AGRICOLTURA DA SALVARE

a cura di Vittorio Del Duca

anno 2009

Salviamo la nostra risorsa principale

Sezze, 25 dicembre 2009

Agricoltura: un nuovo anno e una nuova storia da scrivere

Si  sta per chiudere uno degli anni più difficili per la nostra agricoltura. I prezzi dei prodotti agricoli sono precipitati e con essi la redditività delle nostre aziende, mentre al consumo i prezzi continuano la loro corsa quotidiana al rialzo. La situazione era ed è insostenibile per non indurci ad  una profonda riflessione su quale fosse il vero male da combattere.

Noi  non abbiamo ricercato alibi nella crisi internazionale, non abbiamo attivato lo scaricabarile più comodo per trovare nella politica la causa di tutto, non abbiamo cavalcato le piazze speranzosi che questo gesto da solo potesse allentare  la  tensione nelle campagne. La politica, la giusta protesta e la grave crisi internazionale con cui  prima di altri siamo abituati a convivere da tempo, sono tutte questioni  importanti, ma questa volta il malato era ed è troppo grave per non  indurci ad affrontare il problema alla radice: l’agricoltura non guadagna perché non  ha potere contrattuale nella filiera.  Il potere contrattuale è un fatto economico e si recupera solo con progetti di carattere economico.

Se i prezzi all’origine scendono e quelli al consumo salgono, se il valore del made in italy viene usurpato da chi vende per italiano ciò che di Italia non ha neanche l’incarto, se tutto questo accade allora siamo noi a doverci rimboccare le maniche, perché ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che qui con le buone maniere nessuno intende restituirci nulla di ciò che ci è stato rubato, sia in termini di valore lungo la filiera che  in termini di falsa identità italiana.

Da questa analisi abbiamo avviato, già da questa primavera, il percorso di una filiera agricola tutta italiana: un percorso che traguardando gli interessi di imprese e consumatori deve trovare il sostegno della politica e della società. Non c’è demagogia, non c’è populismo, non sono possibili strumentalizzazioni; nel nostro modo di fare c’è coerenza, responsabilità e attenzione agli interessi del Paese. Ecco perché gli impegni che la politica si prende con noi, come quelli della scorsa primavera, non può dopo non rispettarli. La scorsa primavera, dobbiamo ricordarlo, c’è stata una grande manifestazione di popolo, con dietro un progetto e degli impegni, che vivono e vivranno per anni, e i fatti stanno lì a dimostrarlo.

Altra cosa rispetto alle tante iniziative, messe in campo in questi mesi da persone o comitati che hanno un’idea solo vaga di cosa sia l’agricoltura, che sono vissute giusto il tempo di quell’ora in cui si sono svolte, magari in qualche locale di campagna, che hanno raccolto e raccoglieranno il nulla, lo stesso nulla che hanno seminato  per fini  politici o addirittura personali:  iniziative che, se da una parte  fanno parlare di agricoltura, dall’altra vanno a  depotenziare la credibilità dell’intero mondo agricolo e dalle quali ci siamo tenuti lontani.

Noi stiamo cercando di scrivere una nuova storia per la nostra agricoltura, lo dobbiamo ai nostri soci e al nostro Paese. Compito difficile, vero, ma è lecito chiedersi: chi potrebbe, e dovrebbe farlo se non noi di Coldiretti.


Sezze, 10 settembre 2009

PIT : destinati  all’ agricoltura??

Spiace veramente constatare come, su decisioni importanti che riguardano l’agricoltura , quali  quella della destinazione dei fondi PIT , ad essere ignorati dal Comune di Sezze ,siano proprio i diretti beneficiari, ovvero gli agricoltori .

Nelle campagne di Sezze nessuno sa cosa siano i PIT e, per quel che mi riguarda,  non sono stato invitato a prendere parte ad alcuna decisione, né come azienda agricola, né tantomeno come Presidente  della maggiore Organizzazione professionale agricola : la Coldiretti.

E’ un modo vecchio di fare politica, visto e rivisto, che ha prodotto solo guasti al paese, danni al territorio e sperpero  di risorse, altrimenti preziose, in inutili cattedrali nel deserto, come la mai  realizzata Centrale Ortofrutticola ( ex Monte Amiata).

Non vogliamo entrare, per il momento, nel merito della bontà o meno delle scelte  assunte con  decisioni verticistiche, sia dalla XIII Comunità Montana che dal Comune di Sezze , ma il fatto di mettersi sotto i piedi la tanto conclamata  partecipazione democratica,  ci autorizza a porci numerosi  perché,  che, per quanto ci sforziamo, non ci portano di certo  a concludere con buoni pensieri.


