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ambiente & storia 2015-2017 |
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a cura di Vittorio Del Duca |
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Sezze, 24 ottobre 2017 La
Confraternita dei Sacconi, artefice principale della canonizzazione di
San Carlo da Sezze Con
lo sbarco degli anglo americani ad Anzio nel gennaio 1944, anche Sezze,
come tutti i paesi della fascia lepina che guardano il mare, venne a
trovarsi esposta alle massicce incursioni dei bombardamenti aerei. Ma
prima che fosse attuato l’annunciato disastro – racconta don
Vincenzo Venditti [1]
- una pia signora fu ammonita in sogno perché si esponesse nella Chiesa
Cattedrale l’immagine del Beato Carlo, solita a portarsi in
processione, e che si iniziasse un triduo solenne di preghiere in onore
del medesimo, affinché proteggesse Sezze. Resone
edotto il venerando Arciprete, Mons. Giov. Battista Carissimo, il triduo
venne iniziato, qualunque fosse l’interpretazione e la consistenza da
attribuirsi a quel sogno, e l’immagine del Beato Carlo fu solennemente
esposta in chiesa. Il
triduo volgeva al termine, quando all’alba del 25 gennaio, giorno
sacro alla conversione dell’apostolo San Paolo, una squadriglia di
oltre quaranta fortezze volanti, con nutrita scorta di caccia
bombardieri, si diresse alla volta di Sezze. Le
fortezze, arrivate nel cielo di Sezze, come ad un ordine prestabilito,
invece di sganciare l’orrendo materiale esplosivo sull’abitato, si
allargarono nei vari punti dell’orizzonte circostante, e infuriarono
sul pietrame delle colline, sul terreno della campagna, sollevando
nugoli di pietre e di polvere. Sezze era salva, nonostante qualche
caccia di scorta si fosse sbizzarrito a lanciare spezzoni qua e là nei
pressi dell’abitato, senza tuttavia causare danni rilevanti. La
popolazione si sparse nella campagna dell’amena «conca» di «Suso».
In una località di detta conca, denominata
«I Colli», il
parroco della chiesa di San Michele Arcangelo [2],
meglio conosciuta dal popolo come chiesa di Sant’Angelo, venne ad
incontrarsi con un confratello della cittadina Confraternita dei
Sacconi, il sig. Augusto Tasciotti, che aveva la testa fasciata con
benda nera a causa di una scheggia e ancora sotto l’impressione di
quel martellare infernale. I
due si abbracciarono, commossi. «Don Vincenzo – disse con la voce in
pianto il Sig. Augusto – se non ci fosse stata la mano del Beato
Carlo, noi non ci saremmo più rivisti su questa terra». «E’ la mia
stessa impressione» rispose don Vincenzo. «E noi – proseguì il
confratello – che cosa potremo fare noi, per ringraziare il nostro
concittadino di quanto ha fatto?». «Il tempo darà consiglio» fu la
risposta. Effettivamente
– continua don Vincenzo Venditti – nell’agosto di quello stesso
anno 1944, non potendo i membri della Confraternita tenere la sessione
nell’oratorio della chiesa di San Pietro, il cui soffitto appariva
scrollato per gli eventi bellici [3] fu deciso di riunirsi nell’attigua chiesa
parrocchiale di Sant’Angelo. Fu
allora che il parroco Don Vincenzo Venditti pregò i confratelli di
recitare tre Ave Maria in onore del Beato Carlo, il cui quadro, opera
pregevole del pittore Massimo Galelli [4] campeggiava in cornu evangelii dell’altare
maggiore. Quelle tre Ave recitate con fede….. Prese
poi la parola il confratello Giovanni
Di Trapano [5] spronando a ripristinare il triduo e la Festa, non
appena la fluida situazione di cose avesse accennato a normalizzarsi.
Così successe. Nella sessione del 22 aprile 1945 [6], il Priore della Confraternita, cav. Alfredo Pontecorvi, propose che la medesima “riaffermandosi unanime nel proclamare suo titolare il SS. Cuore di Gesù, si eleggesse come protettore speciale il concittadino Beato Carlo da Sezze, per incrementarne e promuoverne sempre più il culto in mezzo al popolo”.
Successivamente,
con altra sessione del 1° settembre 1945, si stabilì che “scopo
della riunione è decidere in merito ai festeggiamenti solenni da
tributarsi nel prossimo ottobre al Beato Carlo, eletto dalla
Confraternita nella precedente sessione come protettore speciale per
incrementarne il culto in ordine alla canonizzazione, e pubblicazione
degli scritti. Si decide pertanto di comune accordo: 1.
Una
deputazione di confratelli, con il Priore, si recherà al più presto a
Roma, per umiliare al Padre dei Minori Francescani, cui il Beato
appartenne, il desiderio che Egli stesso venga ad onorare la festa il
giorno 22 ottobre con il padre Agostino Gemelli, temporaneamente
residente a Roma. 2.
Si
costituisce un Comitato d’onore ed un Comitato esecutivo per la buona
riuscita della festa. Membri del Comitato d’onore sono proposti
all’unanimità: Sua Eccellenza Rev.mo Mons. Pio Leonardo Navarra
Vescovo Diocesano, il Vicario Generale Mons. Giov. Battista Carissimo,
il Commissario della città, il Pretore, e i Commendatori Ficacci prof.
Luigi, Millozza giudice Carlo, Com. Santoro, Paride prof. Gigli. Il
Comitato esecutivo sarà composto dei soli membri della Confraternita.
Volta per volta il Priore stabilirà il turno dei Confratelli che, in
numero di tre, dovranno recarsi a questuare per la città e la campagna
di Suso. 3.
Dopo
il preventivo assenso del P. Generale, e dei membri del Comitato, si
redigerà un manifesto per tenere avvertito il popolo della festa che si
prepara, e stimolarlo a rispondere con il più religioso entusiasmo.
Oltre i festeggiamenti di carattere strettamente religioso (triduo
predicato, processione, ecc.) ci saranno i festeggiamenti tradizionali
civili (tombola, corsa di cavalli, servizio musicale) in proporzione
delle offerte raccolte” La
promessa venne mantenuta. Al termine della solennissima processione –
continua d. Vincenzo Venditti [7]-
nella chiesa Cattedrale stipata dalla marea di popolo, il Rev.mo
Postulatore Generale dei Frati Minori, P.
Fortunato Scipioni, tenne un acceso fervorino, ringraziando anche a nome
del P. Generale[8],
e chiedendo preghiere affinché il Signore si degnasse concedere i due
miracoli, impetrati dal Nostro, in ordine alla canonizzazione. Furono
anche distribuite immaginette tra il popolo. Di lì a poco sarebbe
avvenuto il primo miracolo. Era la risposta del cielo alla buona volontà
degli uomini. La
prima beneficiaria del miracolo fu la signorina Ida Passamonti, oriunda
di Minturno, ma residente in Sezze con la famiglia, affetta da una forma
acuta di periostite all’avambraccio destro e diagnosticata dal dott.
