forza, la nostra economia, gli assets nelle nostre maniche che tutto il mondo ci invidia. E’ questo è il nostro petrolio! Cosa andiamo a cercare, quando ce l’abbiamo in casa? 
Quando si parla di difesa e di conservazione dell’ambiente sembra si stia parlando di qualcosa di antitetico al progresso, ma non è affatto così. Basti pensare che il 44% del territorio italiano è ad elevato rischio sismico, che oltre il 10% è ad elevato rischio idrogeologico e che tutti questi rischi riguardano la sicurezza e la vita di qualcosa come 25 milioni di italiani. Secondo dati dell’ANCE, l’associazione nazionale dei costruttori, per mettere in sicurezza il territorio italiano basterebbe spendere per 20 anni un miliardo e duecentomilioni all’ anno. Noi ne stiamo spendendo a malapena quattrocentomila, cioè quasi nulla, e il costo sociale che alla fine ci sarà presentato sarà di gran lunga più salato. Quando si dice che la cementificazione danneggia, che dobbiamo mettere in sicurezza il territorio, significa far lavorare di più le imprese, non a distruggere il territorio come si sta facendo ora, ma farle lavorare per salvarlo, per salvare la nostra vita ed il nostro futuro. Quando si dice con quali soldi, ricordiamoci che gli italiani hanno evaso sino al 2011 qualcosa come 142 miliardi di euro di tasse. Recuperiamone il 10% e salviamo l’Italia!


Sezze, 19 gennaio 2013

Strategie per lo sviluppo: Territorio-Agricoltura

C’è un elemento che rende unico ed esclusivo il settore agricolo e che oggi, più che mai, è un elemento fondante per creare le condizioni per una solidità della società e del Paese: nel consumo di un prodotto alimentare italiano, nel consumo di cibo, vi sono una serie di componenti che incidono fortissimamente sul miglioramento della qualità della vita e sullo stare bene dei cittadini. Lo stare bene, la qualità della vita valgono non quanto il PIL, ma molto più del PIL. Dentro al consumo di cibo c’è la cultura dei territori, la tipicità e la creatività di tutta la gente che l’ha creato. Dentro al cibo c’è la sicurezza alimentare che l’agricoltura italiana ha garantito. 

C’è la qualità e la diversificazione assicurata dalla lotta continua che il settore mette in campo per difendere la biodiversità. Si tratta di tutta una serie di componenti immateriali che fanno stare bene al di là del Pil. Nell’attività dell’Agricoltura, nel lavoro delle imprese agricole, c’è la sicurezza dell’ambiente, c’è la bellezza del paesaggio, che laddove viene considerato ci rende orgogliosi di essere italiani. E che il Pil non misura mai, ma che contano tantissimo. Nelle imprese agricole che Coldiretti rappresenta, generalmente familiari, ci sono germi di sussidiarietà, di solidarietà tra generazioni, tra territori, che sono unici ed esclusivi, ai fini dello stare bene e della coesione sociale. 

Nei nostri Mercati di Campagna Amica c’è il recupero del valore di una stretta di mano e di una fiducia che nasce tra il produttore ed il consumatore che non c’era più da anni, che la Grande distribuzione aveva cancellato, c’è un elemento di trasparenza che ha un valore enorme. Nella nostra agricoltura tutto questo c’è: c’è una componente immensa, enorme, di valori etici e morali che a noi non costa niente produrli e che al Paese non costerebbe niente produrli, ma che creano un welfare dello stare bene e della felicità che è quello che serve ad un Paese per stare bene! E tutto questo lo facciamo in un contesto di sostenibilità unico e che non ha eguali in altri settori dell’economia, se non in alcuni molto vicini, come l’artigianato e il turismo, la cultura. 

Tutto ciò in Agricoltura lo facciamo trovando e facendo perno su alcune leve competitive che sono belle perché uniche ed esclusive, perché le abbiamo già come Paese, non dobbiamo inventarle. Sono leve che stanno nel territorio, che rappresenta un luogo dove trovare delle risorse, una miniera di risorse, non un luogo da sfruttare e cementificare. È il luogo dove trovare le leve per competere nel mondo: il paesaggio,la bellezza, la cultura,l’arte, la storia, la tradizione, il capitale sociale,la capacità di innovare e la creatività della nostra gente. Facendo agricoltura e costruendo la nostra capacità competitiva sulla storia, cultura, paesaggio,territorio, creatività, giovani, siamo “costretti” a implementare e costruire nuova bellezza e nuovo territorio. 

Questo è il nuovo paradigma, questa è la nuova via italiana per la crescita, ma ci vuole la politica per questo! Alle esigenze delle generazioni future non pensa infatti la speculazione, pensa la politica! Ogni necessità o intervento sull’Agricoltura deve essere letta a partire dal suo ruolo strategico, quale produttore di beni pubblici in generale e di cibo in particolare.


Sezze, 12 gennaio 2013

La vendita dei terreni demaniali

A Sezze esistono nel territorio di pianura circa 50 ettari di terreni demaniali ed in tutta Italia 338.000 ettari.Accelerare la vendita alle imprese agricole private dei 338mila ettari di terreni agricoli di cui è proprietario lo Stato per un valore di circa 6 miliardi di euro è importante per rendere disponibili risorse per lo sviluppo, ma soprattutto avrebbe il vantaggio di stimolare la crescita, l’occupazione e la redditività delle imprese agricole che rappresentano una leva competitiva determinante per la crescita del Paese. 

E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare le sollecitazioni del responsabile dell'area ricerca economica della Banca d'Italia Daniele Franco. Il censimento agricolo del 2010 ha fatto scoprire l’esistenza di ben 338.127,51 ettari di superficie agricola utilizzata (Sau) di proprietà pubblica che, sulla base del valore medio della terra calcolato dall’Inea in 18.400 euro per ettaro, significa la disponibilità di un patrimonio di 6,22 miliardi di euro a disposizione dello Stato che non ha alcun interesse a fare l’agricoltore. In molti casi sono incolti ed in altri affittati a canoni ridicoli che non coprono neanche la metà dei costi contributivi. La cessione di questi terreni a favore degli agricoltori toglierebbe allo Stato un capitale che oltre ad essere improduttivo costituisce una passività, renderebbe disponibili risorse per lo sviluppo e per il risanamento dei conti pubblici. E’ certo infatti che nessuno meglio degli imprenditori agricoli è in grado di valorizzare la terra e generare nuova occupazione.

anno 2013