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Sagra del carciofo 2006 |
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Sabato
1 aprile 2006 alle
ore 18,00 presso l’Auditorium “S. Michele Arcangelo”
Convegno promosso dalla Compagnia dei Lepini Saluto del Sindaco di Sezze, Lidano Zarra
Presentazione del Presidente della Compagnia dei Lepini, Giancarlo Siddera
Interventi: prof. Antonio Riccio, docente di antropologia culturale all’Università La Sapienza di Roma
Il carciofo ha anche un
cuore Quando
un prodotto eccellente diviene
simbolo di un territorio di
Antonio Riccio Università
La Sapienza - Roma Il mio contributo come antropologo culturale a questa Convegno sulla cultura del carciofo setina, organizzato dalla Compagnia dei Lepini nell’ambito della 37° Sagra del Carciofo di Sezze, appuntamento di richiamo in onore di un prodotto eccellente, viene da una lunga e pregressa esperienza di ricerca in area lepina. Quest’esperienza è iniziata negli anni ‘ 90 collaborando con il Prof. Padiglione alla realizzazione dell’EtnoMuseo Monti Lepini di Roccagorga, un museo demoetnoantropologico suggestivo ed originale nel panorama museale nazionale ed è continuata con altre ricerche tra le quali, alla fine degli anni 90, una dedicata proprio al settore agro-alimentare, in collaborazione con la Facoltà di Economia dell’ Università la Sapienza di Roma. Infine due anni fà ho svolto, per conto della Regione Lazio, un lavoro di documentazione, progettato dalla Dr.ssa Roberta Tucci, funzionaria regionale molto attenta verso quest’area, dedicato proprio alle Sagre ed ai prodotti gastronomici lepini, comprendente, naturalmente, la Sagra del carciofo di Sezze. E’ dunque attraverso questo percorso e queste esperienze, che vorrei porre – anzitutto a me stesso - una domanda di fondo sull’argomento del Convegno. In che senso, cioè possiamo parlare di una cultura del carciofo setina senza cadere in una etichetta oggi ampiamente usata ed a volte abusata? Non certo perché si tratta di una “coltura tipica”, nel senso di originaria ed esclusiva della zona. Il carciofo coltivato a Sezze è infatti un ibrido derivato dal “carciofo romanesco” coltivato anche in varie altre zone dell’agro romano, ed anche se impropriamente, ad esso assimilato. Neanche perché viene da una tradizione ereditata da un lontano passato, perché questa tradizione è stata piuttosto “inventata” o costruita a partire dagli anni ’70. E nemmeno perché costituisce l’eccellenza locale più famosa, perché questo primato spetterebbe probabilmente al pane di Sezze, un vero e proprio marchio storico di eccellenza setina. No; io credo che possiamo parlare di una cultura del carciofo setina perché il carciofo, a Sezze, è il simbolo della modernizzazione e delle sue dinamiche socio-culturali. Ci siano almeno tre elementi che legano la coltura del carciofo alla trasformazione ed al cambiamento culturale moderno di Sezze e del suo territorio. 1) anzitutto perché questa nuova coltura è il simbolo del riscatto economico e politico delle popolazioni locali, avviato nel secondo dopoguerra . Evoca infatti, per chi ha vissuto quegli eventi, lotte sociali ed impegno politico; trasformazione dell’assetto agrario e fine del latifondo; avvento delle cooperative e protagonismo popolare nuovo, dove il carciofo diventava emblema di una contemporaneità, che portava ortaggi e trattori in un territorio un tempo paludoso e povero. 2) questa coltura è quindi anche un potente simbolo di modernizzazione e di sviluppo locale, che ha reso possibile il decollo di un distretto agro-alimentare lepino, dinamico, attivo, intraprendente, che non ha prodotto non solo crescita economica ma ha trasformato l’ immagine stessa di Sezze e del suo territorio. 