Lelio Tosti Croce e dal figlio
dott. Tosti Fausto, come
difficile da guarire senza un delicato intervento chirurgico che avrebbe
potuto richiedere l’amputazione dell’intero braccio. La
madre della malata, atterrita al pensiero che la figlia dovesse
sottoporsi ad un’operazione chirurgica, si sentì ispirata a ricorrere
all’intercessione del Beato Carlo da Sezze, per ottenere la guarigione
dalla malattia. A tale scopo, lo stesso giorno 3 dicembre fu
incominciato in famiglia un triduo di preghiere, mentre veniva applicata
sulla parte malata un’immagine del Beato, tra quelle distribuite in
occasione della festa. Iniziate
le preghiere il primo giorno del triduo, l’ammalata, soffrendo assai
per il dolore, domandò al Beato nel coricarsi che le concedesse un poco
di riposo. Dopo qualche ora di acute sofferenze, la Passamonti si
addormentò tranquillamente, e al mattino seguente, nello svegliarsi,
constatò con sorpresa che il dolore era cessato, la tumefazione era
scomparsa, e l’avambraccio si presentava del tutto normale, rimanendo
solamente un lieve dolore al polso, che anch’esso scomparve alla fine
del triduo. Alzatasi dal letto, tra la commozione generale della mamma e
dei parenti, la signorina potè subito usare il braccio per le faccende
domestiche, anzi si apprestò a lavare la biancheria. Il dott. Tosti, il
giorno 6 dicembre, nel suo ambulatorio medico, constatava la perfetta
guarigione. In
seguito a questa guarigione clinicamente inspiegabile, il
Postulatore Generale, il 28
giugno 1946, chiese la riassunzione della causa, che dopo vari passaggi
fu demandata alla Sacra Congregazione dei Riti, quindi al Santo Padre,
Pio XII, che nello stesso anno segnava di propria mano la commissione di
riassunzione della Causa. Il cammino per la glorificazione suprema era
aperto, anche se bisognava ancora passare attraverso il tribunale
diocesano che insediatosi nel luglio del 1947, dopo nove sedute
consecutive inviò gli atti a Roma. In
quegli stessi anni si credette di poter ravvisare un secondo miracolo
nella guarigione, certamente di carattere non ordinario, di Clementina
Bernabei, nipote del canonico Mons. Vincenzo Roccasecca, nata
a Sezze nel 1903. Clementina Bernabei, nell’anno 1946 fu affetta da un
tumore ad una gamba; venne operata e guarì. Ma il tumore, l’anno dopo
si riprodusse e la paziente venne nuovamente operata all’ospedale San
Camillo in Roma dal dott. Grassi, che propose l’amputazione
dell’arto. Atterrita, la Bernabei ed i familiari ricorsero con fede al
Beato Carlo. Una santa Messa fu celebrata nella chiesa di San Francesco
a Ripa, e un triduo di preghiere fu fatto nelle chiese di Santa Maria e
di Sant’Angelo in Sezze. Contro l’opinione dei medici, che
all’uscita della paziente dall’ospedale, le diagnosticarono ancora
due o tre mesi di vita, la Bernabei guarì perfettamente, ne più accusò
disturbi del genere. Nella
Sessione suppletaria della Confraternita del 13 febbraio 1949,
considerata “l’eccezionale
circostanza dell’Anno Santo 1950, il Segretario[9]
propone che la Confraternita si scelga con libero suffragio un
pro-Priore nella persona di un degno
rappresentante. Il pro- Priore rappresenterà ufficialmente la
confraternita in tutti gli atti rappresentativi, e curerà
particolarmente una decorosa partecipazione all’Anno Santo e alla
festa per il Beato Carlo da Sezze; assumerà il titolo di Padre Vicario.
Procedutosi all’appello nominale, viene eletto per unanime suffragio
il confratello Vincenzo Del Duca, che ringrazia commosso per il
plebiscito d’affetto tributato dai confratelli. Si propone di
solennizzare la nomina con un trattenimento familiare.” Fu
così che il 22 ottobre 1949 ebbe seguito una serie di simpatiche
iniziative in favore del nostro. Si inaugurò solennemente, alla
presenza delle autorità, una delle più importanti arterie del paese,
sino ad allora chiamata via 23 Marzo, con il nuovo titolo di Via de
Beato Carlo da Sezze[10]. Si procedette allo scoprimento della lapide
commemorativa nella casa
natale del Beato, antistante la piazzetta di San Lorenzo che fu
decretata a proprie dalla Confraternita dei Sacconi, con l’iscrizione
dettata dal Segretario confratello Don Vincenzo Venditti. Nell’aprile
1951, il cardinale vicario di Roma Clemente Micara istituì presso il
Vicariato il tribunale diocesano, la cui prima sessione si tenne si
tenne l’8 maggio. Dopo 13 Sessioni, il 31 ottobre tutto il processo
venne trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti.[11] La
commissione medica incaricata degli esami, però, nel 1954 emise due
voti dubitativi sulle guarigioni, e si dovette così mettere da parte il
caso della Bernabei, mentre nessun problema recava il caso della
Passamonti. Contemporaneamente
il Padre Postulatore era
venuto a conoscenza della guarigione ottenuta per intercessione del
Beato Carlo dalla signora Luisa Tufo, vedova Marchionne e madre della
clarissa suor Maria Agnese. Condotte le indagini, e raccolti i
documenti, in data 16 maggio 1954 l’inserto venne recapitato nelle
mani del Postulatore. Tufo
Luigia, nata a Sezze il 26 novembre 1891, circa la mezzanotte del 18
novembre 1951 accusò dolori all’addome, per cui fu visitata dal dott.
Vincenzo Santicola, che opinò trattarsi di una colica renale, e
prescrisse i rimedi del caso. Ma, localizzatosi il dolore al fianco
destro, lo stesso dottore constatò trattarsi di un tumore per il quale
era necessario un intervento chirurgico, consigliando di far ricorso al
Prof. Giovanni Pappalardo, di visita a Sezze due volte la settimana. La
paziente fu visitata dal dottore il giorno 29 dello stesso mese di
novembre, e le si riscontrò la presenza di un tumore maligno da
asportare con operazione chirurgica urgente. Il
6 dicembre il prof. Pappalardo operò la paziente ma dovette
interrompere l’intervento perché ormai le neoplasie aveva invaso i
tessuti della parete addominale fino al peritoneo. Inoltre la presenza
di metastasi epatiche e invasorie di parte dell’intestino, rendevano
la prognosi infausta a breve scadenza, nel termine massimo di due o tre
mesi. Fu
allora che il figlio della Tufo e la sua signora, Giuseppina Carrocci,
cominciarono ad invocare l’intercessione del Beato Carlo, e
l’immagine del servo di Dio fu applicata sulla parte malata. Ora
avvenne che nel febbraio 1952 il Dott. Santicola, chiamato per una
visita alla Tufo, affetta da bronchite acuta, riscontrò con stupore che
la tumefazione addominale era completamente scomparsa. Lo stesso fu
constatato dal prof. Pappalardo nell’aprile del 1953, in occasione di
una visita di esame della malata. Un
triduo di ringraziamento per l’avvenuta guarigione fu celebrato nel
Monastero delle Clarisse, ove si trovava la figlia del Tufo. Anche
su questo evento fu condotto il Processo Apostolico presieduto dal
vescovo diocesano Mons. Pizzoni, che si concluse alla fine del 1954 e fu
trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti il 7 gennaio 1955, che con
diverse sedute, protrattesi per più anni, riconobbe nel 1958 dinanzi a Pio
XII, la soprannaturalità
dei miracoli. Il Papa dichiarò potersi procedere il giorno 28 marzo
1958 alla solenne canonizzazione del Beato Carlo da Sezze. Come
nella prassi, il 1° giugno 1958 venne diramata dal prefetto delle
cerimonie pontificie l’intimatio,
cioè una comunicazione in latino ai cardinali, vescovi e
prelati della curia romana, con
cui si rendeva noto che il Papa avrebbe tenuto il 9 giugno i Concistori,
segreto e pubblico, per il voto sulle Canonizzazioni del Beato Carlo da
Sezze e della Beata Gioacchina de Vedruna de Mas. Avuto
il voto favorevole dai due concistori, il Papa rispose che di buon grado
avrebbe proceduto alla canonizzazione dei due beati, ma che trattandosi
di cosa molto delicata avrebbe manifestato la sua decisione nel
concistoro semipubblico del 16 giugno seguente. In
effetti, durante il concistoro del 16 giugno, nel quale i cardinali
diedero il loro voto sulle cause dei beati Carlo e Gioacchina de Vedruna
de Mas, il papa espresse la determinazione di procedere alla loro
canonizzazione il 23 novembre. Per
l’improvvisa morte di Pio XII, avvenuta il 9 ottobre, dopo un
frenetico rincorrersi di conferme e di smentite, la cerimonia venne
rinviata a data da destinarsi. Un
estremo tentativo per mantenere la data del 23 novembre fu esperito da
don Vincenzo Venditti insieme al provinciale dei frati minori presso il
nuovo pontefice Giovanni XXIII, non ebbe risultati positivi. Il
26 gennaio 1959, don Vincenzo e la confraternita dei Sacconi erano
finalmente in grado di annunciare la data definitiva dell’attesa
canonizzazione: “
(…) è pervenuta, da parte della Sacra Congregazione dei Riti, la data
della canonizzazione del nostro Beato Carlo: sarà il 12
Aprile 1959, seconda Domenica dopo Pasqua, festa del Buon Pastore;
insieme al beato Carlo da Sezze, sarebbe stata canonizzata la beata
Gioacchina de Vedruna de Mas, fondatrice delle suore carmelitane della
carità.” [12] [1] Vincenzo Venditti –San Carlo da Sezze – Edizioni Marietti – Torino 1958 – pagg. 461 -464 [2] Si tratta di don Vincenzo Venditti [3] Il 21 maggio 1944 venne distrutta dai bombardamenti la chiesa di San Rocco e danneggiata gravemente l’attigua chiesa di San Pietro, sede della Confraternita dei Sacconi. Nello stesso giorno una bomba cadde a Porta Sant’Andrea, dove era in corso un mercato di granaglie, fece 72 vittime e numerosi feriti.
