AGRICOLTURA DA SALVARE

a cura di Vittorio Del Duca

anno 2010

Salviamo la nostra risorsa principale

Sezze, 21 dicembre 2010

Che brutto inverno!

Il maltempo ha falcidiato le produzioni e per le imminenti festività si prevedono serie difficoltà per l’approvvigionamento di ortaggi freschi
Nella notte tra giovedì e venerdì della settimana scorsa, si è verificato un brusco abbassamento della temperatura, con valori minimi che hanno oscillato dai - 5° nella pianura di Sezze ai – 9° nel territorio superiore di Suso. Tali temperature, ben al di sotto della media stagionale di oltre 12° hanno fatto sì che nella giornata di venerdì le colture restassero congelate per tutto il giorno, con conseguenze devastanti. Le temperature massime di quella giornata infatti, assestatesi tra 3°e 4°sono risultate insufficienti a sciogliere il ghiaccio e a permettere le operazioni di raccolta. Numerosi lavoratori agricoli, soprattutto donne romene, dopo aver bivaccato nei campi per buona parte del mattino in attesa dello scioglimento del gelo, hanno dovuto arrendersi alle condizioni meteo sfavorevoli e far ritorno nelle proprie case, giusto in tempo per sfuggire alla nevicata che ha mandato in tilt il paese. 

È dalla primavera del 1986 che non si registrano a Sezze temperature così basse e i danni all’agricoltura sono ingenti, perché il freddo polare è giunto in un momento di grave criticità delle colture, già danneggiate dalle piogge incessanti dell’ultimo mese. Ci saranno quindi, almeno sino a tutto febbraio, serie difficoltà a reperire gli ortaggi invernali di pieno campo, come broccoletti, insalate, cicorie, cavolfiori, finocchi, broccoli, spinaci, e ciò che verrà offerto in vendita non si presenterà, come aspetto, della migliore qualità. Consistenti danni da gelo si registrano pure sui carciofi romaneschi con la conseguenza che tarderanno a giungere sulle nostre tavole se, come si spera, questo lungo inverno non riserverà ulteriori brutte sorprese. I carciofi romaneschi, che già in questi giorni si possono trovare nei banchi o al supermercato non sono assolutamente di produzione locale, vengono importati dal nord Africa e in misura ridotta dalla Sicilia, ma in assenza di una legge di trasparenza sull’ etichettatura, che Coldiretti reclama da tempo, è facile prevedere che verranno tutti spacciati prodotti di Sezze o quanto meno per produzione italiana, come già accaduto in passato. 

Niente pericolo invece per l’approvvigionamento di prodotti già stoccati, come zucche, kiwi, mele, pere, che sono ottimi alleati per affrontare e superare i freddi intensi. Nessuno è in grado di fare previsioni meteo attendibili che vanno oltre una settimana, ma secondo la tradizione contadina, che basava le previsioni del tempo su osservazioni consolidate nei secoli, come il decorso delle stagioni passate, gli anni bisestili, le fasi lunari, il volo degli uccelli e il comportamento degli animali, questo inverno si preannuncerebbe lungo, perché la Pasqua dell’anno che sta per arrivare “cade alta” (24 Aprile) e ciò porterebbe inevitabilmente ad un ritardo della primavera e quindi anche dell’innalzamento delle temperature. 

Un detto popolare inoltre, recita così: “Santo Antonio (17 gennaio) della gran freddura, San Lorenzo (10 Agosto) della gran calura, l’uno e l’altro poco dura” a significare che nel nostro territorio i periodi di grande freddo come di grande caldo coincidono con queste date e non hanno generalmente una lunga durata. Stavolta i freddi sono arrivati con un mese di anticipo, ma ce ne saranno altri in gennaio? Vedremo.

foto della nevicata del 17 dicembre 2010, che ha paralizzato Sezze, scattate da Alessandro Luccone


Sezze, 29 novembre 2010

Maltempo: danni all'agricoltura

L’ondata di maltempo che ha investito l’Italia non ha risparmiato la nostra campagna. Le opere di manutenzione dei canali, eseguite a tempo debito dal Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino, hanno scongiurato il rischio di alluvioni, ma la piogge incessanti e la grandine hanno devastato un’agricoltura già duramente compromessa dalle “calamità umane”, quelle per le quali gli agricoltori di Coldiretti Lazio sono scesi in piazza a Latina il 26 Ottobre scorso, sotto l’ombrello. 

Mentre dalle calamità umane si sono ottenuti alcuni importanti risultati, con le calamità naturali non si tratta. Le piogge torrenziali, infatti hanno irrimediabilmente compromesso tutti gli ortaggi in pieno campo (broccoletti, insalate, spinaci, bieta, cavolfiori, ecc) e dimezzato la produttività delle operazioni di raccolta. I mercati all’ingrosso, avvezzi a prodotti di qualità, stanno rispondendo cautamente con una domanda molto contenuta, ma si prevedono serie difficoltà negli approvvigionamenti già prima del periodo natalizio e per tutto l’inverno, sia perché le piogge hanno impedito le semine di Novembre ed occorreranno parecchi giorni di tempo asciutto prima che i terreni tornino ad essere praticabili, sia perché le colture danneggiate e sofferenti, dovranno ancora misurarsi con i geli ed il freddo in arrivo. 

Le precipitazioni, infatti, non sono state solo locali ma hanno interessato l’intera area mediterranea e danni ingenti all’agricoltura vengono segnalati in tutta la penisola. Questi ricorrenti fenomeni autunnali di pioggia continua ed intensa, diversi dalle consuete piogge australi del periodo, stanno diventando una costante degli ultimi anni e in combinazione con lunghi periodi di caldo, sono una conseguenza dei cambiamenti climatici in atto. Tali cambiamenti rischiano di modificare gli ordinamenti colturali in molte aree del Paese, compreso la nostra. Non si registrano al momento danni di rilievo sui carciofi, ma questo maltempo è comunque un brutto colpo all’economia di Sezze, e le ripercussioni non tarderanno a farsi sentire. 


Sezze, 31 ottobre 2010

Delegazione della Corea del Sud alla scoperta dell'agricoltura di Sezze 

Avete un grande patrimonio di antica tradizione, salvaguardatelo! 

In un’ottica di scambi culturali internazionali, una delegazione della Corea del Sud, facente capo all’Ente di sviluppo rurale coreano (R.D.A. Rural Development Administration – Food & Live Stock Division) ha visitato a Sezze, su segnalazione del Ministero per le Politiche Agricole, l’Azienda Agricola Del Duca. La delegazione, guidata dal Dott. Jeong, Dong Oan, è stata accolta dal titolare dell’Azienda in un clima di grande cordialità e collaborazione e la splendida giornata autunnale ha offerto agli ospiti l’opportunità di poter assistere ad operazioni di coltivazione degli ortaggi con sistemi innovativi, ecocompatibili, rispettosi della salute dell’uomo e dell’ambiente, capaci di coniugare armoniosamente gli antichi saperi con il nuovo. 

Particolare è stato l’interesse dei Coreani per le tipicità di Sezze, soprattutto i carciofi ed i carciofini ma anche i broccoletti, il pane, la zuppa di fagioli, la bazzoffia sezzese (minestra “appràca cornùchi”) le paste di visciole e di mandorle, gli oli e le olive della collina. Attraverso slides e un poster fornito da Ignazio Romano, i Coreani hanno mostrato grande interesse per le tradizioni di Sezze, in particolare per la Sagra del Carciofo e la Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo. “I problemi della vostra Agricoltura sono identici a quelli della nostra - ha dichiarato Jeon, Dong Oan – abbiamo terreni vocati al frumento e saremmo autosufficienti per i nostri fabbisogni ma ne produciamo solo l’1%, il resto è di importazione per colpa del mercato globale senza regole e del liberismo sfrenato che non remunera in modo equo i nostri produttori. L’Agricoltura – ha concluso il capo della delegazione - può sopravvivere solo grazie alle sue tipicità, perché sono legate al territorio e quindi inimitabili, e voi a Sezze avete la fortuna di possederne un patrimonio di antica tradizione. 