Sezze, 2 settembre 2009

Sovranità alimentare: un diritto fondamentale dei popoli

E’ dalla fine degli anni 80 che ci si cominciava a chiedere cosa stesse accadendo in agricoltura e perchè il sistema delle piccole e piccolissime aziende agricole, che aveva retto per tanto tempo, improvvisamente crollasse. 
I contadini, con una media aziendale di due ettari, fino ad allora nella norma, non ricavavano più il necessario alla sopravvivenza ed erano costretti a chiudere, attribuendo la causa alle ripercussioni dell’adesione dell’Italia alla Comunità Europea.
Più tardi si brindava all’euro, ma dopo un breve entusiasmo iniziale, ci si accorgeva che le cose andavano peggio, e stavolta non solo per gli agricoltori, ma anche per consumatori, che vedevano eroso il loro potere di acquisto.
Oggi, in piena crisi, abbiamo la consapevolezza che il malessere dell’agricoltura non era nell’adesione dell’Italia alla CE, né tanto meno nell’euro, ma nell’avvento dell’era della globalizzazione e dello strapotere delle grandi multinazionali USA ed europee, alle quali i Governi di tutto il mondo hanno chinato e continuano a chinare la testa con riverente sudditanza, offrendo politiche neo liberiste e strumenti atti a consolidare e potenziare il loro potere economico, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale. 
Questi organismi,secondo i vari comitati per la sovranità alimentare, sorti in tutto il mondo, anziché garantire l’alimentazione a tutto il pianeta ,come dovrebbero, presiedono un sistema che moltiplica la fame, e priva milioni di persone dall'accesso a beni e risorse produttive come la terra, l'acqua, le sementi, le tecnologie e le conoscenze. 
Così, l'agricoltura, che negli anni '80 era subordinata al capitale industriale, oggi è passata a dipendere dagli interessi del capitale finanziario, che non si accontenta più del possesso della terra, ma aspira alla proprietà della biodiversità, delle conoscenze, della tecnologia, delle sementi, né punta solo a controllare il commercio, ma cerca di imporre a tutto il mondo lo stesso modello di alimentazione. 
Le politiche neoliberiste dei governi ricchi incoraggiano, con ingenti dotazioni finanziarie, la produzione di alimenti per l'esportazione, a spese di quella per il mercato interno, e così buona parte dei soldi dei contribuenti vanno a finire nelle tasche proprio di queste grandi imprese, grandi produttori e catene di distribuzione, che sviluppano pratiche agricole e commerciali insostenibili, mentre i piccoli contadini, che producono principalmente per il mercato interno, e quasi sempre con pratiche più sostenibili, vengono di fatto estromessi dalla produzione, ed i terreni e l'acqua inquinati e degradati, con perdite irreparabili di diversità biologica e distruzione degli habitat.
Queste politiche agrarie “assistite” danno luogo ad eccedenze, e di conseguenza i prezzi dei prodotti agricoli scendono sul mercato mondiale a livelli inferiori ai loro costi di produzione; ciò permette alle multinazionali di acquistarli con la pratica del dumping (acquisti sottocosto), per rivenderli poi a prezzi molto più alti ai consumatori, speculando in maniera vergognosa.
Ne deriva che il mercato mondiale è artefatto ed irreale, è un commercio di eccedenze di cereali, latte, carni, ecc. immesse da Stati Uniti, Unione Europea e altri paesi esportatori di agroalimenti. 
Le scorte mondiali possono aumentare o diminuire a “telecomando”, secondo le convenienze speculative delle 500 imprese più grandi del mondo, e dai governi che ad esse si sottomettono: tra queste, appena una decina (come la Monsanto, la Bayern, la Cargill, la Nestlé, la Syngenta, la Novartis) domina l'attività agricola e l'agroindustria, imponendo ai contadini i prodotti delle loro fabbriche (pesticidi, fertilizzanti e sementi, con preferenza per gli ogm, perchè rendono molto di più) ai prezzi da loro stabiliti, e ritirando le derrate alimentari nelle aziende agricole, ai prezzi ridicoli del mercato mondiale.
E’ un sistema che ricorda molto i metodi di certe associazioni a delinquere di stampo mafioso! 
In nessun caso i prezzi mondiali potrebbero essere presi come un riferimento conveniente per la produzione agricola, ma purtroppo questo avviene quasi sempre, e l’agricoltura, come noi la intendiamo, quella fatta di cose vere, è costretta a sparire. 
Infatti, nel 2008, rispetto al 2007, le aziende agricole sono diventate quasi il 3% in meno, confermando le proiezioni di qualche anno fa, che davano per il 2013, rispetto al 2002, un calo nel numero delle aziende italiane, stimato tra il 30 ed il 40%. (Dati Istat)
Parallelamente a questa diminuzione, cresce l’offerta dei terreni posti in vendita, facendo scadere il valore del capitale fondiario, e molti piccoli appezzamenti, che in passato costituivano la minima unità colturale del coltivatore diretto, restano incolti ed invenduti.
Tutto questo spiega gli aumenti del prezzo del pane (+ 2,3%) e della pasta (+16,5%), nonostante quello dei cereali abbia subito un crollo del 43%, ma più in generale, spiega come mai, per ogni Euro di spesa degli italiani, solo 17 centesimi vanno agli agricoltori, 60 alla distribuzione commerciale, 23 all'industria alimentare. Non ci vuole molto a comprendere che i 17 centesimi, che vanno a chi sostiene i maggiori oneri della produzione, non sono sufficienti neanche a coprire i costi.
La migliore performance rimane quella della pasta; peccato che in questo “made in Italy”, figuri sempre di meno il nostro grano che, al contrario, viene importato in modo sempre più massiccio da Paesi extraeuropei, mentre le nostre superfici si sono contratte del 40% perché i ricavi, a causa delle quotazioni del mercato mondiale, non compensano i costi di produzione (ciò che viene prodotto è solamente per dare riposo al terreno o per rotazione agraria).
Anche i dati dell’import-export delle aziende agricole ci dicono di una capacità produttiva svuotata e della tendenza della grande distribuzione ad appropriarsi di questi spazi di mercato, con marchi di prodotti tipici italiani, in cui sempre meno è presente la nostra materia prima, il lavoro contadino e i saperi necessari a realizzarlo, sostituiti, all’insaputa dei consumatori, da strani surrogati che non hanno nulla in comune con i prodotti genuini della nostra terra, che restano così invenduti o a marcire nei campi.
Non è solo un problema italiano, ma internazionale, per questo, a fianco delle tradizionali organizzazioni dei produttori agricoli, sono sorti movimenti internazionali per la Sovranità Alimentare, come Via Campesina, cui aderiscono “farmers” da tutti i continenti.
La Sovranità Alimentare è il diritto dei popoli ad un alimentazione sana, nel rispetto delle loro culture e tradizioni, con sistemi di produzione diversificati, su base contadina, con prodotti sicuri, nutrienti, veri e non ogm, ottenuti secondo i valori distintivi del territorio, delle sue sementi e delle biodiversità ,che sono un patrimonio di tutta l’umanità.
La Sovranità Alimentare è anche il diritto di tutti.i popoli a decidere che cosa coltivare nelle loro terre e in che misura desiderano essere autosufficienti, per impedire che i propri mercati vengano invasi dalle eccedenze della produzione alimentare di altri paesi. 
Essa non nega il commercio internazionale ma promette un commercio trasparente, che garantisce un reddito giusto a tutti gli attori e, ai consumatori il diritto a controllare la provenienza dei propri alimenti. 
La liberalizzazione del commercio, che lascia nelle mani delle multinazionali le decisioni riguardo a ciò e a come si producono e si commercializzano gli alimenti, non può dare compimento a queste importanti mete sociali. 
L’agricoltura deve riappropriarsi di questo ruolo, la strada è lunga, faticosa e tutta in salita; ce la si può fare, ma tutto dipenderà dalla voglia di vincere e dalla capacità di lottare dei produttori agricoli, sia pure ad armi impari, contro questo sistema neo-liberista, senza freni, senza controlli e senza regole, causa dell’attuale crisi economica, che ha concentrato enormi ricchezze nelle mani di pochi e causato l’impoverimento economico, ambientale e culturale dell’intero pianeta.
Fonti:
- Coldiretti
- Via Campesina: Dichiarazione sulla Sovranità alimentare dei popoli, 1996
- Dichiarazione di Nyéléni (Malì) - Forum mondiale sulla Sovranità alimentare, 2007
- ACRA (Associazione di Cooperazione Rurale in Africa e in America Latina) è un'Organizzazione Non Governativa riconosciuta idonea alla cooperazione dal Ministero degli Affari Esteri e dall'Unione Europea
- Comitato italiano per la sovranità alimentare.


Sezze, 31 luglio 2009

Risultati della mobilitazione Coldiretti 

A seguito della nostra mobilitazione in difesa del Made in Italy, che ha impegnato migliaia di agricoltori nei valichi di frontiera, nei porti e nelle sedi istituzionali, abbiamo avuto un primo importante risultato con la presentazione ufficiale da parte  del Ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia, del Decreto sull’obbligo di indicare, in etichetta, l’origine di  latte e derivati. E’ un grande risultato che va nell’interesse degli imprenditori agricoli, ma soprattutto dei consumatori, della trasparenza e competitività dell’intero sistema Paese. Il Decreto obbliga ad indicare l’origine del latte a lunga conservazione (UHT) e di tutti i prodotti lattiero caseari, ma vieta  l’impiego di polveri di caseina e caseinati nella produzione di formaggi. Stabilisce in maniera chiara che il formaggio si fa con il latte e non con le polveri, e regolamenta  l’impiego di semilavorati industriali (cagliate) nella produzione di formaggi e mozzarelle che dovrà essere sempre ben specificato in etichetta

Nei tre giorni  di mobilitazione,  gli agricoltori  Coldiretti, in collaborazione con le forze dell'ordine, hanno effettuato un primo bilancio delle importazioni di alimenti dall'estero e i risultati  sono stati ancora più allarmanti  e sconcertanti di quanto si pensasse.