[4] E’ lo stesso artista del Monumento ai Caduti di Sezze [5] Di questa sessione, svolta in maniera precaria, non abbiamo purtroppo il verbale. [6]
Archivio Capitolare della Cattedrale – Faldone Confraternita del
Sacro Cuore di Gesù – Risoluzioni,
Congregazioni Generali e Segrete della Ven. Confraternita del Sacro
Cuore di Gesù detta dei Sacconi dal 1850 al…. [7]
Vincenzo Venditti –San Carlo
da Sezze – Edizioni Marietti – Torino 1958 – pag. 464, 465 [8] Il pio Prelato aveva inviato la sua adesione con lettera in data 17 settembre 1945, diretta al segretario della Confraternita, Don Vincenzo Venditti: Egregi Signori, con molto piacere apprendo che hanno eletto come speciale protettore della loro Confraternita il Beato Carlo da Sezze, loro concittadino, e gloria dell’Ordine nostro. Certamente questa nobile iniziativa contribuirà non poco a dare incremento al culto del Beato, ed ottenere così da Dio, per sua intercessione, i due miracoli richiesti per la di lui Canonizzazione. In quanto all’edizione di tutti gli scritti del Beato, esprimo il mio plauso….Approvo anche con tutto il cuore il solenne triduo che sarà tenuto dal 19 al 22 ottobre, e mentre mi dispiace che le circostanze non mi permettono di presenziare personalmente, non mancherò di delegare un mio rappresentante, nella persona del nostro P. Postulatore Generale particolarmente interessato. Con sensi di religiosi ossequi imparto di cuore la Serafica Benedizione. Dev.mo nel Signore fr. Valentino Schaaf, O.F.M., Min. Gen. [9] Don Vincenzo Venditti [10]
La via, in precedenza era chiamata Via 23 Marzo. Fu chiamata così
dal regime fascista per ricordare la data del 23
marzo 1919 in cui Benito Mussolini, dopo la conquista del potere,
fondò i Fasci italiani
di combattimento. [11]
Centro Studi San Carlo da Sezze – La
canonizzazione di San Carlo da Sezze – Sezze 1999. Testi :
Massimiliano Di Pastina- pag. 9 [12] Centro Studi San Carlo da Sezze – La canonizzazione di San Carlo da Sezze – Testi di Massimiliano Di Pastina-Sezze 1999. Sezze, 18 ottobre 2017 La "Fiera di San Luca" San Paolo Apostolo, diretto a Roma lungo la via Appia, guardando da Foro Appio il colle su cui si adagiava Sezze e dal quale proveniva una moltitudine di persone per incontrarlo, inviò il “carissimus comes " (carissimo compagno di peregrinazioni), l'evangelista Luca, ad annunziare il Vangelo, o Buona Novella, alla ventesima colonia dei Romani (Sezze). Nella foto sotto una "venditrice di pignatte" alla fiera del 1895
E’ per tale motivo che il santo fu a lungo protettore della città e ancora oggi, in occasione della ricorrenza della festa (18 ottobre) si svolge la tradizionale fiera istituita in suo onore nell’antichità. A San Luca radduca,
era l’antico detto della società contadina di Sezze, ad indicare
che per la festa patronale dovevano essere conclusi tutti
i lavori agricoli della stagione, (vendemmia, semine, ecc) e che
si ritornava a trascorrere
l’inverno in paese, dopo un’operosa stagione di pernottamento nei
campi, abitando nelle capanne di “stramma”. La
fiera cadeva quindi in un momento in cui i setini erano
nelle condizioni di poter spendere una parte di quanto faticosamente
guadagnato con i raccolti. Non cose voluttuarie, alle quali la civiltà
contadina era estranea, ma tutto ciò che era utile nella vita di tutti
i giorni. Così,
a Ferro di Cavallo, si vendeva ed acquistava bestiame di ogni specie,
foraggi, paglia, sellerie per muli e cavalli, botti, damigiane,
attrezzature ed utensili di tutti tipi,
difficilmente reperibili in paese, oppure a prezzi più
vantaggiosi di quelli comunemente praticati. Insomma, una tappa
obbligata per tutti. La
citazione più antica della Fiera di San Luca l’abbiamo nello Statuto
del Comune di Sezze del 1547, in cui si fa riferimento anche a leggi,
usanze e costumi del medioevo, oltre che all’altra Fiera di S. Lidano.
Nello Statuto sono descritte le modalità della fiera, che durava per più
giorni. Nell’immediato
dopoguerra del secolo scorso, fu consuetudine realizzare
nella ricorrenza del 18 ottobre una fiera del bestiame in
località Zoccolanti, che diventava occasione per i sezzesi di
acquistare il maiale, da allevare fino a Natale e macellare alla Befana
oppure, più comunemente, i “porcellotti” da
allevare per un intero anno. La fiera di San Luca ha perduto i connotati di un tempo e non poteva essere diversamente, tuttavia la nuova Amministrazione comunale è impegnata a dare risalto e vigore a questo evento, con l’obiettivo di valorizzare da qui in futuro la vera tradizione di Sezze. L’edizione 2017 della fiera si propone quindi che tutti ne siano protagonisti, grandi e piccini, famiglie e giovani. Proprio per dare a tutti la possibilità di partecipare è stata organizzata nel giorno festivo più vicino a quello tradizionale, cioè domenica 22 ottobre, con un programma ricco di attività, che vede coinvolte associazioni ed aziende del paese con lo scopo di intrattenere e far divertire tutti, nessuno escluso…. Sezze, 31 agosto 2017 Le antiche cisterne di raccolta dell'acqua Un modello che la crisi idrica sta riportando di attualità, non solo per l’uso domestico ma anche per alimentare piscine ed irrrigare aiole. Sezze, 29 giugno 2017 Acqua, Mado' ! - Francisco e gli Saluatoro poesia
di A. Ottaviani Nei
secoli scorsi l’emergenza idrica assumeva aspetti più drammatici
rispetto ad oggi, perché le pompe di sollevamento dell’acqua erano
ancora sconosciute. Sezze,
paese ad economia contadina, non poteva far altro contro le calamità
che pregare e “far uscire” la processione dell’Assunta e del
S.S.mo Salvatore, nel tentativo di salvare i raccolti della campagna. Attraverso
il verbale di una sessione del 1858 della Confraternita del Sacro Cuore
di Gesù detta dei Sacconi, della quale era priore il prof.