Salvaguardatelo sempre!


Sezze, 26 ottobre 2010

Oggi grande manifestazione regionale della Coldiretti 

In cinquemila a Latina per dire: "È TEMPO DI FARE"

Latina si è tinta del giallo delle bandiere Coldiretti, e Piazza della Libertà è diventata la piazza regionale della protesta agricola, perché la provincia di Latina è uno dei centri agricoli più importanti, non solo del Lazio ma di tutto il centro-sud. L’Agricoltura è in grave crisi e Coldiretti Lazio, 8 mesi or sono, presentò un decalogo di proposte per il settore alla candidata Presidente della Regione Lazio Polverini, come pure alla candidata Emma Bonino La Polverini fece suo questo decalogo, ha vinto le elezioni, deve governare e mantenere le promesse. 

Oggi, di fronte all’immobilismo della Regione, nella piazza di Latina questo decalogo si è trasformato in “Vertenza Agricoltura”. I tempi dell’agricoltura sono incompatibili con quelli lunghi della politica e noi non chiediamo nuove leggi, ma solo di rendere operative e snelle quelle già esistenti. E’ una vergogna dover restituire a fine anno alla Comunità Europea ben 42 milioni di euro del Piano di Sviluppo Rurale che la Regione non è stata capace di spendere
Per questo e per la grave crisi in cui versa l’agricoltura sono giunti a Latina, sfidando la pioggia, 5.000 delegati dalle cinque province del Lazio, in rappresentanza delle 37.000 imprese associate alla Coldiretti Lazio, con più di 80 pullman e centinaia di autoveicoli, supportati da oltre 300 trattori e 200 addetti alla sicurezza.
E’ stata una manifestazione di stampo antico, che solo Coldiretti, la maggiore Organizzazione professionale agricola italiana poteva fare: la piazza, il corteo, il comizio, la Rivendicazione.
Sarà cura di tutti i dirigenti Coldiretti del Lazio, di tutti i Presidenti delle varie Sezioni di incontrare tra venti giorni la Presidente Polverini, l’assessore all’agricoltura Birindelli e tutta la Giunta Regionale per far declinare la nostra Vertenza nell’interesse delle imprese e dei cittadini consumatori. Questa manifestazione non vuole certo essere un punto di arrivo ma un punto di partenza per una Vertenza agricola che, sino a quando non si chiuderà positivamente, ci vedrà protagonisti in ogni sede e in ogni modo, se necessario, più eclatante di quello odierno. “Saremo l’incubo dei politici” - ha tuonato dal comizio il Presidente Regionale Coldiretti Massimo Gargano - “Non c’è più tempo per la vecchia politica delle pacche sulle spalle e non è neanche più scontato il nostro voto, questo devono metterselo bene in testa! Abbiamo disboscato le foreste per fare tavoli verdi che non servono a nessuno; servono solo ai politici per i loro giochi elettorali e per proporci solo chiacchiere”.

Alle Istituzioni reclamiamo ancora una volta fatti concreti e non parole. Questo è il modo di lavorare di un’Organizzazione seria, un’Organizzazione che sa collocarsi nella società e che sa confrontarsi con la politica, dalla quale pretendiamo risposte altrettanto serie.

 il Presidente Provinciale Coldiretti di Latina Daniela Santori

intervista al Presidente Regionale Coldiretti Massimo Gargano

i Dirigenti Coldiretti  Spagnolo, Del Duca e Santori

dal palco i discorsi del Presidente Massimo Gargano e del Direttore regionale Aldo Mattia


Sezze, 18 ottobre 2010

La "Vertenza Agricola" contro l'incoerenza politica

Grande manifestazione il 26 ottobre a Latina, nel cuore della pianura Pontina 

Predicano bene ma razzolano male. Le aziende agricole chiudono, le grandi industrie delocalizzano, la piccola e media impresa affanna, ma gli italiani dove lavoreranno? Come può uscire una Nazione dalla crisi se non offre lavoro e le condizioni per produrre?
Abbiamo una classe politica che, al di là delle rassicurazioni e delle enunciazioni di principi ce la sta mettendo proprio tutta per distruggere l’Agricoltura, un settore di vitale importanza per l’economia del Paese. “L'agricoltura è la vera origine della ricchezza” ha affermato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, intervenuto all'assemblea della Coldiretti. “Senza l'agricoltura - ha proseguito - non ci sarebbero il commercio e l'industria. Non si speri di trovare risorse dal credito e dai finanzieri”. Secondo il ministro, il settore agricolo “ha sofferto durante la crisi ma ha retto meglio di altri” anche se “gli imprenditori agricoli nella bilancia tra il dare e avere hanno più dato che ricevuto”. “L'agricoltura fa l'identità di un popolo – ha concluso – “ è' la prima e più profonda forma di cultura”. Potrei citare ancora altri importanti e meno importanti personaggi della politica che ci confortano con belle espressioni, sottintendendo così di avere a cuore le sorti dell’agricoltura, ma in realtà sembra che si operi nella direzione contraria, per guastare ciò che di buono è stato fatto ma soprattutto sembra che ci si accanisca per far sparire l’agricoltura dalla scena nazionale. In un anno nella sola provincia di Latina hanno chiuso i battenti 260 aziende agricole e altre, ancora più numerose, si accingono a farlo. 

Ad un settore già fortemente compromesso, in cui la metà delle aziende , secondo il rapporto INEA, ha un livello di redditività inadeguato con una remunerazione unitaria del lavoro dell’imprenditore e della sua famiglia che non raggiunge neppure i 2 euro per ogni ora di lavoro e dove è praticamente nulla la remunerazione dei capitali, sia di esercizio che fondiario, i nostri governanti anziché dare risposte concrete non trovano di meglio che aumentare la pressione contributiva. 

Dal 1 Agosto 2010, infatti, vengono a cessare per i datori di lavoro agricoli e per i coltivatori diretti le agevolazioni contributive per le zone agricole montane e per quelle svantaggiate, che per diversi anni hanno consentito il mantenimento di livelli occupazionali e di regolarità d’impiego al territorio agricolo di Sezze e alla quasi totalità di quello laziale e di tutto il centro sud. La mancata proroga comporterà in queste aree un raddoppio del costo contributivo che l’agricoltura non è in grado di sopportare perché non può scaricare sui prodotti i maggiori oneri. Ciò condurrà inevitabilmente alla chiusura di numerose altre aziende, soprattutto quelle condotte da imprenditori seri che vogliono rimanere nella legalità, a vantaggio della criminalità organizzata e di soggetti senza scrupoli che sfruttano la manodopera illegale ed il lavoro nero. 

Nonostante la crisi finanziaria internazionale e la pesante flessione riscontrata nei redditi agricoli, il sostegno delle agevolazioni contributive ha sinora permesso di mantenere ed incrementare i livelli dell’occupazione dipendente, che nel 2009 ha fatto registrare un importante aumento del numero delle giornate denunciate che sfiora il milione di unità. Tale risultato deve continuare ad essere amministrato con misure di accompagnamento e di sostegno da parte del sistema istituzionale, misure che certo non sono quelle di un aumento della pressione contributiva che è la più alta della media europea e nettamente superiore a quella vigente nei Paesi primi competitori del settore agricolo (Italia 43%, Grecia 10%, Inghilterra 12,8% Spagna 15,5%, Germania 17,7%, Polonia 19,89%). Coldiretti, già nella manifestazione di Bari del Luglio scorso, ha elevato la protesta con 10.000 produttori agricoli del centro sud e il senatore Azzolini, Presidente della Commissione Bilancio al Senato, ha riconosciuto giusta la rivendicazione e garantito in prima persona la soluzione al problema che tuttora permane irrisolto. I tempi dell’agricoltura sono incompatibili con quelli lunghi della politica e le difficoltà vanno affrontate prendendo di petto con decisioni forti e incisivi i problemi che l’impresa agricola e il territorio sono chiamati ad affrontare ogni giorno. La nostra Regione non ha bisogno di nuove leggi in materia agricola ed agroalimentare , ma di “declinare” operativamente quelle esistenti. 