Abbiamo visto entrare mozzarelle tedesche dirette in Campania e nel Lazio, forse per diventare di bufala campana,  frumento per la panificazione proveniente dall’Ucraina ( prodotto nella zona di Chernobyl), prosciutti provenienti dalla Repubblica Ceca in viaggio verso Modena e Parma, formaggi tipo grana diretti a Reggio Emilia, pomodorini a grappolo prodotti in Olanda e diretti  a Cerignola con la raffigurazione sulla confezione della maglia poderale della provincia di Foggia. Ed ancora olive in salamoia provenienti dalla Grecia e da Cipro, ma forse originarie del Nord Africa, dirette verso le  province di Ascoli e  Caserta, magari per diventare rispettivamente “olive ascolane” e “olive di Gaeta”, concentrato di pomodoro con destinazione Nocera Superiore destinato a diventare “passata di pomodoro verace”,  succo d'arancia  con destinazione Messina, olio di palma indonesiano diretto a Monopoli  in Puglia, patria dell'olio di oliva, polveri di latte e cagliate destinate a diventare formaggi e mozzarelle italiane. Tutto per essere riciclato e diventare “ Made in Italy” mentre i nostri prodotti veri sono sottopagati a causa di una concorrenza sleale, o addirittura restano invenduti a marcire nei campi. Non sono mancate contestazioni delle forze dell'ordine per i gravi problemi di sicurezza alimentare della merce trasportata, soprattutto per violazioni di norme igieniche nel trasporto della carne e dei derivati del latte.

La mobilitazione Coldiretti  è stata pacifica e serena e non ha ostacolato in alcun modo i servizi del Paese, la popolazione ci ha mostrato simpatia e solidarietà che abbiamo ricambiato, laddove è stato possibile, con la distribuzione gratuita dei nostri prodotti, e soprattutto con le scuse per eventuali disturbi involontariamente cagionati.

Non possiamo dire però, di avere avuto nei mass  media, uno spazio adeguato all’alta meta sociale, che intendevamo raggiungere con la nostra mobilitazione, e di cui abbiamo ottenuto un primo grande risultato. Siamo stati completamente assenti dai titoli dei vari TG,  che hanno ritenuto più interessante e socialmente più rilevante soffermarsi sulla popstar Mickael Jackson e sulle solite frivolezze del premier. Nonostante questo, l’interesse dei cittadini consumatori su un avvenimento così importante è stato notevole, e la  macchina organizzativa Coldiretti è riuscita  egualmente, con l’operazione “ Verità alle Frontiere“, a rendere di pubblico dominio le truffe ai consumatori per mancanza di una etichettatura trasparente, il furto di immagine ai danni delle nostre produzioni, oltre la grave ingiustizia verso i produttori agricoli che vedono sottopagati i loro prodotti, a causa dello strapotere contrattuale  da parte dei nuovi poteri forti della filiera agroalimentare, gli stessi che erogano miliardi di Euro ai media, in pubblicità. Questo basta e avanza per spiegare gli spazi striminziti che ci sono stati assegnati in coda ai vari TG.

Il risultato ottenuto in questa occasione conferma la validità della nostra battaglia per la trasparenza, una battaglia dura, che ci vede impegnati da anni su un terreno fortemente minato da grossi interessi, ma siamo determinati a perseverare fin tanto chè non  otterremo l'obbligo di etichettatura per tutti gli alimenti, nell'interesse delle imprese, dei consumatori e dello sviluppo del Paese.

 L'ETICHETTA CON L'ORIGINE SULLE TAVOLE DEGLI ITALIANI, ottenute dopo anni di battaglie e mobilitazioni Coldiretti sul fronte nazionale ed europeo.

            Cibi con l'indicazione di provenienza

              E quelli senza

              Carne di pollo e derivati

             Pasta

              Carne bovina

             Carne di maiale e salumi

              Frutta e verdura fresche

             Carne di coniglio

              Uova

             Frutta e verdura trasformata

              Miele

             Derivati del pomodoro diversi da passata

              Passata di pomodoro

             Latte a lunga conservazione

              Latte fresco

             Formaggi non dop

              Pesce

             Derivati dei cereali (pane, pasta)

             Extravergine di oliva

             Carne di pecora e agnello  

                 Fonte: Elaborazioni Coldiretti


Sezze, 21 luglio 2009

Mobilitazione Coldiretti contro le rapine all'Agricoltura

Giornalmente la nostra agricoltura è sottoposta a due vere e proprie rapine. La prima è quella dell’identità e dell’immagine, che vede sfacciatamente immessi in commercio come italiani,cibi provenienti dalle più svariate parti del mondo, con un inganno enorme ai danni del consumatore e un modo scientifico per uccidere la nostra sana e onesta agricoltura di qualità.

La seconda rapina è quella del valore aggiunto, che vede sottopagati i nostri prodotti agricoli a causa di  uno strapotere contrattuale da parte dei nuovi forti della filiera agroalimentare.

La misura è colma e non ce la sentiamo più di accettare queste ingiustizie, per cui abbiamo deciso di scendere in campo per difendere le nostre produzioni con una etichettatura trasparente sui prodotti alimentari,  che informi i consumatori sulla loro origine, su ciò che contengono e non solamente su quello che “non contengono”.

Dal  Brennero ha preso il via l’operazione “Verità alla frontiera” e, nei prossimi giorni, i trattori Coldiretti marceranno e occuperanno tutti i valichi di frontiera e i porti italiani per protestare contro le importazioni di latte,caseinati, frutta, olio, grano, vino che finiscono sugli scaffali della GDO e sulla tavola degli italiani senza alcuna informazione trasparente della provenienza, ma miracolosamente trasformati in “Vero made in Italy”.

La nostra azione di blitz verrà estesa in tutti i luoghi strategici delle Regioni italiane con l’obiettivo di difendere produttori e consumatori dalle contraffazioni di tutti i prodotti agroalimentari e contro gli inganni di etichette e pubblicità “furbe” che richiamano ad una finta italianità.

I nostri agricoltori sono costretti a sopportare oltre a questa concorrenza sleale, ì costi di produzione più esosi della CE e a vendere i loro prodotti ai ridicoli prezzi del mercato mondiale, ma pur resistendo, rischiano in questo sistema così torbido, di soccombere definitivamente e non possiamo permetterlo. 

Agricoltori di Sezze  sono già partiti con una folta delegazione Coldiretti di Latina, per dare man forte nelle frontiere, altri partiranno nei prossimi giorni per recuperare insieme il ruolo economico e sociale che ci spetta di diritto.