Accademico don Niccola De Angelis,
teologo e Vicario Generale della città di Sezze, sappiamo che il
pio sodalizio partecipava alla messa e alla processione in onore
del Salvatore e dell’Assunta, ogni qualvolta le condizioni
atmosferiche avverse minacciavano i raccolti. Quindi,
secondo le circostanze, si pregava o per invocare la pioggia o per
farla cessare. Con molta probabilità nel 1858 si era verificata una
situazione inversa a quella odierna, poiché si era nel periodo della
mietitura, il grano ed i cereali erano la principale risorsa economica
del paese ed è ragionevole pensare che le piogge ostacolassero la
mietitura. 25
giugno 1858 - Viva il Sacro Cuore di Gesù - Ai fratelli Sacconi La
pietà esemplare delle persone distinte per gradi o per esercizi suole
mantenere e ravvivare nel popolo i sentimenti della Religione, se mal
non mi oppongo questo è uno dei fini che ebbero i Sig. Istitutori della
Confraternita a cui apparteniamo. Coerentemente adunque allo spirito
della nostra regola, ad antico e lodevole costume, nonché al voto di
noi fratelli, invito ciascuno ad adunarsi nel nostro Oratorio il giorno
27 del corrente (domenica)
alle ore nove ant., onde, vestito il sacco ed ascoltata la S. Messa,
recarsi processionalmente a visitare le S. Immagini del Salvatore e di
Nostra Signora, esposte per gli attuali bisogni della campagna. Firmato:
il Priore Niccola di S. Nicola De Angelis - Fra
Augusto di Santa Lucia Boffi Segretario Era
in uso che i bambini si recassero a gruppi alle “coste” di Sezze,
per raccogliere arbusti e rovi e farne corone onde cingersi la testa, ad
imitazione di Gesù Cristo e partecipare così alla processione che
principiando dalla Cattedrale si snodava per le strade del centro. Prima
di rientrare in chiesa, era obbligatoria la sosta al Belvedere ( il “Muro
della terra”); il Salvatore veniva rivolto verso la pianura e si
invocava il cambiamento del tempo. La
tradizione ci tramanda che insieme alle preghiere di rito, in caso di
piogge persistenti veniva usata la seguente formula,: “ Sole Madonna che spacca le prède! Lu grano n’se mete, n’se po’
più campà” oppure l’altra in caso di siccità, che non
differiva molto dalla prima: “Acqua
Madonna che spacca le prede, lu grano n’se mete, n’se pò più
campà ” Accadeva
talvolta che le preghiere venissero esaudite, ma il più delle volte era
necessario portare nuovamente in processione il Salvatore perché, come
lamentava l’Arciprete di Santa Maria, Don Giovan Battista Carissimo, i
fedeli non avevano pregato con il necessario fervore. Alla
festa dell’Assunta ( 15 agosto) le “
pagnottelle di gli Saluàtore” rappresentano ancora oggi una
tradizione irrinunciabile, un dolce all’insegna della devozione che in
passato si consumavano solo dopo la benedizione. Ad ogni bambino veniva
dava una coppia di pagnottelle inforcate ad una cannuccia, da innalzare
al passaggio della processione verso il Salvatore per essere benedette. Nella
Chiesa di S. Rocco, bombardata dagli Alleati nel 1944, nel dipinto dell’
Assunta, San Rocco era raffigurato con una tipica pagnottella di Sezze
tra le mani. Francisco
e gli Saluatoro
- di Alberto Ottaviani (maggio,
1996) I
sòlo ti n’cuceua la cipezza, lu
callo e l’afa t’appicciaua, portaua
iasino a capezza, e
Francisco n’giastimaua; che
ci pozza da nu tròno lu
callo schiòppa l’uffa, ti
crèpa, sta a fa i solo liono, e
a mi m’ha dato a uffa. Alle
carcioffole ci ha fatto la strina, che
ci desse n’accimmèzza, se
nun piove manco addumano, tòcca
fa ariscì i Saluatoro, si
nò di grano e ciuciuliano, ni
uè manco i addoro. S’accurdaui
cu gli prèto, e
isciòrno i Saluatoro, Acqua
Madonna, lu grano n’sì mète, cantauno
tucchi n’coro. I
prèto annanzi cu gli sagrestano Appresso
Francisco cu gli contadigni, cantènne
e preghènne a tutto spiano, ariuòrno
a gli Cappuccigni. I
cielo cominciaui a rinnulà, dapò
si fece niro accomme a nu tizzono, si
mettiui a trunà e lampà, e
uenne nu forte acquazzono, che
maceglio, che confusione, chi
scappaua di quà chi di’llà si
scinciaui la pirdiscione, e
puro i prèto si iette a riparà. L’acqua
fece i chioui, la
grandine accomme alle nuci, stétte
dèci ore a pioue, e
Francisco, nun poteua aradduci. Quant’acqua
c’ha fatta Saluatò È
uero ca la semo pregata, prò
troppa grazia sant’Andò, ma
la grandine, chi te l’ha ordinata ! Sezze,
7 maggio 2017
Un
grande apprezzamento per il riuscitissimo evento
Arround
Jazz
e arte contemporanea, con il trio musicale Mario
Ferrazza
e la scultrice ceramista Nicoletta
Piazza, nella stupenda ambientazione di villa La Penna a Sezze nel
centro della verde conca di Suso.
Sezze, 12 aprile 2017
Il termine deriva dal latino medievale “laubia” che significa “pergola”. Assai diffuse nella campagna fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, erano delle vere e proprie palafitte di modeste dimensioni, costruite con materiali di fortuna ottenuti dal territorio: pali, filagne, giunchi, canne, ecc. Sezze, 27 ottobre 2016
È
una storia di paese che si svolge nel quartiere della “Capocroce”,
vale a dire nel bivio tra via Corradini e via Cavour.
Protagonisti sono due proprietari di case, costruite ai lati
opposti della strada, l’uno ricco e l’altro povero. Fece
così causa al pover’uomo e forte del suo denaro riuscì a vincerla,
ottenendo dal giudice di far murare la finestra centrale. L’uomo
povero, dopo aver murato la finestra con mattoni, stuccata ed
intonacata, chiamò un bravo pittore perché dipingesse almeno le
imposte chiuse, in modo tale che la finestra finta mantenesse
l’armonia di tutta la facciata della casa. La cosa però non finisce
qui, perché il poveruomo, amareggiato, durante la notte mette in atto
un’idea con cui vendicarsi di quello che riteneva un torto patito. Il
signore ricco quando all’indomani, tutto soddisfatto, fece per
affacciarsi alla finestra, rimase di stucco: sulla finestra murata vi
erano state dipinte due ante socchiuse, dalle quali si intravedeva una
bella tenda e, dietro la tenda il volto di una vecchina
che curiosava fuori, proprio in direzione delle stanze del suo palazzo. Oggi si può ancora vedere la finestra murata; vi è appesa una lamiera arrugginita ma il volto della vecchina è scomparso con il tempo, tuttavia guardando quella finestra sbiadita possiamo rivivere con un sorriso questa simpatica storia di paese.