Il Governatore del Lazio, durante la sua campagna elettorale garantì a mille delegati Coldiretti , riuniti al Teatro Massimo di Roma, la sua incondizionata adesione ad un decalogo di proposte per snellire e rilanciare l’agricoltura laziale ma tuttora nessuno di quei dieci punti ha trovato un’applicazione concreta. Così abbiamo deciso ancora una volta di scendere in piazza, per difendere la nostra “prima e profonda forma di cultura” il nostro grande patrimonio agroalimentare, la nostra identità, perché crediamo veramente che “l’agricoltura fa l’identità di un popolo” perché vogliamo continuare ad esercitare la nostra impresa e a offrire agli italiani e al mondo i nostri prodotti di eccellenza. Stavolta lo faremo a Latina, il 26 Ottobre prossimo, con una grande manifestazione regionale, un appuntamento con tutti gli agricoltori Coldiretti del Lazio, e qui, nel cuore della pianura pontina eleveremo alta la nostra protesta, continueremo ad oltranza la nostra Vertenza Agricoltura con le Istituzioni , alla ricerca di fatti concreti e non di parole il 26 Ottobre prossimo, con una grande manifestazione regionale, un appuntamento con tutti gli agricoltori Coldiretti del Lazio, e qui, nel cuore della pianura pontina eleveremo alta la nostra protesta, continueremo ad oltranza la nostra Vertenza Agricoltura con le Istituzioni , alla ricerca di fatti concreti e non di parole.


Sezze, 9 settembre 2010

Se a produrre falso Made in Italy è lo Stato
Lo Stato italiano è proprietario di una industria che in Romania, con latte romeno e ungherese, produce formaggi di pecora che vengono “spacciati” come Made in Italy sui mercati europei e statunitensi contribuendo ad uccidere con la concorrenza sleale i pastori italiani.

E’ questa la denuncia contenuta nel dossier della Coldiretti elaborato in occasione della protesta dei pastori italiani giunti a Roma da tutte le regioni italiane per manifestare di fronte al Ministero delle Politiche Agricole. Siamo di fronte ad un caso eclatante in cui lo Stato italiano che è impegnato a combattere il finto Made in Italy ne diventa addirittura produttore.  

Attraverso la società pubblica per l’internazionalizzazione SIMEST è infatti socio proprietario di una società rumena denominata LACTITALIA con sede ad Izvin in Romania (nei pressi di Timişoara) che produce, utilizzando latte di pecora romeno e ungherese, formaggi rivenduti con nomi italiani (tra gli altri Dolce Vita, Toscanella e Pecorino). 

La presenza di prodotti di imitazione sui mercati internazionali è la principale ragione del calo del 10 per cento delle esportazioni dei formaggi di pecora Made in Italy con la quale viene motivata una insostenibile riduzione dei prezzi riconosciuti agli allevatori italiani.                                                      

LACTITALIA si descrive nel suo sito come “una società di diritto romeno costituita al 100 per cento da investitori italiani, apportatori di know how tecnologico e commerciale, operanti nel settore caseario da oltre 85 anni.”                                                                                                                    

Dalle visure effettuate LACTITALIA risulta essere una Srl composta da due soci, una srl romena ROINVEST di cui sono risultati soci cittadini apparentemente di nazionalità romena e SIMEST Spa, società italiana controllata dallo Stato (76% del capitale), che è stata istituita come società per azioni nel 1990 (Legge n° 100 del 24.4.1990), per promuovere il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane ed assistere gli imprenditori nelle loro attività all’estero.                                              

LACTITALIA ha aperto nel 2007 grazie ad un investimento pubblico di 5 milioni di euro, conta 34 dipendenti a tempo pieno e 29 stagionali e nel 2009 ha presentato un giro di affari di oltre 4 milioni di euro.

La capacità di trasformazione dello stabilimento è di circa centomila litri di latte al giorno e per quanto attiene i prodotti finiti la loro commercializzazione avviene soprattutto verso gli USA,  l’Italia e la Grecia ( con il marchio “Dolce Vita”) oltre che nel mercato romeno (con il marchio “Gura de Rai”). Tra i prodotti spiccano “pecorino” e “toscanella”, entrambi con latte di pecora, ma ci sono anche altri nomi italiani come mascarpone, ricotta, mozzarella, caciotta, solo per citarne alcuni.

Dai documenti dell’Ice emergono alcune dichiarazioni del Direttore di Lactitalia: "Per calibrare i macchinari del caseificio abbiamo importato latte ungherese, perché è molto più pulito di quello che avremmo dovuto comprare dai produttori romeni". Alla fine, il caseificio Izvin è riuscito a trovare una rete di fornitori di latte "pulito.                                                                                                    

Di fronte a questa situazione  Coldiretti pone due domande: "Perché questo investimento in cui lo Stato diventa proprietario di una azienda che fa concorrenza sleale ai nostri pastori? Quanti casi analoghi esistono e quali iniziative si intende adottare per porre fine a questa grave situazione che danneggia l’agricoltura italiana?".

Un “falso Made in Italy di Stato” sul quale il Ministero delle politiche Agricole si è impegnato ad indagare con l’istituzione di una apposita Commissione. Sarà veramente così? Il dubbio è lecito, visto l’andazzo della politica italiana.


Sezze, 23 luglio 2010

Il Made in Italy è diverso perché è migliore
Ma in un mercato senza etica, il cibo viene trattato come una merce qualsiasi 
Le difficoltà in cui versano le imprese agricole sono il frutto di un arretramento dell’etica sociale nel mercato. La globalizzazione dei mercati, cui non ha fatto seguito quella della politica, ha portato ad un deficit di responsabilità, di onestà e di trasparenza che ha generato la crisi internazionale ed ha drammaticamente legittimato a considerare il cibo una merce qualsiasi, come fosse un aspirapolvere o un frigorifero. Noi stiamo vivendo i drammatici effetti di questo mercato senza regole e senza freni, con autentici furti a danno delle nostre imprese: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio il cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall'altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i nostri prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori. Per ogni prodotto agricolo realizzato nei campi o negli allevamenti italiani, si sviluppa un Made in Italy alimentare cinque volte più grande tra contraffazioni e imitazioni. A fronte di 20 miliardi di export Made in Italy nel mondo, ci sono altri 60 miliardi generati da prodotti che non hanno mai visto il nostro Paese e, tolti i prodotti a denominazione di origine, solo un prodotto su tre di quelli venduti nella grande distribuzione italiana è realizzato con prodotti agricoli italiani. E tutto questo nessuno lo sa. Sino a quando non ci sarà una chiara identificazione del prodotto attraverso l’etichettatura obbligatoria dell’origine sarà possibile continuare a utilizzare immagini, loghi, slogan che richiamano il made in Italy, senza che nel prodotto stesso ci sia un grammo di prodotto italiano e senza che le imprese agricole italiane vedano premiato il proprio lavoro. L’unica leva competitiva possibile per il Made in Italy agroalimentare è quella di essere diversi perché migliori. La nostra diversità dipende dalla capacita di legarsi con il più grande ed inimitabile patrimonio che il mondo ci riconosce, i nostri territori, le nostre identità, il nostro straordinario paesaggio fatto di ambiente storia e cultura, il nostro cibo ed i suoi primati in termini di sicurezza ambientale, sociale e sanitaria. 

Non per niente l’Italia si colloca al primo posto in Europa per qualità e sicurezza alimentare (Dati del rapporto annuale Efsa, ente europeo per la sicurezza alimentare). Il futuro della nostra agricoltura sarà quindi nell’essere diversi e migliori e non omologati a quei sistemi produttivi che operano con strutture di costi per noi irraggiungibili. Il problema è non farsi copiare le nostre eccellenze e non replicare modelli che il mercato ha già abbondantemente bocciato, come nel caso degli Ogm. Per questo la Coldiretti si sta battendo e continuerà a battersi con un progetto chiaro per l’etichettatura di origine dei prodotti agroalimentare e per porre fine a questa colossale truffa ai danni dei consumatori e dei produttori italiani Il nostro è un progetto intriso di etica sociale, cibo come diritto, responsabilità del fare, trasparenza della filiera, interesse e aspettative della gente come priorità. 