Sezze, 7 luglio 2009

L'olio di oliva ha l'etichetta made in Italy

Le battaglie a tutto campo, condotte da Coldiretti in difesa dell’agricoltura italiana, hanno avuto un giusto riconoscimento con l’entrata  in vigore dal 1 Luglio del Regolamento comunitario n. 182, che obbliga ad indicare in etichetta l'origine delle olive impiegate nell'olio vergine ed extravergine in tutti i paesi europei.

E’ così possibile combattere le truffe e garantire la trasparenza alle scelte dei consumatori che cercano il vero Made in Italy a tavola in tutta Europa.

Il vero olio italiano sarà riconoscibile in etichetta da scritte come “ottenuto da olive italiane”, “ottenuto da olive coltivate in Italia” o “100 % da olive italiane” mentre per i miscugli di provenienza diversa sarà specificato se si tratta di “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o di “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari”.

In tutta l’Unione Europea non sarà quindi piu' possibile spacciare come Made in Italy l'extravergine ottenuto da miscugli di olio spremuto da olive spagnole, greche e tunisine senza alcuna informazione per i consumatori. Nel 2008 infatti, quasi una bottiglia su due realizzata in Italia conteneva olio proveniente da olive straniere, ma l'indicazione di origine in etichetta consentirà di verificare la reale provenienza delle olive impiegate, che non sempre è garantita dal marchio, e quindi anche di valorizzare gli oliveti italiani che possono contare su 250 milioni di piante, molte delle quali secolari o situate in zone dove contribuiscono ad abbellire il paesaggio rurale e l'ambiente.

Propaganda protezionista durante il Ventennio

 

L’entrata in vigore di questo Regolamento, spiana la strada all'etichettatura trasparente per tutti i prodotti alimentari che sono ancora anonimi, dal latte a lunga conservazione a tutti i formaggi, dalla carne di maiale a quella di coniglio ed agnello, dai succhi di frutta alle conserve alimentari. Ed è importante che l’Italia, leader nella qualità alimentare, sia promotrice in Europa di una nuova normativa, piu' attenta alla trasparenza degli alimenti, per favorire i controlli e consentire ai cittadini di fare scelte di acquisto consapevoli.

Con le mobilitazioni degli ultimi anni, Coldiretti è riuscita a ottenere l'obbligo di indicare la provenienza per carne bovina, ortofrutta fresca, uova, miele, latte fresco, pollo, passata di pomodoro ed extravergine di oliva, ma l'etichetta resta ancora anonima per la metà della spesa.

Garantire la trasparenza dell’informazione in etichetta significa una difesa anche dagli inganni a tavola, dove vengono spacciati come Made in Italy cibi ottenuti da allevamenti e coltivazioni estere: tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri, mentre la metà delle mozzarelle in vendita sono fatte con latte o addirittura cagliate estere che non si sa da dove provengano.

Secondo l'indagine Coldiretti-Swg sulle abitudini degli italiani, la quasi totalità dei cittadini (98 per cento) considera necessario che debba essere sempre indicato il luogo di origine della componente agricola contenuta negli alimenti, e colmare questo ritardo consentirà alle nostre aziende agricole, cooperative e consorzi agrari di valorizzare concretamente il prodotto agricolo nazionale con filiere agroalimentari Made in Italy dal campo alla tavola.


Sezze, 18 giugno 2009

Dalle multinazionali arriva il "gelato transgenico"

Dopo le bibite “fantasia”, come le aranciate senza vero succo di arancia, arriva il gelato che non si “squaglia”. La multinazionale Unilever, produttrice della linea di gelati “Cart d’or”, gia' da quest'anno sta per immettere sul mercato sorbetti transgenici che non si sciolgono, grazie al via libera dalla Commissione Europea (Decisione del 22 aprile 2009) ad una proteina sintetica che sarà semplicemente etichettata come “proteina Isp”, all’insaputa dei consumatori. Si tratta di una proteina sintetica isolata originariamente da un pesce artico e riprodotta in laboratorio attraverso la fermentazione di un lievito geneticamente modificato.

La contaminazione da Ogm del gelato diventa così l’incubo di questa estate, durante la quale potrebbe essere commercializzato per la prima volta un “gelato trangenico”. La decisione della Commissione Europea è veramente grave e deve farci riflettere sullo strapotere economico delle multinazionali che,  complici le Istituzioni, stanno sovvertendo l’ordine naturale delle cose, soprattutto dei cibi che consumiamo. 

Coldiretti, sta conducendo delle battaglie a tutto campo sulla obbligatorietà  delle indicazioni in etichetta, a garanzia dei consumatori e del Made in Italy, ma le resistenze incontrate sono tantissime. Evidentemente queste  informazioni  sono ritenute scomode, perché lesive degli interessi delle ditte produttrici, ma un gelato che non “squaglia”,  oltre ad essere una mostruosità,  rappresenta  un autentico “attentato” alla nostra salute e mette a rischio la credibilità e l’immagine stessa del Made in Italy nel mondo, dove le nostre esportazioni di gelato stavano registrando nei primi mesi di quest’anno, incrementi  sino al 43 per cento in valore. 

Il consumo di gelato, è stimato in Italia in oltre 15 chili a persona, per una spesa di 5 miliardi di euro l’anno, ma il consumatore  è sempre più attento e sta dimostrando una maggiore attenzione alla genuinità, tant’è che  tra le nuove tendenze di oggi primeggia il tramonto dei gusti “artificiali”, come il puffo, ed una riscoperta del gelato artigianale e tradizionale con gusti di stagione e locali,ottenuti da prodotti del territorio come il latte e la frutta.


Sezze, 3 giugno 2009

Piano Paesaggistico Territoriale 

No, non siamo a Napoli, e nemmeno a Palermo. La foto rappresenta solo uno dei tanti paesaggi della campagna di Sezze ed è veramente desolante constatare tanta mancanza di senso civico. Nei cassonetti si scarica illecitamente di tutto: furgoni interi di materiali estranei,gomme di automobili, lattine di lubrificanti,calcinacci, batterie, materiali ferrosi, residui di potatura, ecc.

Invece di essere smaltiti attraverso canali diversi,come prescrive la legge,vanno a rubare il posto ai sacchetti dell’immondizia, che restano  fuori  in balìa di cani e gatti, i quali li disperdono nell’ambiente completando  l’opera di abbellimento del paesaggio rurale. Già, perché quel cassonetto si trova incluso entro il perimetro del Piano paesaggistico territoriale, cioè nel territorio che la Regione Lazio vuole preservare (??), che è costato alla collettività qualche milione di euro in progettazioni (??)  e di cui l’uomo della strada, quantunque si sforzi,  non riesce a ravvisarne l’opportunità e l’utilità, né tanto meno la diversità dal restante territorio non delimitato. Che cosa la Regione volesse tutelare  è poco chiaro. 