Sezze, 12
luglio 2016
Sezze,
8 febbraio 2016 1 -Aspetti morfologici e naturalistici L’area, che in molti chiamano ancora “Triciglia”, ricade nel territorio di Pontinia ed è importante perché rappresenta la realtà locale prima della bonifica. È un paesaggio unico nel suo genere, che conserva ancora intatte le sue peculiarità naturalistiche e il carattere paludoso e umido, tanto da essere classificato dalla Comunità Europea come Sito di Importanza Comunitaria (SIC). Le acque dei laghi sono fortemente mineralizzate per la presenza di alti tenori di anidride carbonica e di composti dello zolfo, ben percepiti dall’olfatto anche dai viaggiatori che transitano nella limitrofa ferrovia Roma –Napoli. Interessante la concentrazione in uno spazio così ridotto di acque solfuree e di acque dolci, riscontrabili in Italia solo nelle sorgenti di Tivoli e delle Terme Cutilie (VT) e che cambiano di colore e di intensità in base alla luce ed alla differente composizione chimica. Definire queste acque “dolci” è improprio, mentre sarebbe più corretto definirle “ leggermente solfuree”. La differenza di concentrazione tra acqua “zolfa” e quella “ leggermente zolfa” sono la conseguenza della diversa disposizione degli elementi tettonici che condizionano la risalita di fluidi mineralizzati profondi, in tutta l’area. Non meno importante la flora, che conserva ancora nel suo habitat naturale specie acquatiche come la "lenticchia d'acqua" e idrofiti radicanti del genere "la lengua d'oca" (Plantago lanceolata), oppure la fauna con rari esemplari di “testuggine palustre europea”, di uccelli come il “martin pescatore”, il “falco di palude”, il “beccapesci”, il “tarabusino” e tra i pesci la commestibile “rovella” ed altri pesciolini minori, in particolare del genere Cobitis, usata un tempo come esca per pescare nella palude. L’area dei Gricilli occupa un bacino di circa 10 ettari ed è attraversata dal “Diversivo Ufente”, un canale che permette alle acque sorgive, che un tempo causavano estesi allagamenti durante le piogge, di poter defluire con una idrovora nel vicino fiume Ufente. E’ possibile ancora osservare il fenomeno della fossilizzazione delle canne palustri, dovuto all’acqua sulfurea in cui sono sommerse. Ai margini dell’area, poco discosti, si notano i ruderi di Castel Valentino, che hanno dato il nome ad uno dei laghi d’acqua dolce e ad una moderna oasi di ristoro. Sono probabilmente i resti di un antichissimo “castrum”, opera di fortificazione e difesa, ritenuto da qualcuno di origine volsca.
2)- La genesi La volta di queste cavità riesce a sorreggersi grazie alla spinta esercitata dal basso verso l’alto dalle acque e dai gas, ma quando per varie cause si verifica un abbassamento del livello di falda, la spinta esercitata sulla roccia si riduce, facendo venir meno anche la capacità di sostegno delle volte carsiche, che sotto il peso dei sovrastanti sedimenti palustri e fluviali finiscono per cedere, creando avvallamenti e depressioni nel terreno, che mutano col trascorrere degli anni. È
proprio in corrispondenza di queste depressioni che hanno avuto origine i
“Laghi del Vescovo” e non si esclude che ne possano ancora nascere dei nuovi e scomparire dei vecchi. Per tali caratteristiche naturali sono oggetto di costosi oneri di manutenzione, che il
Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino esegue a cadenza semestrale. Nelle acque solforose venivano fatti immergere gli animali per curarne le ferite, ma anche per conferire maggior candore alla lana delle greggi, che assai numerose attraversavano il luogo durante la transumanza verso la palude. E forse il nome “Gricilli” deriva proprio da “gregis”, termine latino con cui venivano appunto indicate le greggi. Teodoro Valle [1], scrittore privernate del '600, dà una sua spiegazione del nome dei laghi e dice “Gricilli, loco così detto dal zampillar dell’acqua, della golla, che in bò senso vuol dire la bolla, atteso per l’abbondanza, è violenza, che porta l’acqua sopra la terra pare che bolla,” . Dopo il primo laghetto d’acqua dolce, denominato San Carlo, scendendo più a sud troviamo il gruppo più numeroso, composto da quattro specchi d'acqua, detti del Vescovo, dei quali tre sono sulfurei e riconoscibili dal colore celeste delle sue acque, mentre uno a forma di "otto" è d'acqua dolce e praticabile. Ancora più a sud, alimentato dalle acque di un canaletto che poi va a ricongiungersi con il fiume Ufente e dopo un impianto idrovoro, troviamo l'impenetrabile lago Mazzocchio, circondato da alti canneti e da alberi di eucaliptus che ne impediscono la visuale dalla strada. I laghi non sono molto estesi; il San Carlo, di forma circolare ha una lunghezza di 80 metri ed è profondo 22, mentre quello a forma di otto è lungo 150 metri e profondo 18. Non si conosce bene la profondità degli altri specchi e ciò ha alimentato una diceria popolare, secondo la quale alcuni sarebbero senza fondo. Il Comune di Pontinia, sfruttando i finanziamenti regionali GAL (Gruppi Azioni Locali), portò a termine nel 2012, in accordo con i privati, un progetto di valorizzazione e di fruizione dell’area, per aprire questo spazio ai cittadini, ai turisti e agli studiosi. Il progetto rientrava in un ambito turistico ancora più grande, ovvero “le vie del Mare e dei Laghi” che avrebbe guidato il turista ed il visitatore da Sonnino a Sabaudia, passando per Pontinia. Una sinergia che poi non si è attivata ed ognuno dei Comuni è andato avanti per conto proprio. Un altro progetto riguardava il finanziamento per un mercato di prodotti agricoli a km zero, ma nella scelta dei progetti la Regione preferì dirottare i fondi su quelle iniziative che avrebbero potuto diventare un volano turistico. I lavori iniziarono con un finanziamento di circa 260 mila euro, non sufficienti a rendere fruibile l’intero percorso dei laghi, fu impiantata una cartellonistica che indicava i vari circuiti ed alcune torrette in legno aventi la funzione di punti di osservazione, ma per molteplici ragioni, non ci fu il successo sperato e la natura se ne riappropriò, diventando anche punto di qualche discarica abusiva da parte di vandali, tranne che nella parte dei bagni, gestita da privati con un ristorante. Per
le foto in bianco e nero che seguono si ringrazia il Consorzio di
Bonifica dell'Agro Pontino Sezze, 30 dicembre 2015 E vieni in una grotta al freddo e al gelo... Ma davvero Gesù è nato in una grotta al freddo e al gelo? Il fatto è abbastanza controverso ed è ancora oggetto di studi, ma una cosa è certa: la vera data di nascita di Gesù, sia per quanto riguarda il giorno sia per quanto riguarda l’anno, non la sapremo mai con certezza. I Vangeli, in questo senso, ci aiutano poco e le fonti storiche sono per lo più in contraddizione con quei pochi indizi che possiamo trarre dalle letture sacre. L’effettiva data della nascita non è esplicitamente riportata dai Vangeli di Matteo e Luca, che costituiscono le principali fonti sulla nascita Gesù, né da altre fonti del tempo. Nel Vangelo secondo Luca (2, 1-2) viene citato un “primo censimento” di Quirinio, realizzato “su tutta la terra” per ordine dell’imperatore Augusto, in occasione del quale avvenne la nascita di Gesù a Betlemme, al tempo di re Erode, morto probabilmente nel 4 a. C. In questo censimento sarebbero stati censiti anche Giuseppe e Maria e per questo costretti a tornare dalla Palestina dove si trovavano, al loro luogo di origine, Betlemme, dove venne alla luce Gesù. Anche
la data di questo primo censimento è oggetto di discussioni tra
storici: per molti di questi, sia cristiani che laici, l’autore del
Vangelo secondo Luca avrebbe erroneamente retrodatato il censimento al 6
d. C. o spostato la nascita a tale epoca forse con l’intento di
collocare la nascita di Gesù a Betlemme in Israele, piuttosto che a
Nazareth in Palestina (luogo di residenza di Giuseppe e Maria), mentre
secondo altri, il censimento potrebbe essere avvenuto in due fasi,
distanti anni l’una dall’altra. Per
altri autori, al di là della questione della data, l'avvenimento
è da interpretare in chiave teologica: il censimento riguarda tutto
l'impero, così anche la nascita
di Gesù, che non riguarda solo gli ebrei, ma tutti i popoli
dell'impero. Secondo
la maggior parte degli storici, Erode sarebbe morto nel 4 a.C., anche se
vi sono state in passato ed ancora oggi ripetute proposte di altre date.