Un progetto che ridà dignità al settore che deve essere pesato ben oltre e più di quanto tendono a dire i parametri economici. Questo approccio fa cambiare pelle alla Coldiretti che è diventata una forza sociale a tutto tondo che parte dagli interessi dei consumatori e diviene soggetto politico e interlocutore credibile delle istituzioni, sulla base di un progetto di crescita per l’intero Paese. Sarebbe bene che anche gli altri settori dell’economia trovassero ancoraggi forti per farsi riconoscere quella diversità, in mancanza della quale siamo destinati a competere sui costi, con il rischio della delocalizzazione e di nuova povertà sociale. 


Sezze, 9 luglio 2010

Mobilitazione Coldiretti contro il falso Made in Italy

Le contraffazioni del made in Italy nel mondo ammontano a 50 miliardi di euro, così migliaia di coltivatori e di allevatori di tutta Italia hanno invaso la frontiera del Brennero tra Italia e Austria per la mobilitazione promossa dalla Coldiretti, dopo lo scandalo della mozzarella blu contaminata prodotta in Germania e venduta in tutta Europa con nomi italiani. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un vaso pieno di prodotti alimentari stranieri di scarsa qualità spacciati come Made in Italy, a danno dei consumatori e dei coltivatori che chiedono di fare definitivamente chiarezza. Gli allevatori e i coltivatori, con la presenza dei carabinieri dei Nas, delle guardie di finanza e delle forze di polizia, hanno iniziato a verificare i camion per sapere cosa arriva e dove va a finire, mentre si sono sollevati cartelli, indirizzati agli automobilisti in transito, per chiedere di sostenere la proposta di etichettatura obbligatoria dei prodotti alimentari. Sono centinaia le bandiere Coldiretti, striscioni e cartelli. L’obiettivo è scoprire il "finto Made in Italy" trasportato sui camion che passate le frontiere sono seguiti con auto “civetta” fino a destinazione. Gli agricoltori della Coldiretti hanno anche potuto constatare che nonostante i recenti allarmi continuano ad arrivare dalla Germania mozzarelle e fiumi di latte diretti in molte regioni italiane, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Lazio. In particolare un‘autocisterna di latte, proveniente dalla Germania, è stato seguita per quasi 24 ore da due autocivette Coldiretti sino ad un noto caseificio di Sonnino (Latina), che nella pubblicità ai propri prodotti vanta esclusivamente latte italiano. Ad accogliere l’autocisterna al caseificio, un comitato di protesta della Coldiretti pontina con striscioni e bandiere. Tra le le spiacevoli “sorprese” c’è anche quella di un tir, fermato e ispezionato dalle guardie di finanza, proveniente dall’Olanda con un carico di circa 100 quintali di lattuga “tipica”. Il camion frigo, diretto al mercato ortofrutticolo di Verona, è stato anch’esso seguito dalle auto civetta dagli agricoltori della Coldiretti e così pure un altro carico di circa 1500 prosciutti “taglio Parma” proveniente dall’Olanda e diretto a Langhirano in provincia di Parma. Da stamani la mobilitazione della Coldiretti si è estesa anche al valico del del Frejus, ma trattori e barche sono andate all’arrembaggio dei principali porti italiani, da quello di Salerno a quello di Gioia Tauro, da quello di Ancona a quello di Bari fino a Messina. 

La mobilitazione della Coldiretti contro il falso Made in Italy a tavola è continuata anche oggi, inserendosi nella "Giornata Nazionale della Anticontraffazione" Se a Salerno l’obiettivo è stato il porto attraverso il quale giungono in Italia migliaia di tonnellate di prodotti ortofrutticoli e di concentrato di pomodoro cinese, destinati a finire in tavola senza alcuna informazione ai consumatori, a Gioia Tauro le verifiche sulle navi in arrivo hanno riguardato la provenienza dei “succhi di agrumi” ed altre derrate alimentari. Nel porto di Bari è stato “assediato” con una imbarcazione, un mercantile che trasporta grano extracomunitario e nella riviera romagnola, a Marina di Ravenna, una motonave della Coldiretti è scesa in acqua per verificare la regolarità della frutta in vendita nei principali luoghi di villeggiatura.


Sezze, 14 giugno 2010

OGM: signori, gradite una zucocca o delle albizucche?

L’ingegneria genetica ha fatto passi da gigante e i due frutti, inventati per uno sketch televisivo  di tanti anni fa da Ugo Tognazzi,  nelle vesti  di un bizarro contadino, potrebbero oggi diventare una inutile realtà.

Il dibattito sugli OGM  giunge anche a Sezze.  Il nostro paese, da sempre rinomato per le sue tipicità, corre il rischio di perdere tutto, se l’Italia, alla stregua di numerosi Stati, dovesse cedere al pressing  delle multinazionali, che hanno investito in ricerca  e investono tuttora miliardi di euro per introdurre le biotecnologie  in agricoltura. Dal dibattito scientifico internazionale  appare sin troppo evidente che gli OGM, applicati all’agricoltura, sarebbero i grandi nemici della biodiversità  e i  grandi alleati  dell’omologazione.       

Nel dibattito  di Sezze, organizzato dalla neo associazione di imprenditori setini Assi, in collaborazione con l’associazione culturale Araba Fenice, i  bravissimi ricercatori intervenuti,  hanno  illustrato i  benefici agronomici che  potrebbero derivare all’agricoltura da una eventuale introduzione di OGM in Italia. Nulla è stato detto  però riguardo agli “effetti collaterali” sull’ambiente e sulla salute dell’uomo, che come  specificato nelle  locandine del convegno,  sarebbe stata una vana ed inutile “caccia alle streghe” e non un’informazione scientifica. Dai dati in nostro possesso non è  esattamente così, anzi, gli “effetti collaterali “ sono così gravi da annullare tutti i  potenziali vantaggi  agronomici che si conoscono sugli ogm, e meriterebbero un convegno a parte, non escludendo neppure il fatto se sia eticamente accettabile il brevetto di piante ed animali ottenuti con la ricerca sugli ogm e il conseguente business legato allo sfruttamento economico dello stesso

È esattamente quello che sta facendo la ricerca privata delle multinazionali che non disdegna affatto  di  “acquistare” dalle Università i brevetti di importanti risultati che queste possono conseguire con la ricerca. Appare sufficientemente scontato che in tale business, “l’affare ogm “ sarebbe indotto a minimizzare gli “effetti collaterali” sull’ambiente e la salute dell’uomo e che l’informazione scientifica, come spesso accade per l’agricoltura, perderebbe di obiettività.  E’ già successo con alcuni fitofarmaci   “sicuri”, che dopo decenni di impiego sono stati ritirati dal commercio e sostituiti con nuove e più costose molecole altrettanto “sicure.”

Con il possesso di un brevetto biotecnologico, le multinazionali sono oggi in grado di monopolizzare l’intera filiera produttiva del settore agroalimentare: dal gene, al seme, ai fertilizzanti, ai pesticidi, fino al banco di vendita nei supermercati , imponendo caratteristiche, confezioni e prezzo finale.  E’ evidente che in questa filiera gli anelli più deboli saranno  il produttore ed il consumatore.

Da  secoli  l’uomo è intervenuto  per migliorare le varietà vegetali e le razze animali con accoppiamenti selettivi  fra specie compatibili. Al contrario, la manipolazione genetica “combina” organismi che in natura non avrebbero potuto in alcun modo di fecondarsi:  batteri ( Bacillus Thuringiensis) con cereali,  proteine di pesci artici con gelati (il gelato ogm che non squaglia), bocche di leone con pomodori (il pomodoro  viola “anticancro” di Veronesi,) , scorpioni con piante, ecc. 

Inoltre l’ingegneria genetica è oggi in grado di ottenere “nuovi individui”   appositamente progettati e realizzati per  resistere  a condizioni pedoclimatiche avverse (fragole resistenti al freddo, viti resistenti al calcare, ecc)  e pertanto, attraverso il brevetto, le multinazionali  potrebbero non solo destagionalizzare i prodotti agricoli, ma anche  delocalizzarli dalle tradizionali aree di coltivazione per trasferirli  in tutti quei Paesi che ritengono più convenienti, cioè dove è possibile trovare un bassissimo costo del lavoro e riesportarli nei Paesi ricchi, accrescendo il loro business.  