Se un pezzo di palude, ha sbagliato luogo perché sono “terre alte” mai interessate dalla palude, se un paesaggio rurale incomparabile, ha sbagliato egualmente  perché è già stato abbondantemente cementificato e deturpato  come altrove se non di più, se si considera l’impatto ambientale della nuova 156 che lo attraversa in lungo, persino con una sopraelevata. Ciò che invece è veramente certo è il danno arrecato all’agricoltura, perché ne limita lo sviluppo ed i miglioramenti, impedendo la realizzazione di nuove strutture su superfici inferiori ai dieci ettari. Per la cronaca, questo cassonetto si trova in via Fontana Acquaviva e l’ultima volta che è stato svuotato dalla SLP risale a Venerdì 29 Maggio. A tutt’oggi, 3 Giugno, nonostante la mia segnalazione il cassonetto rimane così come nella foto.


Sezze, 18 maggio 2009

Il Mercato “CAMPAGNA AMICA” di Coldiretti firmerà la prima edizione della "Giornata del Contadino"

Un mercato di Campagna Amica (*) sarà presente a Sezze alla Ia Giornata del Contadino, prevista per il prossimo 31 Maggio, con l’intera gamma dei prodotti di stagione del territorio, dei trasformati e dell’allevamento. Un occasione che ci condurrà ai sapori di tutto l’immenso patrimonio dall’agricoltura di Sezze con le sue  tradizioni, con la fragranza di prodotti sani, freschi, genuini e salutari, che non debbono percorrere certo lunghe distanze su mezzi inquinanti  prima di giungere alle nostre tavole.

Perché sono qui, nella nostra terra.

I consumatori potranno così scoprire che non è solo la varietà dell'offerta a fare grandi i nostri prodotti, ma che è il sapore quel quid pluris che li caratterizza, rendendoli unici e particolari: il merito è tutto del clima e del terreno.

Campagna Amica è la filiera agricola tutta italiana, con ventimila punti vendita firmati da oltre quindicimila produttori Coldiretti.

In questi punti vendita sarà possibile acquistare il  vero Made in Italy al giusto prezzo, perché ad offrirlo ai consumatori saranno gli stessi agricoltori, cioè i diretti produttori senza intermediari e senza onerosi passaggi di mano, evitando così la moltiplicazione dei prezzi dal campo alla tavola,  interrompendo quel trend che impoverisce cittadini ed imprese agricole, specie nel difficile momento di crisi economica.

I mercati Coldiretti di Campagna Amica si propongono inoltre l’obiettivo di combattere le frodi alimentari e di smascherare il finto made in Italy, offrendo un prodotto agricolo al “ cento per cento italiano” senza trucchi, posto in vendita ad un prezzo inferiore del 30% a quelli dell’Sms consumatori, garantendo nel contempo la sicurezza alimentare con prodotti freschi e genuini, provenienti dalla nostra campagna e dai nostri allevamenti.

Sarà la più estesa rete commerciale nazionale, che coinvolgerà duemila mercati contadini di Campagna Amica,  duemila punti vendita di Cooperative associate Coldiretti, mille dei Consorzi Agrari, cinquemila agriturismi e diecimila aziende agricole oltre alla rete della  ristorazione a km zero e la distribuzione che intenderà partecipare.

Questo progetto nasce dall’impegno di Coldiretti a combattere le inefficienze e le speculazioni che hanno portato all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, nonostante il forte calo registrato all’origine.

Il progetto è stato presentato alla Convention Coldiretti del 30 Aprile scorso, tenutasi al Palalottomatica di Roma, ed ha ricevuto il pieno sostegno del Governo, come è stato assicurato dagli interventi del Presidente del Consiglio Berlusconi e dai Ministri dello Sviluppo Economico e delle Politiche Agricole.  

Saranno coinvolte le piccole e grandi città, con l’obiettivo di dare l’opportunità a tutti i consumatori, di acquistare i prodotti dell’agricoltura italiana con il miglior rapporto qualità/prezzo ma anche di essere informati sui valori distintivi ed esclusivi dei prodotti della filiera italiana firmata.

Oggi i mercati degli agricoltori sono circa 200, ma Coldiretti punta a realizzarne duemila in tutto il Paese entro i prossimi due anni.

(*) - La Fondazione “Campagna Amica”, ha lo scopo di promuovere qualità e salubrità nei processi di sviluppo coinvolgenti il territorio, il clima, l’uomo e l’ambiente. Sono funzionali allo scopo della Fondazione le attività volte a dar forza alle diverse aree geografiche nazionali, esaltandone le specificità, le tradizioni produttive e culturali, le peculiarità storico-paesaggistiche nonché ad alimentare responsabilità e competenze del cittadino-consumatore inteso come referente e beneficiario delle biodiversità, delle tradizioni e delle culture dei territori.


Sezze, 10 maggio 2009

SALVIAMO LE NOSTRE STALLE  

Allevatori in piazza in tutta Italia a partire dal Campidoglio

Coldiretti indice per martedì 12 maggio una giornata di mobilitazione nazionale di tutti gli allevatori a causa del bassissimo prezzo del latte alla stalla che gli industriali vogliono pagare.

La crisi di mercato del latte, infatti non accenna ad alcuna ripresa, anzi continua ad aggravarsi, ed è causata, non dalla riduzione dei consumi, ma dalla enorme quantità (85 milioni di quintali di latte equivalente) di importazione di latte, cagliate, caseinati, semilavorati ecc.

Al nord Italia si terranno manifestazioni davanti ai supermercati della G.D.O.(Grande Distribuzione Organizzata). 

Sarà effettuata  la vendita di latte marchiato Coldiretti, al prezzo di euro 0.50 al litro e saranno informati i cittadini consumatori, che i derivati del latte che acquistano nella G.D.O. (mozzarelle,formaggi vari, latte uht,) non si sa da quale parte del mondo provengano e con quali garanzie.

Nell'ambito della mobilitazione nazionale, Coldiretti Lazio è chiamata a realizzare una manifestazione a Roma (Campidoglio ) alla presenza del sindaco Alemmanno e di più ministri  del Governo Italiano.

 Pur nelle grandi difficoltà organizzative del momento,per i nostri impegni e per gli impegni stagionali aziendali, è necessario  organizzare una qualificata partecipazione di allevatori.

Per facilitare la partecipazione sono stati prenotati  pullman con il seguente itinerario:

Ore 7,30 Terracina piazza della Fontana

Ore 8,00 Pontinia piazza del Municipio

Ore 8,30 Latina via Don Minzoni


Sezze, 9 maggio 2009           

RINGRAZIAMENTI PER GLI AIUTI ALIMENTARI IN ABRUZZO

La Sezione Coldiretti di Sezze ringrazia quanti, cittadini e associazioni, hanno contribuito alla raccolta dei generi alimentari per le zone terremotate d’Abruzzo. Grazie a questo importante contributo, unitamente alle Sezioni Coldiretti di Pontinia, Sabaudia e Fondi, è  stato possibile inviare in quella zona quattordici camion di generi di prima necessità.