La tradizionale datazione all’anno 1 a.C., il cui anno successivo è
il primo del calendario giuliano – gregoriano (il numero zero non
viene infatti utilizzato per indicare un anno in quasi tutti i sistemi
cronologici) risale al monaco Dionigi il Piccolo nel VI secolo. Questa
datazione si discosta comunque di soli uno o due anni da quella fornita
dai Padri della Chiesa sin dal II – III secolo.
Altre
discussioni tra storici riguardano
il mese in cui sarebbe nato Gesù, data la gran varietà di
calendari diffusi all’epoca e la varietà di computazione, per cui non
sempre è immediato risalire al giorno e anno corrispondente nel
calendario giuliano, utilizzato dagli storici per le date antecedenti la
riforma gregoriana. Così nei libri di storia si ritrovano diverse interpretazioni sul mese
di nascita di Gesù: alcuni la collocano a novembre, altri a dicembre,
altri ancora a gennaio, o a marzo, aprile, sino ad arrivare addirittura
al 20 maggio quando con il tempo più mite, Gesù Bambino non poteva
essere più esposto al freddo e al gelo intenso. La
prima menzione certa della Natività di Cristo con la data del 25
dicembre risale al 336, e
la si riscontra nel “Chronographus”, redatto dal letterato romano
Furio Dionisio Filocalo. Con
tutta probabilità la data venne fissata al 25 dicembre per sostituire
la festa del “Natalis Solis Invicti”, (quando le giornate iniziano
ad allungarsi) con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel
Libro di Malachia come nuovo “sole
di Giustizia” (cfr. Malachia III,20). Verosimile
dunque, che la chiesa cristiana abbia scelto la data del 25 dicembre
come giorno di nascita del Cristo semplicemente per cristianizzare una
festa pagana molto sentita dalle masse popolari. A
tale tradizione quindi la celebrazione del Natale ha voluto collegarsi
per indicare l’avvento della Luce del Mondo, che giunge a squarciare
le Tenebre. È il Bambino, che
venendo al mondo, inaugura una nuova vita, e porta la Luce a tutti gli
uomini. Questa è la storia del Natale che, condizionata negli anni
successivi da numerose leggende, ha fatto quasi perdere di vista il
“vero” significato del Natale, come “giorno della nascita”. Sezze, 14 ottobre 2015 La magia dell'autunno a villa La Penna
Nella foto tutti i partecipanti alla giornata di domenica 4 ottobre 2015 davanti alla villa La Penna Dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi: “Nell’autunno par che il sole e gli oggetti sieno d’un altro colore, le nubi d’un’altra forma, l’aria d’un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tuono, un sembiante tutto proprio di questa stagione, piú distinto e spiccato che nelle altre….” Sezze, 1 agosto 2015 Pontecorvi nominato Direttore della Sanità del Vaticano
Il Dott. Alfredo
Pontecorvi, nostro concittadino, Professore Ordinario e Primario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo
(UOC) del Policlinico Agostini Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, è stato nominato Direttore Generale dei Servizi Sanitari del Vaticano. Svolgerà provvisoriamente anche le funzioni di medico personale del Papa, il cui ruolo si è reso vacante da qualche tempo. Il Prof. Pontecorvi consegue la laurea in Medicina e Chirurgia nel luglio 1981 presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con voti 110/110 e lode. Nel 1984 consegue il Diploma di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie Metaboliche nella stessa Università, con voti 70/70 e lode. Nel 1992 diventa Professore Associato di Endocrinologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano. Dal 2002 è Professore Ordinario di Endocrinologia e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Endocrinologia presso il Policlinico “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma. Dal 2003 è Direttore della I Scuola di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, e Direttore del Dottorato di Ricerca in Scienze Endocrinologiche ed Endocrino-Chirurgiche Sperimentali presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del Sacro Cuore. Dal 2006 è Direttore della Scuola di Dottorato di Ricerca in Scienze Fisiopatologiche ed Endocrino-Metaboliche Sperimentali (che include 5 Corsi di Dottorato) nella stessa facoltà. Il Prof. Pontecorvi ha ricevuto oltre 250 inviti in qualità di Relatore o Moderatore a Congressi e Meetings Nazionali ed Internazionali, ha presentato oltre 350 relazioni e/o posters a Congressi e Meetings Nazionali ed Internazionali ed è autore di circa 90 pubblicazioni scientifiche elencate sul database PubMed della US National Library of Medicine. Sezze, 24 maggio 2015 La Grande Guerra È stato scritto che l’Ottocento non è finito con lo scadere cronologico del secolo, ma allo scoppio della prima guerra mondiale. All’inizio del Novecento il mondo era in forte subbuglio, le grandi potenze si disputavano con accanimento conquiste coloniali in Africa, l’imperialismo del Giappone, vincitore sui russi, avanzava in Estremo Oriente, la monarchia portoghese cadeva e quella cinese era in agonia. Questi fatti, in una umanità lanciata verso il progresso tecnologico e scientifico, erano considerati come “incidenti” fisiologici di percorso. Era la “Belle Epoque “, un’epoca in cui per la prima volta si pensava ad un domani migliore: le fatiche, le pene dei poveri, i disagi di tutti cominciavano ad essere alleviati da quelle straordinarie novità che erano la luce elettrica, la diffusione della rete ferroviaria, l’automobile.