3) la nuova immagine moderna e contemporanea di Sezze è stata “costruita” infine anche grazie alla Sagra, che è riuscita a incorporare la nuova vocazione ortofrutticola setina (cioè il suo presente ed il suo futuro) nelle proprie radici storico-culturali: in concreto nell’ambientazione cittadina, nella festa di comunità, nel “sapore locale”, nell’effervescenza e nella mobilitazione popolare per fare di quest’evento una occasione di forte attrazione per le comunità limitrofe. La Sagra, come è noto, è un esempio di specializzazione produttiva, tipica della modernità, che a partire dagli Anni ’50 -60 ha caratterizzato ogni comunità e paese, trasformando prodotti un tempo limitati al consumo locale, in emblemi d’eccellenza (assai prima dei “marchi doc”), rendendoli rinomati e diffusi anche in un’area più ampia, a volte anche nazionale. E’ quindi un fenomeno di tradizionalizzazione tutto moderno, che fa del carciofo l’emblema di Sezze, così come dei carciofini gli emblemi di Priverno, della carne di capra l’emblema di Sonnino, e della castagna l’emblema di Norma, per restare ai Monti Lepini. Tuttavia, potremmo chiederci, cosa rende la Sagra di Sezze diversa dalle Sagre del carciofo che si svolgono in molte parti del Lazio? E soprattutto, in che modo promuove una cultura locale del carciofo? Ebbene io credo anzitutto grazie al carattere olistico, cioè globale, comprensivo, totale, che è capace di assumere quest’evento festivo: cioè la riuscita capacità di incorporare un bene locale in una cornice speciale, quel’è l’intero centro storico di Sezze e farne lo spazio privilegiato per mostrare la creativa varietà delle pratiche e degli usi culturali del carciofo.
Nella Sagra da me documentata mi hanno colpito proprio queste tre dimensioni : la festa diffusa, cioè distribuita e “dispersa” nei vicoli e piazzette del centro storico, secondo una tradizione locale di feste di vicinato, riscoperta e intelligentemente valorizzata; l’offerta gastronomica del carciofo, nelle sue creative variazioni locali; ed infine le trasformazioni estetiche, che possono fargli assumere l’aspetto di un trionfo, di una piramide o di un rustico fiore: la rosa, come vengono chiamate a Sezze. Credo che attraverso questi esempi, la cultura del carciofo esca da una confusa ed astratta etichetta per diventare esperienza vissuta: sensoriale, cognitiva ed affettiva. Un evento totale che immerge il visitatore in un clima (festivo) che consente di vivere momenti di condivisione e di appartenenza ad un mondo reso accogliente e familiare. Partendo proprio da una esperienza centrale nella dinamica festiva; quella consumatoria ed alimentare. E’ il caso della preparazione del carciofo alla romana in versione setina, che ho documentato grazie alla disponibilità di un ristoratore locale, e che illustra, in concreto, una pratica (culinaria) propria della cultura del carciofo a Sezze. I carciofi, pronti per la preparazione, erano stati messi a bagno in acqua e limone la sera precedente: enormi, tondi e bruniti come guerrieri con la loro armatura. Il ristoratore con familiare indifferenza, si limitò a spiegarmi che erano i cimaroli di origine locale per consegnarli alla moglie per la preliminare preparazione (“scortecciamento” delle foglie esterne, e taglio della “punta” e del “gambo”). Nel frattempo, con religiosa cura, preparava i preziosi ingredienti, consistenti in pancetta magra casereccia, mentuccia di montagna locale (detta “nepotella”) ed aglio fresco verde del suo orto, invitandomi a percepirne il profumo. Dopo di che, cominciò a triturarli minutamente, condendoli con sale e peperoncino ed amalgamando il tutto con generose dosi di olio extravergine d’oliva, sottolineando che, anch’esso, doveva essere rigorosamente locale. Dopo aver finito di preparare l’intruglio, ha farcito con cura i carciofi con quell’impasto di sapori lepini. Infine li ha sistemati in una casseruola, innaffiati con abbondante olio d’oliva e li ha messi a cuocere, lasciando sprigionare un profumo intenso, per me quasi esotico. Ebbene questa sapiente preparazione mostra come la cultura (culinaria) setina abbia saputo trasformare una ricetta (detta alla romana) in una versione locale, dandogli un “cuore” di aromi