Sezze, 8 aprile 2009

tutto quello che avresti voluto sapere della sagra e non hai mai avuto il coraggio di chiedere

SPECIALE XL SAGRA DEL CARCIOFO

1) -  LA SAGRA COME BALUARDO NELL'AGRICOLTURA DI SEZZE

Nel 1970, anno della I Sagra, il Comune di Sezze vantava  con orgoglio 1100 ettari di terreno investiti a carciofi, che contribuivano all’economia agricola del paese con una produzione lorda vendibile del 50%. (Dati ISTAT)

Le ricadute sul sistema economico erano notevoli e tutte importantissime, tanto da confermare ogni anno l’antico detto che “ co le carciòffele ci si fào le spòse.,  Tanta ricchezza però, anziché essere amministrata con oculatezza e lungimiranza, fu lasciato che andasse per forza d’inerzia, pensando forse che potesse durare per sempre.

Infatti, la I Sagra del carciofo, intesa come promozione del prodotto, non fu ideata  né dalle organizzazioni agricole, né tanto  meno dal Comune, ma dal Circolo Culturale Corradini, sull’esempio di quanto  stava avvenendo nel comprensorio di Cerveteri  e Ladispoli, , già da ben 19 anni.  

L’idea, comunque, trovò il suo terreno fertile nell’Amministrazione Comunale, ma determinante fu l’apporto delle Cooperative agricole  locali e soprattutto l’impegno dei loro Presidenti.

Nella foto lo stand dell'azienda Del Duca alla prima sagra del 1970

La prima Sagra fu realizzata in viale dei Cappuccini e gli stands espositivi nello spiazzo esistente tra l’ingresso della Macchia e l’incrocio con via Variante.

Furono previsti anche trofei e premi in denaro alle aziende o cooperative prime classificate per esposizione e presentazione dei carciofi. I premi in denaro, in verità furono  piuttosto esigui e la mancanza di fondi  per l’agricoltura  è stata sempre una caratteristica storica, culturale e tradizionale ( proprio come  quella dei carciofi) di tutte le amministrazioni succedutesi nel tempo, oltre che consueta premessa nell’organizzazione di ogni Sagra.

Le superfici a carciofo si mantennero pressoché costanti sino al 1978, con un picco massimo nel 1973 quando oltrepassarono i 1200 ettari, ma nel 1979, dopo due annate negative, si registrò una brusca riduzione e le superfici si dimezzarono passando a soli 570 ettari. Vi fu un leggero recupero  nell’anno successivo (  600 ettari) per poi scendere gradualmente sotto i 450 ettari nel 1984. Da allora la coltura subì  anno dopo anno, un lento ed inesorabile declino ed oggi si stima che non si raggiungano i 150 ettari.

A nulla valsero i tentativi di risollevarne le sorti, come il riconoscimento di specie protetta dalla Comunità Europea con il marchio IGP.

La crisi del carciofo romanesco non tocca solo Sezze ma anche altri  importanti areali dell’IGP Lazio di Roma come Ladispoli, Cerveteri, Tarquinia ecc.

Infatti, da un progetto ARSIAL del 2006 (Ente regionale del Lazio di sviluppo agricolo) su “Ricerca ed innovazione per la valorizzazione del carciofo romanesco nella regione Lazio”è emersa la forte contrazione delle superfici investite a carciofi nel Lazio, che passano dal 26% nel 1954 della superficie agraria utilizzabile , a meno del 2% del 2005 ed il trend è tuttora in discesa.

Al declino hanno contribuito diversi fattori, alcuni a carattere locale, altri  internazionali..

Tra i fattori locali pesa il gravissimo errore che nulla fu mai fatto per  valorizzare e “istituzionalizzare” il mercato spontaneo dello Scalo con aree attrezzate o con iniziative che potessero migliorare o potenziare  la commercializzazione, ma ne fu persino decretata la fine con campagne tese a dirottare i carciofi verso le cooperative locali, quando le due realtà avrebbero potuto coesistere senza inutili  e dannosi contrapposizioni di  ruoli.

Così questo mercato, che aveva svolto l’importante funzione di polo di smistamento della produzione, con acquirenti che vi giungevano da tutte le piazze della Penisola, non fu  più alimentato e cessò la sua esistenza.

Le cooperative, sorte spesso senza alcuna preparazione e per lo più come feudo dei partiti, ben presto fallirono per incapacità a sostituirsi al mercato e  quindi a trovare  sbocchi diversi dai soliti  e congestionati Roma e Fondi.

Il mondo si orientava alle sfide del mercato globale ma Sezze si smarriva negli orticelli di casa..

I risultati per i produttori furono disastrosi e la coltura dei carciofi, lentamente, fu riconvertita ad altri ortaggi che, anziché impegnare il terreno tutto l’anno con un solo raccolto e neanche soddisfacente, ne hanno permessi fino a quattro, con migliori risultati economici.

Altro fattore che ha limitato la produzione è stata la globalizzazione  dei mercati e la libera circolazione delle merci. Così, già nel mese di Gennaio si scorgono sui banchi di vendita i carciofi romaneschi del Nord Africa, importati a prezzi  “cinesi “ e spacciati quasi sempre per produzione della Sicilia.  Ovviamente, nulla a che vedere con i nostri, se non per la forma schiacciata e tondeggiante,ma il consumatore non è capace di distinguerli e viene tratto in inganno, con la complicità  della  mancanza di regole su tracciabilità e origine dei prodotti. Nonostante le battaglie condotte da  Coldiretti in questo campo,  non si riesce a prevalere sugli interessi e sulle resistenze dei grandi gruppi economici con una politica a favore del consumatore.

Così quando i nostri carciofi giungono a maturazione non rappresentano più una primizia, perché il mercato ne è già saturo. Si raccoglie a prezzi soddisfacenti, nel periodo pre pasquale, solo una bassa percentuale di produzione (dal 5 al 15%)  ma subito dopo, puntualmente , si registra una caduta di prezzi che ha per conseguenza la raccolta anticipata dei carciofini, che quantunque richiestissimi, sono economicamente marginali rispetto ai carciofi veri e propri.

Ma se il ricavato dalla vendita dei carciofi non è più sufficiente a pagare le spese di un matrimonio,  questi restano comunque un prodotto di  grandissima eccellenza, simbolo della nostra storia e della nostra cultura, il fiore all’occhiello dell’economia agricola di Sezze, che allora come oggi era e rimane prettamente agricola.

Perciò  questa 40 edizione vuole essere quella della svolta, non più della promozione dei  soli carciofi  ma della riscoperta di  tutto l’immenso patrimonio rappresentato dall’agricoltura di Sezze con le sue  tradizioni,  i suoi sapori, con la fragranza di  prodotti sani, freschi, genuini , salutari, che non debbono percorrere lunghe distanze su mezzi inquinanti  prima di giungere sulle nostre tavole, perché sono qui, nella nostra terra. 

La foto della donna con canestro risale al 1969 e fu scattata in località “ Rotturno”, su terreno della azienda Del Duca, posto nell’ attuale sito dell’Ufficio Postale e Scuola Media di Sezze Scalo.