Nessuno immaginava una guerra di quella portata. Ciò che succedeva in Europa contava più di quello che avveniva in ogni parte del mondo, l‘informazione era eurocentrica, a volte con qualche piccola concessione a quel gigantesco Stato che si era formato oltre Oceano. L’Europa era in pace, lo sarebbe rimasta per 44 anni: dal 1870, con la sconfitta della Francia da parte della Prussia, fino all’attentato di Serajevo, che fece deflagrare le polveri. Per questo, qualcuno tra gli storici ha addirittura pensato di creare un Ventesimo secolo breve, limitandolo solo a quella parte che va dal 1914 in avanti. Non è stato così per l’Italia in quanto, qui, la linea di demarcazione si è aperta con il sangue di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci il 29 luglio del 1900.Erano tanti in Europai i carboni accesi sotto la cenere, e quello di Bresci era uno di questi. La Francia aveva subito nel 1870 la perdita dell’Alsazia e della Lorena senza mai rassegnarsi. “ Pensarci sempre, non parlarne mai” diceva il primo ministro francese Clemenceau. In Italia nasceva l’Associazione Nazionalista Italiana, con Enrico Corradini e Luigi Federzoni, che voleva la “redenzione “delle terre italiane fuori dai confini. La crescita del socialismo perseguiva nelle sue ali più estreme la rivoluzione proletaria, che, si annunciava, avrebbe completato l’opera della rivoluzione borghese del 1889 in Francia, e che avrebbe annullato le disuguaglianze sociali. Giovanni Giolitti, che direttamente o indirettamente governava l’Italia dall’inizio del secolo, pensò nel 1911 di dare sfogo a certe pulsioni del Paese con la guerra di Libia. La “quarta sponda” era allora in mano all’impero turco, il grande malato. Due anni prima della conquista italiana della Libia, i “giovani turchi”, avversari della corrotta stagnazione di Costantinopoli si erano impadroniti della città e deposto il sultano lo avevano sostituito con il fratello Maometto V. La Libia era un grosso scatolone di sabbia che galleggiava in un mare di petrolio, ma questa realtà sfuggì a tutti. L’impresa non fu difficile: il difficile fu invece mantenere l’occupazione, insidiata dai continui attacchi dei ribelli. Ma ben presto la Libia passò in second’ordine rispetto ad altri avvenimenti italiani ed esteri ben più rilevanti. Tutto questo finché le revolverate di uno studente serbo, Gavrilo Princip, membro di un’organizzazione segreta (Unità o morte), innescarono lo scoppio della Grande Guerra; e tale è rimasta nel linguaggio comune italiano a indicarne la portata e le conseguenze.Il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip uccise a Serajevo l’arciduca ereditario dell’impero austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, che erano in visita alla Serbia. L’episodio avrebbe potuto essere contenuto in un ambito più limitato se non fosse stata l’occasione insperata per dare sfogo alle smanie di gloria militare dell’imperatore di Germania Guglielmo II, all’ansia di rivincita della Francia, alla solidarietà slava della Russia. In seguito all’attentato, Vienna presentò alla Serbia un ultimatum dalle condizioni oltraggiose, e non avendo avuto soddisfazione, il 28 luglio le dichiarò guerra. In risposta la Russia ordinò la mobilitazione generale. Il primo Agosto 1914 la Germania di Guglielmo II dichiarò guerra alla Russia, il giorno successivo strinse alleanza con la Turchia. Il 3 agosto dichiarò guerra alla Francia e pretese dal Belgio il passaggio delle sue truppe, ma vedendoselo negato lo invase. L’Inghilterra dichiarò allora guerra alla Germania e poi anche all’Austria e all’Ungheria. L’Austria- Ungheria a sua volta dichiarò guerra alla Russia. Nel volgere di sei settimane l’intera Europa aveva preso fuoco e le armate del maresciallo tedesco
Hindeburg, conquistato il Belgio, penetravano in territorio francese. Il Paese era in maggioranza neutralista, e lo era anche il Parlamento, ma la spinta nazionalista era chiassosa, potente, e soverchiava per enfasi e risolutezza gli appelli alla cautela dei neutralisti. Benito
Mussolini, tribuno di straordinaria efficacia, si era convertito all’interventismo ed aveva fondato a Milano per sostenerne la tesi il quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Gli faceva eco il poeta Gabriele D’Annunzio, che aveva celebrato la conquista della Libia e che voleva la guerra, un “lavacro di sangue” che potesse unire all’Italia Trento e Trieste. Si mormorò sia che
Mussolini, che l’indebitato D’Annunzio fossero stati pagati dalla Francia. Come sempre il re stava a guardare trincerandosi dietro il suo eterno alibi : non ho né occhi nè orecchi, il governo ha occhi ed orecchie per me. Tuttavia Vittorio Emanuele
III, discendendo da una dinastia di militari, aveva un occhio di riguardo per gli interventisti. Per scongiurare l’attacco italiano, Vienna offrì il Trentino e qualcos’altro, ma la frana era ormai inarrestabile. Congiurarono per determinare il disastro, incredibili errori, leggerezze, incomprensioni: di Cadorna, di Capello, di Badoglio che era un generale di buone capacità ma che nelle emergenze perdeva la testa (lo si vide a Caporetto, lo si vide l’8 settembre 1943). Dal disastro si salvò, anche perché l’attacco e lo sfondamento erano avvenuti altrove, la III Armata comandata dal Duca d’Aosta Emanuele Filiberto, cui restò il soprannome di Invicta. In un convegno a Peschiera con i governanti alleati, il re Vittorio Emanuele III, che era sempre stato al fronte senza mai interferire sulle strategie di guerra, fece finalmente sentire la sua autorità, assicurando che gli italiani avrebbero tenuto sulla nuova linea difensiva del Piave e ricordando come anche gli altri eserciti dell’Intesa avevano ottenuto analoghi insuccessi. Infatti tennero i reparti affidati al generale Armando Diaz: un generale bonario che considerava i soldati uomini e non docili strumenti di “presunte” idee strategiche. Accanto a Diaz, come testa pensante, fu posto proprio Badoglio, professionista del galleggiamento. Le pagine che lo riguardarono sparirono poi nella redazione della commissione d’inchiesta sul disastro. Diaz e il presidente del Consiglio Vittorio Enanuele Orlando, un napoletano e un siciliano, poterono vantare i meriti della battaglia del Piave e della vittoria che venne nel novembre del 1918, e che era costata all’Italia 600.000 morti, 900.000 mutilati, un milione di feriti e grandi danni economici e sociali. Gli Stati Uniti difatti, che non avevano mai nascosto le proprie simpatie per l’Intesa e per i sui “cugini” inglesi, l’8 Aprile dell’anno successivo, dichiararono guerra alla Germania e allestirono un poderoso esercito per lo sbarco in Europa. Era questa, anche se non lo si capì subito, la fine di ogni speranza per i tedeschi. Come sarebbe avvenuto anche nella Seconda guerra mondiale, il peso della giovane e possente America fece sentire il suo peso. In quello stesso anno, i tedeschi agevolarono il rientro del rivoluzionario Lenin in Russia, ritenendola matura per il passaggio ad un regime bolscevico. Detronizzato l’inetto zar Nicola
II, il debole primo ministro Kerenski tenne un’ombra di potere finchè con la Rivoluzione d’Ottobre i soviet leninisti si impadronirono del potere. Con la pace di Brest Litovsk la Russia usciva dalla guerra cedendo alla Germania la Polonia e l’Ucraina, entrando nelle convulsioni di una guerra civile. Ma la rivoluzione russa stava accendendo fermenti e speranze un po ovunque. Allora ridiscutiamo ogni cosa azzerando il patto di Londra”. Orlando e Sonnino, stretti tra un’opinione pubblica infiammata ed il dilemma di Wilson non riuscirono a sciogliere utilmente, abbandonarono per qualche tempo la conferenza, ma vi ritornarono a capo chino. L’Italia non ebbe quanto garantito dal patto di Londra e la Iugoslavia non ebbe Fiume. La leggenda della “vittoria tradita” attecchì e crebbe, mentre in Germania dilagavano le frustrazioni, la rabbia, i tumulti, le insurrezioni operaie per il prezzo di sangue e per le mutilazioni territoriali derivanti da una guerra persa. Erano state poste le premesse per la nascita del fascismo e del nazismo. La conferenza per la pace tenuta a Versailles dovette tener conto dei nuovi nazionalismi balcanici, favoriti dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson. Sezze, 30 marzo 2015 L’Addolorata e
Maria Giacinta Pacifici De Magistris
Così scriveva
don Vincenzo Venditti, padre spirituale della Confraternita dei Sacconi in un articolo del mensile mariano “Madre di Dio” – anno 39° , n° 3 – marzo 1972, :
“..il sacro mistero si snodava per le vie del paese tra il silenzio notturno, rischiarato dalle torce a vento, e gli animi rabbrividivano di sacro terrore al passaggio della salma di Gesù adagiata su semplice bara, mentre grida laceranti di donne accorate facevano corona alla statua benedetta dell’Addolorata, cui seguiva dietro immensa commozione di popolo di ogni ceto e condizione sociale. Dopo la seconda metà del Settecento anche la Confraternita dei Sacconi incappucciati, che aprivano la processione con il ritmo cadenzato del “ Miserere”, e i teschi e le ossa umane tra le mani, vennero ad aggiungere la lugubre nota di pianto, raccolta e potenziata dallo “Stabat Mater” che s’innalzava a tratti dal coro dei “penitenti”, quasi tutti a piedi nudi, e i più trascinanti catene. E poderose catene ricingevano le caviglie di alcuni Confratelli della “Morte”, che, celati in nero sacco, reggevano sulle spalle tre pesanti croci. Ma l’anima di tutto il movente devozionale rimaneva, con la bara di Gesù morto, il culto dell’Addolorata, onorata a tutt’oggi con la rievocazione dei dolori; ma soprattutto nella notte della Passione da tutta l’anima del popolo, che s’effondeva in un pianto interrotto, finchè il sermoncino finale, alle soglie della Chiesa, non rasserenava nell’aspettazione della prossima Resurrezione…”
Anche il pianto lacerante delle pie donne, che nella processione del Venerdì Santo fa da corona all’Addolorata, si dice sia stato voluto, o quanto meno perfezionato dalla stessa nobildonna, che fece istruire alcune donne del paese in un corso di canto, tenuto nel suo palazzo (l’attuale palazzo comunale).