e condimenti propri del territorio, unici ed irripetibili, che lasciano nel consumatore emozioni e percezioni forti, che si legano all’esperienza festiva, alla location, ed alla stagionalità, facendo di un prodotto ortofrutticolo un bene culturale unico, da fruire in una cornice speciale e consumatoria festiva. Ma la cultura del carciofo a Sezze trova un’altra bella espressione anche nella sua elaborazione estetica. Nella Sagra si può vedere in quanti modi i carciofi vengono modellati artisticamente in mazzi o trionfi da dieci, o in piramidi, costruzioni vegetali che arrivano fino a 120 carciofi. Questo sapere popolare trasforma ortaggi in composizioni artistiche come una competenza diffusa e quasi ordinaria nel trattare i beni agro-alimenatri. Ad esempio, ho documentato come vero e proprio bene culturale locale la composizione realizzata dalle mani sapienti di una donna setina, che manipolando le coriacee foglie di un carciofo e facendole diventare una corolla aperta, lo ha trasformato in una rustica rosa, come viene chiamata a Sezze quest’estetica vegetale, mostrando la bellezza che nasce quando natura e cultura si incontrano in una creativa armonia. Ecco credo che l’esempio della ricetta gastronomica che dà al carciofo un cuore di sapori e profumi lepini, e la trasformazione estetica, che fa diventare floreale un ortaggio, siano metafore buone per pensare a rendere l’intero territorio lepino appetibile come un carciofo ben cucinato e attraente esteticamente come una composizione artistica. Il carciofo può diventare il simbolo e lo stimolo per uno sviluppo compatibile che è poi la mission cui sono chiamati gli amministratori e gli Enti di sviluppo del territorio qui presenti. Può diventare l’icona di successo per un rilancio integrato, turistico ed agro-alimentare, dell’area. La scelta di un simbolo di eccellenza agro-alimenatre come il carciofo, mostra non casuali convergenze con le politiche territoriali di sviluppo proposte da amministratori locali e regionali, tra le quali emerge come la più vicina e immediata il “Programma S.T.I.L.e.”, un insieme organico e coordinato di progetti trasversali per dar vita, appunto, ad uno Sviluppo Turistico Integrato dei Lepini, come recita l’acronimo, nonché con le attività di appositi istituti di sviluppo locali e laziali (La Compagnia dei Lepini, il BIC-LAZIO), deputati appunto a declinare operativamente forme compatibili di sviluppo economico ed occupazionale del territorio. I
Monti Lepini sono una realtà su misura per questo progetto: offrono
beni e prodotti materiali di
qualità, ma anche
complessi integri di tradizioni viventi:
feste, sagre ed eventi legati suggestive e diffuse forme di
religiosità popolare locale, che possono costituire beni
d’attrazione turistica e culturale
da valorizzare, anche attraverso un’attenta opera didattica svolta dai
Musei dell’area; soprattutto quelli a carattere etnoantropologico, ma anche archeologico e artistico. L’insieme dei beni culturali diffusi nei Monti Lepini, può e deve diventare un patrimonio strategico che nelle eccellenze territoriali individua simboli e occasioni di richiamo per esperienze integrate di conoscenza e fruizione di un’area poco conosciuta ed apprezzata, associando cibi stagionali ad eventi festivi inediti come gli stessi paesaggi lepini, espressione di una bellezza “autentica” e custodi di preziosi beni patrimoniali dagli intensi sapori “locali”, che sono il cuore di una cultura.
prof.ssa Maria Gemma Grillotti, coordinatore nazionale del gruppo di ricerca “Geocoagri” dell’Università degli Studi di Roma Tre
Luca
Targa, Presidente CIA Latina
Presidente Coldiretti Latina
Franco Solli, Presidente XIII Comunità Montana
Presidente XVIII Comunità Montana
Marco
Picca, Vice Presidente Camera di Commercio di Latina
Conclude Enrico Tiero, Assessore all’Agricoltura Provincia
di Latina
al più presto verranno pubblicati alcuni degli interventi del convegno
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