È quanto già successo con la delocalizzazione degli impianti industriali , ma  tale  sistema, applicato all’agricoltura, può mettere in discussione la sovranità alimentare di un intero Paese (il nostro, per le sue tipicità territoriali è il più esposto a questo rischio). Non è difficile prevedere che in seguito ad una  eventuale espansione del biotech, le multinazionali, per proteggersi da un uso illecito del loro seme (brevettato), potrebbero inserirvi un gene che consente la germinazione della semente solo in presenza di una determinata sostanza, che verrebbe venduta assieme al kit di semina, aumentando i loro affari. 

Per aumentare ulteriormente i loro affari, i detentori del brevetto potrebbero paradossamente decidere di non vendere più la loro seme ma di fare dei “contratti di coltivazione” con i produttori, facendo propria tutta la produzione finale che gestirebbero in condizioni di assoluto monopolio.

In una situazione come questa l’agricoltore non ha alcun potere contrattuale, per cui la presenza di un unico detentore dei semi (o quasi), associata al fatto che gli agricoltori non sanno essere una efficace controparte li metterebbe tra loro in competizione per acquisire la commessa di coltivazione. Tale situazione porterà a una tendenza al ribasso della remunerazione dell’attività agricola, in quanto chi possiede il brevetto potrebbe trovare in altri Paesi migliori condizioni contrattuali e bassi costi di manodopera, in altre parole: la delocalizzazione dell’agricoltura.   

Inoltre i semi OGM , oggi venduti in kit  (seme + diserbo) non sono molto più produttivi di quelli tradizionali e non esiste la convenienza economica che le multinazionali e i suoi “tifosi” propagandano.

- Centoottantamila indiani  si sono suicidati  per essersi  indebitati  a causa degli ogm e per non aver ottenuto i risultati promessi.                                                                                                                        

- Quasi cinquanta milioni di dollari dovranno essere pagati dalla multinazionale tedesca Bayer CropScience agli   agricoltori dell' Arkansas a causa del crollo dei prezzi di mercato provocato dalla vendita di sementi di riso contaminate con organismi geneticamente modificati (Ogm) non autorizzati. 

- In Cina piantano un cotone ogm della Monsanto, per sconfiggere i parassiti ma si trovano invasi dalle cimici, la cui presenza era stata sempre trascurabile, che hanno creato danni non solo al cotone ma anche a tutte le alte colture.                                                                          

-La patata ogm Amflora della Basf contiene un gene che conferisce resistenza ad alcuni antibiotici (Kanamicina e Neomicina) e l’organizzazione Mondiale della Sanità ha già messo in guardia sull’ importanza critica” degli antibiotici colpiti dall’Amflora. La patata, modificata in modo da avere un maggior contenuto di amido, è stata a lungo al centro di una controversia fra l'Efsa (autorità Ue di sicurezza alimentare), con sede a Parma, che ha dato il suo via libera “tecnico”, e le due autorità sanitarie, europea e mondiale, l'Emea (agenzia Ue del farmaco) e l'Oms. La controversia riguardava la presenza, nell'Ogm, di un gene “marker” che conferisce  resistenza ad antibiotici importanti per la salute umana (neonicina e kanamicina).                                                                                                                                              

- In India  il rapporto del Committee for Independent Research and Information on Genetic Engineering (CRIIGEN)  giudica la melanzana-Ogm Bt Brinjal  prodotta da un’azienda del gruppo Monsanto, 'inadatta' al consumo umano e la respingono al mittente. All'origine della bocciatura, osservazioni sul fatto che questo tipo di melanzana provocherebbe una maggiore resistenza agli antibiotici: inoltre, la 'Bt brinjal' avrebbe meno calorie di una melanzana 'normale' e, nelle sperimentazioni su animali, avrebbe favorito casi di diarrea, di riduzione del fegato e diverse modifiche ormonali.      

- Barak Obama, Presidente di uno Stato  che ha dato il via libera agli ogm, per festeggiare  il compleanno della moglie Michelle, ha bandito dalla sua tavola i prodotti  americani  ed voluto solo prodotti  biologici rigorosamente di provenienza italiana.        

-  Gli Ogm non risolvono la fame nel mondo. Nel 2009, secondo la FAO, gli affamati nel mondo sono cresciuti del 9 per cento arrivando alla vetta di 1,02 miliardi, il livello piu' alto dal 1970. Tale record è stato raggiunto proprio nell’anno  in cui si è avuto un forte aumento degli ogm nei paesi in via di sviluppo, dove la crescita è stata superiore alla media mondiale (+13 per cento) e dove oggi si trovano quasi la metà (46 per cento) dei terreni coltivati a biotech nel mondo.    

-  In risposta al “ pomodoro viola anticancro “ ogm  del Dott. Veronesi, Coldiretti e C.N.R. hanno costituito il “superpomodoro” .  Si tratta di una dimostrazione concreta del fatto che si possono ottenere ottimi risultati dalla ricerca al naturale che coniuga tradizione ed innovazione, senza ricorso agli organismi geneticamente modificati (Ogm).                                                                                                                                                         

Il  superpomodoro, creato nei campi sperimentali dell'Istituto di Chimica Biomolecolare CNR di Napoli in modo naturale e non transgenico, grazie ad un'attivita' antiossidante totale superiore, garantisce un ruolo di protezione in alcune sindromi metaboliche come quelle cardiovascolari, diabete, obesita', colesterolo e trigliceridi. Si tratta di un prodotto ad alto valore nutrizionale nato dall’incrocio di alcune varieta' di pomodori neri e linee pure di San Marzano che  risponde perfettamente alle caratteristiche nutrizionali di prevenzione nei confronti del tumore alla prostata. Al contrario di quello del Dott. Veronesi ha un colore rosso molto intenso ed  un sapore “buonissimo”, come assicura chi l’ha già “assaggiato” e  soprattutto non fa il sugo viola.         

In Europa scendono da 27 a 6 i Paesi che continuano a produrre il mais transgenico BT9 e in tali Paesi , le semine OGM si sono ridotte del 12%. (Dati Coldiretti). Tali Paesi sono, in ordine  di produzione : Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Romania, Polonia e Slovacchia.

A 12 anni dalla loro introduzione in Europa le coltivazioni biotech sono quindi già in calo (meno dell’ 1% del totale) perché non sono riuscite a trovare uno spazio di mercato, vista la persistente contrarietà dei consumatori ad acquistare prodotti OGM.  Una contrarietà giustificata da crescenti dubbi sul piano sanitario ed ambientale a seguito di nuove acquisizioni circa gli effetti negativi sull’apparato intestinale, sugli organismi del terreno e sulla dispersione del polline, con contaminazioni  genetiche “viventi” derivanti dall’impollinazione incrociata tra coltivazioni transgeniche e non , favorite dai classici agenti esterni (insetti, uccelli e vento), così come pubblicato anche in uno studio della rivista scientifica francese “International Journal of  Biological  Sciences”.

Possiamo noi in Italia mettere a rischio di inquinamento genetico il nostro patrimonio agroalimentare, fatto di prodotti tipici, biologici e di qualità che tutto il mondo ci invidia?

L’agricoltura italiana si caratterizza per  le sue  ridotte dimensioni aziendali e per tale  peculiarità, avrebbe maggiore problemi di coesistenza tra piante ogm e non, quindi avrebbe i maggiori rischi di contaminazione genetica .

Allora, prima di dichiararci favorevoli all’introduzione di Organismi geneticamente modificati  occorre porci alcune domande:

-         Gli ogm sono un mezzo per migliorare la condizione umana o sono semplicemente finalizzati ad un aumento dei profitti privati?

-         Rispondono alle richieste dei consumatori in tema di qualità, sicurezza alimentare e tracciabilità?

-         Aumenteranno o diminuiranno la dipendenza economica degli agricoltori dalle multinazionali?