 2) -  IL MERCATO A SEZZE SCALO E “ LA CONTA”  DEI CARCIOFI

 C’era una volta a Sezze Scalo (è il caso di dire) un mercato spontaneo dei carciofi, che si svolgeva già alle prime ore del mattino, nel tratto tra Piazza della Repubblica e Piazzale della Stazione, con intasamenti, in pieno  raccolto, anche lungo tutto Corso della Repubblica  (il tratto della S.S.. 156 che attraversa lo Scalo).

All’nizio degli anni 70, per ragioni di traffico e di sicurezza, il mercato fu spostato in un terreno privato lungo Via Bologna che, all’uopo, fu  brecciato e affittato dal Comune. Qui rimase per altri venti anni, dopodiché scomparve definitivamente dallo scenario agricolo . Nel mercato confluiva la quasi totalità della produzione, dove veniva ceduta ad acquirenti dalle più disparate provenienze.

Ciascuno di questi, per accapararsi il prodotto, faceva riferimento ad un intermediario  del posto (i senzàno) che, oltre a  fungere da garante nella contrattazione, disponeva di un magazzino nelle adiacenze, con tanto di operaie per il confezionamento  in mazzi oppure nelle casse.

Era  atavica consuetudine regalare all’acquirente il 6% di quanto venduto, la cosiddetta “conta”, mentre all’intermediario non si lesinava mai una adeguata provvigione ( che secondo gli usi non poteva essere inferiore al 6%)  sia da parte dell’acquirente che dal cedente. L’uso di regalare la conta, nacque  come strategia per attrarre a Sezze più commercianti possibile, facendosi preferire nella concorrenza con le altre zone di produzione del Lazio. L’intermediazione e la conta furono proprio gli argomenti sui quali si fece leva per spingere i produttori a conferire in cooperativa anziché sul mercato.

I carciofi non venivano contati uno ad uno ma, per risparmiare tempo e fatica,  si usava prenderli nel mucchio, dalla parte del torso, a cinque a cinque  (tre con la mano destra e due con la sinistra o viceversa) e  in questo modo si deponevano  su un carretto, su un rimorchio  o semplicemente a terra contando ad alta voce “le mano”.

La  mano stava a significare quindi una quantità di cinque carciofi..

Per contare 100 carciofi oltre alla conta del 6% da regalare, occorrevano 21 mano con in più il carciofo che si metteva da parte come indice del centinaio ( totale 106). Era quindi  un reiterato contare sino a 21 con relativa messa a parte di un carciofo  e così sino ad esaurimento. Alla fine della conta, se ad esempio risultavano in disparte 10 carciofi, il numero a pagamento era di 1000, mentre in realtà ne erano stati ceduti 1060.

 

 3) -  GLI  INTERMEDIARI  DEL MERCATO

Chiamati in dialetto“senzani”, erano delle figure molto importanti nel funzionamento del mercato, perché ad essi facevano capo gli acquirenti. Erano tutti del posto, quindi conoscevano bene  i  produttori e l’affidabilità del loro prodotto. Da questi ottenevano una provvigione nella misura del 6% del valore dei carciofi contrattati, e analogo trattamento riservavano all’acquirente, con in più un compenso o un rimborso spese per il confezionamento dei carciofi nel loro magazzino. Alcuni intermediari erano anche agricoltori.

Ecco un elenco dei nomi con cui  erano conosciuti gli ultimi senzani del mercato di Sezze,  ormai scomparsi: 

1)- Camillo i niro  2)- Lillo e Saturno Nzinza  3) - Luddovico Di Raimo   4) - Mberto la Curiozza detto Cappellitto  5)- Ntonio Capolongo  6) - Ntonio Pallettone 7) - Salvatore Cchiucchio  8)- Vincenzo Bucalo  9)- Vincenzo  e Gregorio Cacazecchino, fratelli  10) - Vittorio i Napoletano  11) - Gioacchino Caporale   12) - Lillo Pechiglio  

13) - Nciccallitto. 14) Tra i senzani tuttora viventi ricordiamo Umberto Reginaldi , meglio conosciuto come Baldo Menelik e Vittorio Martelletta. 15) Oggi unico nel suo genere, a riscoprire questa attività del passato è il giovane Fabio Ricci, meglio conosciuto in paese come Fabio La Promessa, un  autentico professionista.

                                    

 4) – I PROTAGONISTI DELLE PRIME SAGRE, COOPERATIVE E LORO PRESIDENTI

E’ doveroso ricordare questi importanti protagonisti, in maggior parte scomparsi, della riuscita della Sagra.

In quel periodo si pensava che le speranze dell’agricoltura di Sezze, come altrove, fossero riposte nel movimento cooperativo, perciò alla programmazione delle Sagre parteciparono tutti i Presidenti delle Cooperative  locali, che insieme rappresentavano la totalità dei produttori di carciofi..  Ricordiamo per prima gli scomparsi,nelle persone di  Antonio Di Emma (Rivordella) Presidente Coop. OSPA  -  Lorenzino Arcese (Nzino Farina)  Coop. RAP -  Elio De Rocchis (Mazzocchia)  Coop Setina -  Giuseppino Del Duca e Salvatore Tufo (Toto la Catorcia)  rispettivamente Presidente e Vice Presidente. della Cooperativa Fontana Orticola - Angelino Di Pastina Presidente della Cooperativa S. Lidano  nonchè ex segretario di zona Coldiretti  e tra i viventi  Angelini Angelo (Angelino Vaccarella) Presidente  Cooperativa Aurora -  Roberto Proia ( La Sorana) Presidente Cooperativa Archi -  Salvatore La Penna (Toto  Picchio) Presidente Coop. Lavoro -  Vittorio Bottoni Presidente Cooperativa S.Carlo-  Paoletto Bernabei (Firdiferro) Presidente della Coop Castel, e per ultimi ma non per questo meno importante Antonio Montarsi e Antonio Fiacco succedutesi come Presidenti della Cooperativa.Gramsci (forse la più  numerosa). Tra i principali organizzatori delle Sagre, alcuni nomi eccellenti di agricoltori  (oggi purtroppo scomparsi) come gli ex  sindaci Santuccio Perciballe e Alessandro Di Trapano ( Sandrino Bufalotto), il consigliere comunale Giovanni Ricci (Giovannino Zezza), Antonio Rosella (Pio Nono), Enrico Botticelli (Rico Cantanapoli) ed in fine ma non ultimo il Dott. Cesare Romalli, imprenditore agricolo e rappresentante di Confagricoltura.

Una notazione a parte è riservata ad Angelo Angelini, meglio conosciuto come Angelino Vaccarella, provetto ed ingegnoso agricoltore e ultimo discendente di una antica famiglia di “camperi”. E’ stato  fondatore e  Presidente della Cooperativa  Agricola Aurora, nata con lo scopo di lavorare i carciofi dei suoi numerosi associati.

In breve tempo, con le sue innate qualità manageriali, condusse la Cooperativa ad un vasto giro d’affari che andò ben oltre il prodotto conferito dai soci, tant’è che Angelini, per poter evadere le numerose richieste di prodotto che giornalmente  pervenivano alla sua Coop, fu spesso costretto a ricorrere ad ingenti acquisti sul mercato, di cui era profondo conoscitore,  tanto da conquistarsi  la palma di  indiscusso “Re del mercato “.

Tutte queste cooperative, ormai non più operanti, aderirono successivamente in due Consorzi di 2° grado (secondo la fede poltica), il COPAL e il  CCP con attività, entrambi, nei locali  della ex Monte Amiata. Anche queste due realtà, oggi non sono più operanti.

Raccolta del 1975. Notare nella foto l'estensione dei carciofi, quasi a perdita d'occhio


Sezze, 18 febbraio 2009

Pane, coraggio e sviluppo: il pane di Sezze come occasione di sviluppo, occupazione e crescita economica

Cè stato poco tempo fa un convegno, promosso dall’Assessorato ai  Settori Produttivi  del Comune di Sezze, sul rilancio e la valorizzazione del visciolo, frutto che è alla base dei dolci tipici della tradizione setina e che sta purtroppo scomparendo a  vantaggio delle marmellate straniere. Senza dubbio è stata una interessante iniziativa perché  la valorizzazione di un territorio parte dal rilancio delle sue tipicità. E di tipicità Sezze ne ha tante. Basta solo ricercarle e valorizzarle. Forse non ce ne rendiamo neanche conto, ma la più grande tipicità che abbiamo è costituita proprio dal nostro pane, l’alimento primario di tutti giorni.

Il pane di Sezze si è guadagnato nel passato una grossa fama di eccellenza, grazie ai grani di qualità superiore che il territorio ha saputo offrire e che altri non hanno. Negli ultimi tempi, con la chiusura dei  mulini locali che accaparravano la gran parte della produzione, i pochi cereali di Sezze hanno preso altre strade, per essere destinati alla miscelazione per conferire più forza a quelli di provenienza straniera, inferiori  per qualità alle nostre peggiori produzioni nazionali. Ciò ha fatto sì che il nostro pane, per quanto ancora ottimo, grazie all’abilità e all’ingegno dei nostri maestri panificatori, perdesse molto dell’originaria bontà e delle sue antiche caratteristiche organolettiche. Non poteva succedere diversamente, perché  è venuto meno quel legame con il territorio che lo rendeva particolare. E’ un po’ come se decidessimo di fare il Brunello di Montalcino , andando  a prelevare i vitigni in quella zona per piantarli a Sezze. Otterremmo senz’altro un vino rosso, ma di una qualità che non ha nulla a che vedere con il vero Brunello.

Il pane di Sezze si deve dunque riappropriare della propria identità e tipicità attraverso un ritrovato legame con il territorio ed acquistare  valore aggiunto con il marchio IGP. Poco importa se in ritardo rispetto alla concorrenza di altri pani. Necessita quindi far emergere le grandi potenzialità di risorse che questa filiera può rappresentare e trarne vantaggi in termini di crescita, sviluppo ed occupazione. Non abbiamo nulla da improvvisare, anzi, senza tema di presunzione possiamo considerarci  maestri nella panificazione, perché abbiamo nel bagaglio culturale una tradizione  ed  un arte ultramillenaria, esaltata dalla vocazione e dall’attitudine dei nostri terreni a produrre grani di altissima qualità.

I cereali del nostro territorio, infatti, erano già noti  per  bontà sin dai tempi dei Re di Roma, dove nei nostri campi, Cerere e Bacco,  si diceva,  gareggiavano insieme. Cicerone nelle sue Verrine definì il nostro campo “fertilissimum”, Dionigi lo chiamò “granaio di Roma”. Nella guerra dei Romani contro Porsenna furono inviati a Sezze alcuni consoli perché provvedessero all’acquisto di grano e quando la plebe abbandonò il lavoro e si ritirò sul Monte Sacro furono ancora i nostri granai a rifornire l’annona di  cereali.

Ad essere più espliciti riteniamo che questo progetto, qualora condiviso dall’Amministrazione Comunale  e dalle parti sociali in causa, non sia esauribile con un semplice convegno, ma debba essere realizzato, con strumenti idonei e modalità da stabilire, con il  coinvolgimento di tutti i soggetti economici interessati, dove ognuno deve fare  la propria parte  con azioni concrete che vanno dalla semina, al deposito in silos, sino alla molitura, panificazione e distribuzione.   Nella foto, del 1935, una trebbia a fermo nei campi di Sezze


Sezze, 26 gennaio 2009

Sicurezza: soldati anche in campagna  

I recenti fatti criminosi avvenuti nella campagna di Sezze, in questi primi giorni dell’anno, portano nuovamente alla ribalta  in tutta la sua drammaticità il problema della sicurezza. Se molte case di campagna vengono prese d’assalto e depredate  in pieno giorno dai soliti ignoti, significa che il fenomeno, manifestatosi in tutta la sua virulenza già un anno fa, non è stato affatto debellato. Anzi, questa nuova criminalità, non fa neanche più  “gli straordinari notturni” come i ladri di un tempo, ma agisce  di giorno ed a viso scoperto. Studia le abitudini delle vittime,  con la complicità di qualche basista del posto, ed agisce indisturbata non appena la casa viene momentaneamente lasciata incustodita.

Quindi, ai consueti furti di attrezzature agricole nella notte, si sommano di giorno i furti di preziosi ed il conseguente devastamento di tutta la casa.

La mancanza  di presidi pubblici delle forze dell’ordine nella campagna autorizza, inoltre, proposte ai limiti della legalità, come la  “guardiania “ alle aziende agricole e azioni decisamente più illegali che vanno dal danneggiamento delle colture, alle truffe, alla ricettazione di attrezzi ed oggetti di dubbia provenienza, alle macellazioni clandestine di bestie rubate, al rovesciamento nei cassonetti dell’immondizia di materiali inquinanti che andrebbero smaltiti per altre vie.

Non è vero, come ha detto il premier, pur riferendosi ad altro tipo di crimine, che in  “ in campagna nessuno può prevedere cose del genere”.  In campagna può succedere e succede di tutto sino alla prostituzione lungo le strade.

 La criminalità agisce come e forse più che in città, favorita dalla minore densità di popolazione,  dall’isolamento dei luoghi e delle persone, e dal maggior tempo occorrente alle forze dell’ordine per intervenire causa la lontananza dai presìdi.

 Non si può accettare che un settore come quello agricolo, che ha scelto con decisione la strada della sicurezza alimentare e ambientale, al servizio del bene comune, sia a sua volta vittima di insicurezza per  inquietanti fenomeni malavitosi che non solo umiliano l’uomo, la sua dignità ed il suo lavoro, privandolo degli strumenti necessari alla  produzione, ma mettono anche a rischio la sicurezza dei cittadini in termini economici, sanitari e ambientali.

Trentamila soldati in più nelle città forse vanno bene, ma quanti ne occorrerebbero nelle campagne?

Non  è uno stato di assedio ma un assedio alla malavita e, come cittadini, ancor prima che agricoltori, credo che saremmo più felici di incontrare  soldati  piuttosto che delinquenti.

anno 2009