-         Esistono dei limiti allo sfruttamento economico degli Ogm oppure tutto è concesso al detentore del brevetto?

-         Potrà il detentore del brevetto modificare a suo piacimento le caratteristiche nutrizionali di un prodotto?

-         Potrà il detentore del brevetto modificare a suo piacimento il legame esistente tra qualità del prodotto e luogo di produzione e delocalizzare le produzioni dai loro luoghi tipici di coltivazione?

Coldiretti, raccogliendo la contrarietà agli ogm dei tre quarti dei consumatori italiani, ha costituto una Task Force : “Per un Italia libera da OGM” della quale fanno parte il mondo dell’impresa (Coldiretti, Cna alimentare, Cia, Aiab, Amab, Legapesca, Unci), associazioni dei consumatori (Federconsumatori, Adusbef, Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino), movimenti ambientalisti (Legambiente, Wwf, Greenpeace, Vas, Fondazione Univerde), movimenti sociali e culturali (Slowfood, Acli, Crocevia, Focsiv, Greenaccord, Federparchi, Campagna Amica)  mentre esponenti di tutti gli schieramenti politici hanno manifestato formalmente la loro adesione.          

Con questa Task force difenderemo la nostra agricoltura dall’introduzione degli ogm e dal conseguente inquinamento genetico. La task force, destinata ad allargarsi, ha lanciato un appello al Ministero delle Politiche Agricole per l’adozione di misure nazionali urgenti tese a vietare la coltivazione di ogm ricorrendo alla clausola di salvaguardia, nonchè ad altri interventi normativi possibili per preservare il territorio italiano libero da Ogm. Se si rendesse necessario, è nelle condizioni di indire un referendum e di vincerlo, grazie alla solidarietà del 72% degli italiani.

Infine, per quanto riguarda il controllo sociale su  ricerca scientifica e business dei  brevetti, mi piace riportare testualmente un passo di quanto scrive Sabina Morandi, Direttrice scientifica del Consiglio dei diritti genetici, in un editoriale del 21/6/2002: “Recentemente, a Roma, ho assistito ad un incontro con Tony Kinder, della Business School di Edimburgo, chiamato dall’Università per spiegare come regolarsi con i diritti di proprietà intellettuale ai ricercatori del Centro Angelini per le Biotecnologie di Tor Vergata. Parlando a ricercatori che, non dimentichiamolo, utilizzano per il loro lavoro i soldi dei contribuenti, Kinder ha elargito consigli su come patteggiare con l’università la propria percentuale e sulle scorciatoie legali da imboccare ma, soprattutto, ha suggerito loro, cito testualmente, “di tenere in caldo le ricerche aspettando garanzie brevettuali” anche quando si tratta di ” prodotti per la salute dell’uomo”, la cui commercializzazione dovrebbe avvenire il più rapidamente possibile. Questo, a mio parere, è un altro punto caldo, un’altra crepa nella fiducia e nelle aspettative che la società investe sulla comunità scientifica.”


Sezze, 11 maggio 2010

Carciofi di Sezze: rubano la nostra identità

I prodotti  legati al territorio, come il carciofo, rappresentano la principale, se non l’unica, possibilità per le nostre imprese agricole di avere uno spazio sul mercato e di superare la crisi. Il rilancio dell’Agricoltura e dei territori oggi è possibile solo attraverso  le loro distintività, e Sezze,   può vantare dei prodotti di grandissima eccellenza.

Il carciofo romanesco di Sezze ne è il principe e la sua squisitezza  ha  travalicato  persino i confini nazionali  per giungere nella cucina d’elìte francese e nipponica.  Purtroppo, col venir meno del mercato spontaneo a Sezze Scalo e con l’avvenuta globalizzazione,  il nostro carciofo sta perdendo anno dopo anno la sua identità e la sua specificità territoriale, né le cooperative locali, eredi  naturali di questo mercato  sono state capaci di mantenerla, anzi in qualche caso, si sono rese colpevoli di confonderla con prodotti di dubbia provenienza.

Inoltre , a pochi passi da noi, abbiamo il Mercato di Fondi  (MOF) ed il Centro Agroalimentare di Roma (CAAR)  dove giungono prodotti planetari indistinti ed indistinguibili che arrivano ad insidiarci anche in casa e che fanno perdere al carciofo di Sezze la sua distintività ed il suo valore lungo la filiera. La riprova ne è che,  già dall’inizio dell’anno , le strade del nostro paese, e non solo, sono state invase da carciofi  spacciati per locali, mentre nei nostri campi ancora non ne esisteva nemmeno l’ombra.

Mazzettatore di carciofi, un mestiere che va scomparendo 

E’ un furto di identità, che peraltro investe tutta l’agricoltura italiana, che procura notevoli danni economici alle nostre imprese e che conduce  alla“disaffezione” da parte degli agricoltori verso una coltura così importante per Sezze ed  alla conseguente caduta verticale delle superfici.Ci rubano l’ identità  anche la G.D.O. (Grande Distribuzione Organizzata), quasi sempre multinazionale, che non ha alcun legame con i territori e quanti, anche in loco, favoriscono questa agropirateria  mistificando i nostri prodotti e la nostra cultura, facendo giungere persino all’annuale Sagra del Carciofo, delle varietà  che sono state“modificate” dalle multinazionali sementiere, (con la complicità dell’assenza di un vero e proprio regolamento per le esposizioni).  

Sezze gode ancora di una buona fama per i suoi carciofi e questi hanno le potenzialità per tornare ad essere  il fiore all’occhiello dell’economia setina  e per alimentare un buon flusso turistico attraverso percorsi gastronomici comprensivi delle altre tipicità locali ( pane, dolci, broccoletti , olio, ecc), ma rischiano  seriamente di scomparire dalle nostre tavole se non si interviene con azioni forti ed incisive. Prima di tutto con la valorizzazione attraverso il marchio IGP, che non è mai stato utilizzato, nonostante la CE abbia riconosciuto da diversi anni la tipicità territoriale del nostro carciofo, attraendo a Sezze, magari nei fabbricati dell’ex colonia agricola pontina, il già costituito Consorzio per il marchio IGP del carciofo romanesco del Lazio,che oltre alle  funzioni specifiche di controllo sul prodotto, dovrà provvedere alla commercializzazione previa apposizione del marchio IGP, che sia di garanzia per  il consumatore su origine e tipicità e che tuteli le imprese agricole attraverso il valore aggiunto rappresentato dalla distintività territoriale. 

In secondo luogo occorre che Sezze e la Regione investano meglio e di più sull’Agricoltura perché se non saremo in grado di riappropriarci dell’identità delle produzioni, di tutelarla e promuoverla, di trasformarla in strumento di competizione originale e potentissimo rischiamo di desertificare le nostre eccellenze con ripercussioni estremamente pesanti sull’attività economica delle nostre imprese e quindi sulla qualità del territorio, sulla sua sicurezza idrogeologica, sull’occupazione, sull’economia complessiva.

Rivista di cucina giapponese "IL CESTO"  che elogia (in giapponese) la bontà dei carciofi di Sezze


Sezze, 12 aprile 2010

XLI Sagra del carciofo

nel segno dell'autocrazia

La partecipazione democratica dei cittadini fu  il principio di base con cui la maggioranza che governa Sezze chiese ed ottenne il consenso popolare degli elettori. Oggi, alla luce dei fatti, sembra invece che per tale maggioranza la partecipazione sia divenuta uno strumento pericoloso e come tale da evitare, perché potrebbe distrarre le menti ingegnose di chi ci governa dai progetti e dai grandi obiettivi che si sono prefissi e che noi, comuni mortali, ahimè non siamo in grado di valutare.                                                                               

Così  le risorse umane con cui interagire nell’interesse del paese vengono sistematicamente ignorate.  Molto più comodo è arroccarsi dall'alto del palazzo in maniera palesemente autocratica, nascondere o fare a meno di praticare la visione strategica che si ha, se la si ha, perché questo permette di vivere la contraddizione, permette di essere predicatori dell’ovvio e sostenitori del politicamente corretto, senza che nessuno abbia modo di interferire, se non a cose fatte, nell’incongruenza dei comportamenti e senza che alcuno possa portare proposte migliorative o alternative che potrebbero correggere un  certo "modus operandi".

In questi casi diventa utile ignorare che esistono le Organizzazioni dei produttori, diventano utili i comunicati stampa per raccontare le cose che  si fanno (in malo modo), senza assumersi la responsabilità di un governo vero per  l'Agricoltura ed il territorio, diventa funzionale l’abitudine di prospettare il mezzo come  fine o, meglio, di far passare uno strumento come  progetto.

L'Agricoltura di Sezze, grazie alle sue tipicità, prima fra tutte il carciofo, potrebbe quasi non conoscere crisi, e la Comunità Europea, attraverso le Regioni, stanzia ai Comuni  o ad altri Enti territoriali che ne fanno richiesta con apposito progetto, finanziamenti a fondo perduto per il rilancio dei territori e delle loro identità. Sono i piani di sviluppo rurale (PSR) 2007 - 2013, i cui bandi stanno per scadere (alcuni , come i piani integrati di filiera, sono già scaduti) dopo di che non ce ne sarà più per nessuno. Eppure le risorse destinate all'agricoltura, al rilancio delle tipicità e al territorio anziché essere efficacemente impiegate restano  inutilizzate o quanto meno sperperate in  progetti  PIT (piani integrati territoriali)  dove l'agricoltura  è solo la copertura per scellerati fini politici, a vantaggio di pochi.

La Regione Lazio, complice la politica, ha stanziato milioni di euro per filiere corte che non sono state mai realizzate, per i faccendieri dell'agroalimentare che spacciano nel mondo un made in Italy che di italiano non ha neanche l’incarto,  per finanziare  le ricerche dell'Università Agraria della Tuscia sugli o.g.m. che in Italia ed in Europa nessuno vuole, tranne la Monsanto, perchè riconosciuti nocivi alla salute umana.

Tutti:  Province, Comuni, Comunità Montane, Agenzie per lo Sviluppo Agricolo, Assessorati al Turismo,  Compagnie dei vari monti, sono in gara per accaparrarsi i fondi europei  per il rilancio dei territori e delle loro tipicità e che dissipano con irrilevante utilità sociale in mille rivoli e con azioni che servono solo al mantenimento di un traballante potere politico o come ulteriore rendita vitalizia ai vari politici “in pensione”.  Ai soggetti veri, gli imprenditori agricoli, gli unici  che dovrebbero con la loro opera veramente rilanciare i territori  neanche le briciole, solo miriadi di tavoli verdi,  fiumi di parole e nient'altro. 

È come se venisse praticato un tiro alla fune all'Agricoltura. Tutti a tirare la fune, chi tira da una parte, chi dall'altra, con l'unico impegno che la fune deve rimanere lì in mezzo, statica, per non modificare gli equilibri e non scomodare nessuno.

Intanto l'Agricoltura muore, con essa tutte le risorse del territorio e  l'economia ne risente pesantemente perché viene a mancare il grande volano agricolo che ormai non girà più. Gran parte delle aziende agricole sono oberate da debiti, che a meno di improbabili schiarite, non riusciranno ad onorare, le più solide si stanno "rimangiando" ciò che hanno costruito in tanti anni di sacrifici e si affrettano a chiudere. Le più innovative ed intraprendenti, quelle che più fiduciose hanno investito, sono rimaste soffocate nel labirinto di paletti burocratici regionali  e sono finite, o stanno per finire, nelle mani degli "usurai legalizzati".

I giovani che possono lasciano tranquillamente senza alcun rimpianto e chi resta è solo perché non ha altre prospettive ed affronta il futuro sfiduciato ma con accresciuto impegno di lavoro, licenziando i dipendenti  perché sono un lusso che non possono ormai più permettersi. 

Quanto potrà durare? Quanto tempo potrà ancora passare prima che i nodi vengano tutti al pettine e la "bolla agricola" scoppi definitivamente, diventando visibile anche a quanti, con responsabilità di governo, oggi nascondono la testa come gli struzzi?

Intanto il teatrino allegro della politica continua, tutto si muove perché tutto rimanga come prima: per l'agricoltura di Sezze il Comune stanzia solo 50.000 euro (di cui 35.000 per la sagra del carciofo) invocando le difficoltà di bilancio che pure ci sono; una inezia che ci siamo sforzati persino di capire, ma tutto ci risulta incomprensibile quando con la stessa somma (50.000 euro) i nostri  amministratori coprono a malapena il  consumo dei 27 cellulari, che si sono regalati a spese della collettività, per poter svolgere  illuminati servizi ai cittadini oltre a grandi progetti da diversi milioni di euro, come l’ecomostro dell’Anfiteatro, inutile e dannoso oltre che devastante per l’ambiente. Sono milioni di euro che se investiti per l’agricoltura ed il territorio avrebbero avuto un ritorno inimmaginabile per la collettività in termini di occupazione e crescita economica. 

Ma i nostri amministratori pensano veramente agli interessi della collettività e alla crescita economica di questo paese?  

In questo teatrino, in questo tiro alla fune non è vero che nessuno perde, sta perdendo l'economia e l'Agricoltura che la fune la sta tirando sul serio, contro una squadra di bari che la tiene legata al  palo solido di una gestione autocratica del potere, una gestione maledettamente a perdere per l’Agricoltura, per il territorio, per la cultura e per l’intera economia del paese...


Sezze, 3 febbraio 2010

Il rilancio del carciofo di Sezze

L’ insieme dei segnali che ci vengono dal mercato globale, anche se non piacciono a nessuno, sono piuttosto precisi e sembrano delineare un unico scenario in cui, nella produzione e negli scambi interni e internazionali, avranno la meglio solo i soggetti che saranno capaci di proporre prodotti e servizi distintivi e non surrogabili. L’agricoltura non fa eccezione ed un suo rilancio non può non passare attraverso le tipicità dei territori, tutelando l’ambiente ed il paesaggio e rafforzando produzioni agricole che sulla leva della distintività contribuiscano allo sviluppo locale, sia in termini di crescita economica che in termini di coesione sociale. 
Sezze dispone di una vasta gamma di prodotti distintivi che possono contribuire al rilancio dell’economia ed uno di questi è rappresentato dal carciofo, senza dimenticarne altri, come il grano che ha fatto la fortuna del nostro pane e dei nostri dolci unitamente al mandorlo e al visciolo, come pure i broccoletti di Sezze che pur essendo una vera e propria eccellenza sono poco conosciuti oltre la fascia lepina. Sono le nostre tipicità, le nostre risorse, ci trova tutti d’accordo nel tutelarle e valorizzarle ma basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanto, anno dopo anno, stiano invece scomparendo.
Apprezziamo quindi la strada imboccata dal Comune di Sezze, che inizia concedendo un premio di mille euro per tutti gli agricoltori che si impegneranno a coltivare almeno 1500 piante di carciofi per la campagna 2010 – 2011 e che parteciperanno alla 42esima edizione della Sagra del carciofo prevista nell’aprile del 2011. Non ci convince però quel “almeno” (1500 piante) perché ci sembra che si intenda porre un limite al rilancio della coltura, rilegandola solo su modeste superfici, forse a causa delle difficoltà di bilancio. Infatti per coltivare 1500 piante di carciofo, considerando l’investimento più comune nella zona che è pari ad una pianta per ogni metro quadrato, sono sufficienti appena 1500 mq di terreno, vale a dire la sesta parte di un ettaro, equivalente ad un orticello di casa. E’ da presumere che ogni agricoltore punterà su questo numero di piante e su questa superficie, perché solo così ne otterrà il vantaggio massimo, in quanto rapportando il premio al numero di piante godrà di cent. 66 per pianta. Al contrario, se un agricoltore volesse più copiosamente contribuire al rilancio del carciofo con un ettaro (10.000 piante) ne resterebbe penalizzato perché rimanendo invariata l’entità del contributo di mille euro, avrà un premio per ogni pianta coltivata di soli 10 cent. 

Non rilevandosi quindi una proporzionalità ed una equità degli interventi, appare evidente che tanto più l’agricoltore sarà disposto ad investire, tanto meno riceverà e che quindi sarà indotto a limitare la coltura alle sole 1500 piante per averne il massimo vantaggio. Ciò sarà indubbiamente sufficiente a portare più prodotto alla Sagra del carciofo, se è questo l’obiettivo che l’Amministrazione intende raggiungere, ma siamo ben lontani dal parlare di rilancio di una coltura che per essere efficace ed avere una discreta ricaduta economica per il paese occorrerebbe che si riportasse almeno ai livelli di venti anni fà, quando si poteva contare su superfici di 300 ettari. D’altro canto è da evidenziare che quantunque si centrasse tale obiettivo, sorgerebbero seri problemi sul versante della commercializzazione, perché se in passato esisteva a Sezze un mercato spontaneo di lunga tradizione, oggi i nostri produttori non disporrebbero di alcuna struttura cui raccordarsi, che sarebbe invece indispensabile ed opportuno prevedere in un progetto di rilancio del carciofo. 

Non rigettiamo la proposta dell’Amministrazione comunale, anzi pur nutrendo qualche dubbio circa la sua liceità e fattibilità, la promuoviamo chiedendo che gli aiuti vengano concessi solo ed esclusivamente ad agricoltori titolari di partita iva, gli unici in grado di offrire professionalità e qualità, che siano distribuiti secondo i criteri della proporzionalità e che vengano erogati ai richiedenti in tempi utili, cioè non oltre l’impianto dei nuovi carciofeti (Agosto 2010). Riteniamo tale operazione non come un punto di arrivo ma un punto di partenza verso un progetto di più ampia portata, al quale la Coldiretti, la più rappresentativa Organizzazione professionale agricola italiana ed europea, si renderà disponibile con l’Amministrazione Comunale per dare il proprio apporto al rilancio del territorio, mettendo a disposizione tutto il suo “know how” di competenze, accumulato in quasi settanta anni di esperienza al servizio dell’agricoltura. 

Siamo convinti che il rilancio del carciofo sia un fatto economico e che come tale potrà concretizzarsi solo con progetti ed investimenti di carattere economico che interessino tutta la filiera del carciofo di Sezze, dalla produzione nei campi al coinvolgimento del Consorzio di tutela per il marchio IGP, fino alla sua commercializzazione in apposite strutture, che possano divenire una piattaforma per il rilancio di tutte le nostre tipicità e dell’agricoltura di Sezze.


Sezze, 27 gennaio 2010

In tanti si può !
Difendiamo i nostri prodotti, il nostro territorio e la nostra agricoltura.
La crisi dell’agricoltura è diventata ormai di una tale gravità che rischia di minare profondamente la vitalità del settore, con l’abbandono dell’attività da parte di tanti imprenditori, anche di quelli più intraprendenti e coraggiosi, ma soprattutto di tanti giovani che non vedono più nell’agricoltura una prospettiva per il loro futuro. Per questo oggi, in tanti abbiamo dato inizio al nostro stato di agitazione ad oltranza, presso il MOF di Fondi, simbolo del commercio ortofrutticolo, e continueremo con manifestazioni ed iniziative in tutta la Regione, finché non si porrà la giusta attenzione alla nostra piattaforma rivendicativa. 
Con la nostra piattaforma, che abbiamo già iniziato a consegnare a tutte le Istituzioni, denunciamo le eccessive speculazioni in atto sui prezzi dei nostri prodotti, che dal campo alla tavola subiscono ricarichi sino al 500%. Con essa vogliamo proporre un riordino del settore, dicendo basta alla mancanza di controlli sanitari sulle merci di importazione, alle importazioni clandestine di derrate alimentari, alla contraffazione dei nostri prodotti. Sollecitiamo il rispetto delle norme di qualità ed una etichettatura trasparente che garantisca in modo inequivocabile la provenienza dei prodotti. 

Chiediamo la stipula di un accordo nazionale tra i soggetti di filiera finalizzato alla copertura dei costi della produzione agricola che rappresenta la parte più debole e la regolamentazione dello sviluppo della grande distribuzione organizzata (G.D.O.) in funzione dell’economia agricola dei territori, dei prodotti locali, regionali e nazionali. Chiediamo anche il riconoscimento dello stato di crisi, così come è stato fatto con altre attività e l’attivazione delle provvidenze economiche a favore delle aziende colpite.
Abbiamo consegnato questa piattaforma al Prefetto di Latina e, in assenza di un governatore della Regione Lazio, la nostra iniziativa verrà estesa ai candidati alla Presidenza, Renata Polverini ed Emma Bonino, dalle quali pretenderemo precise risposte alle nostre rivendicazioni e sul loro futuro impegno, in caso di vittoria elettorale, verso l’agricoltura. Inizieremo già venerdì 29 gennaio a Roma, quando incontreremo Renata Polverini con mille nostri delegati provenienti da tutta la Regione e con i vertici nazionali Coldiretti.   In tanti ed uniti si può!

Sezze, 23 gennaio 2010

Crisi dell'agricoltura: gli agricoltori si mobilitano con la Coldiretti

Esistono serie preoccupazioni per la grave crisi in cui versa l’agricoltura. Segnali inquietanti emergono dal comparto orticolo, il più importante per Sezze, e fanno temere per la tenuta del settore. Primo fra tutti è il problema dei prezzi bassi all’origine dei principali prodotti del territorio (insalate, spinaci, broccoletti, cicoria, carciofi, ecc) che insistono costantemente dalla primavera del 2009 e che stanno mettendo a dura prova la capacità di reazione della maggior parte delle imprese orticole, esauste nelle disponibilità finanziarie da reiterate stagioni in cui i prezzi di vendita dei prodotti agricoli sono stati inferiori ai loro costi di produzione. Il carciofo romanesco, bandiera dell’agricoltura di Sezze, svetta a mezz’asta, sottolineando la drammatica crisi di tutto il settore con una ulteriore contrazione del 30% delle superfici ad esso dedicate nell’anno precedente. 
Da una analisi della Coldiretti nazionale, che prende a base i dati Istat ed Ismea relativi al 2009, viene evidenziata una distorsione paradossale che interessa tutti i settori dell’agroalimentare: i prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani si sono ridotti in media del 11,1%, con al primo posto i cereali che registrano una flessione del 28,2% , seguiti dall’ortofrutta con meno 13,2% e dal latte con meno 11,4% . 

A tale calo dei prezzi delle “materie prime agricole” non ha corrisposto una analoga diminuzione dei prezzi di vendita al consumo, che anzi sono aumentati del 3,4% per la pasta, del 2,2% per l’ortofrutta mentre è rimasto invariato per il latte. La situazione è stata aggravata dalle piogge persistenti degli ultimi due mesi che oltre ad aver falcidiato le produzioni in pieno campo ha ostacolato le operazioni di raccolta, raddoppiandone i costi. Questa forbice tra i prezzi all’origine e quelli al consumo rischia di minare profondamente la vitalità del settore agricolo, accentuando il fenomeno dell'abbandono dell’attività da parte di tanti imprenditori, anche di quelli più intraprendenti e coraggiosi, ma soprattutto da parte dei giovani che percepiscono la sensazione che qualora non si inverta questo fenomeno perverso, determinato dall’inefficienza dell’attuale filiera agro-alimentare e da vere e proprie azioni speculative e di frode, non ci sarà più futuro per il settore agricolo.

Da qui la decisione di Coldiretti di varare lo stato di agitazione ad oltranza degli agricoltori della provincia, durante il quale azioni di denuncia e di manifestazione-protesta si alterneranno a fasi di confronto-concertazione progettuale con le Istituzioni di riferimento, onde costruire le condizioni necessarie a rafforzare il settore e a metterlo in condizione di esprimere in futuro tutte le sue innumerevoli potenzialità. Inizieremo il prossimo 27 Gennaio con una manifestazione di denuncia e di protesta presso il Centro Agroalimentare di Fondi (MOF) che estenderemo a tutto il Lazio nelle settimane successive.

anno 2010