Sezze, 27 febbraio 2015 L'Edicola votiva della Madonna del Sacro Cuore in via San Carlo
Le edicole votive nel centro storico di Sezze, giunte sino ai nostri giorni, sono in tutto una decina. Gli abitanti le chiamavano “ le madonnèlle”, per via della raffigurazione della Madonna, cui hanno sempre avuta grandissima venerazione, testimoniata peraltro dal gran numero di chiese erette in Suo onore: la Cattedrale di S. Maria, la Madonna delle Grazie, la Madonna della Pace, dell’Appoggio, della Neve ed altre di cui si sta perdendo memoria. Tra le edicole del centro storico ve ne sono due, in particolare, che si distinguono dalle altre, perché in esse è raffigurata la Madonna del Sacro Cuore. Sono la testimonianza di un’antico culto, di cui troviamo traccia per la prima volta nel 1640 a Napoli, nella confraternita del Cuore di Maria, fondata dal gesuita S. Giovanni Eudes, che diffuse la devozione al Sacro Cuore di Gesù. A Sezze, tale devozione la ritroviamo nella Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, fondata nel 1745 dal missionario S. Leonardo da Porto Maurizio, e nella spiritualità di S. Ignazio di Loyola, che aveva il suo centro di irradiazione nel locale collegio dei padri gesuiti, presso la Chiesa di S. Pietro, sede anche della Confraternita.
La Confraternita in occasione del restauro del dipinto dei Santi
Cosma e Damiano -
8 giugno 2013
La Confraternita sfila per le vie del paese in occasione della processione del Venerdì Santo Nel 2000 il
Centro Studi San Carlo da
Sezze, attraverso un progetto patrocinato dalla Regione e dal Comune, eseguì il censimento delle edicole in tutto il territorio, in particolare nel centro storico, dove eseguì il restauro di cinque edicole votive, tra cui le due che raffigurano la Madonna del Sacro Cuore. Lo ricorda il Quaderno “Sezze attraverso le edicole votive tra arte, cultura e tradizione” ideato e realizzato per l’occasione da Rita Berardi e gruppo di lavoro, tra cui d. Massimiliano Di Pastina e il prof. Luigi Zaccheo. Di seguito uno stralcio di quanto riportato a pag. 11 dal Quaderno sull’edicola della Madonna del Sacro Cuore di Via S. Carlo - inizio Porta
Gioberti:
La Confraternita nella Cattedrale di Sezze saluta le reliquie di San Carlo - 1 novembre 2013 Tuttavia si evince che l’originale in bianco nero sia stato presumibilmente ridipinto con colori a tempera la cui tonalità, del blù e del giallo sono presenti nelle decorazioni sia della chiesa del cimitero che nel soffitto della chiesa di San Pietro. L’autore è sconosciuto ma potrebbe essere lo stesso Vincenzo Albanesi o qualche giovane aiutante nei lavori di restauro decorativo delle chiese. L’abito bianco e il manto azzurro, il capo lievemente reclinato con gli occhi verso il basso sono classici della Madonna del sacro Cuore, che ritroviamo poco più avanti in via Giacomo Matteotti.”
La Confraternita sfila per le vie del paese in occasione della festa dei Santi Patroni - 2 luglio 2013 Sezze, 11 febbraio 2015 Il fenomeno del brigantaggio a Sezze Durante il brigantaggio pre-unitario vi furono due episodi che scossero enormemente la città di
Sezze, il rapimento del cav. Superio De Magistris nel 1812, ad opera del brigante Pasquale Tambucci detto “i matto”, e il sequestro nel 1849 dell’avvocato Leonardo Boffi per opera di ignoti delinquenti. Nonostante avesse pagato un enorme riscatto per aver salva la vita, fu barbaramente ucciso ed il cadavere fatto a pezzi, forse per depistare i sospetti e le indagini verso i briganti. Di fronte a questo efferato assassinio il paese ne rimase sconvolto. Si era nel periodo in cui intere famiglie lasciavano la Val Comino per stabilirsi nella vallata di Suso, alla ricerca di migliori condizioni di vita, e si vociferò che tra i complici del delitto vi potessero essere alcuni “immigrati susaroli”, dipendenti dell’azienda agricola di Leonardo Boffi, associati ad elementi poco raccomandabili della loro terra d’origine. Si disse che essendo stato pagato il riscatto con moneta della neonata Repubblica Romana, com’era evidente che fosse data la somma ingente, questa non fu accettata dai banditi, che provenendo dal Regno di Napoli, non la conoscevano e credettero di essere stati imbrogliati con monete false o difficilmente scambiabili. Da qui la reazione violenta e scomposta. La signora Maddalena non sopravvisse allo spavento e al dolore per la tremenda fine del marito, si ammalò gravemente, e nel girò di qualche anno morì. Il figlio Ercole, aveva appena compiuto i vent’anni; né il padre né la madre lo videro ordinato presbitero nel 1852 e men che mai vescovo di Bagnoregio nel 1884, dove morì il 16 maggio 1896, rimpianto da tutti. Nella stampa sotto Gasbarrone ferma Massarone che sta per uccidere un seminarista a Terracina
Sezze, 2 febbraio 2015 I Santi nella Grande Guerra Alla morte di Pio X, che aveva appena fatto in tempo ad udire “i cannoni di agosto”, fu eletto papa nel 1914 Benedetto XV. La Grande Guerra era appena agli inizi ed il Papa, nel tentativo di scongiurarla, si rivolse alla comunità cattolica mondiale con l’esortazione apostolica Ubi Primum, esprimendo orrore ed amarezza per gli effetti della guerra.
Tra gli opposti schieramenti vigeva la convinzione che la guerra si sarebbe conclusa in pochi mesi, ma non fu cosi. Il conflitto si estese subito ovunque; tanto che, il Belgio che era neutrale, fu invaso dai tedeschi per essersi opposto al passaggio delle loro truppe nel suo territorio. La battaglia della Marna, che fermò l’avanzata tedesca, segnò il punto dove le speranze di una guerra breve svanirono di fronte a una guerra di posizione e di trincea. Così annotò nel suo diario: “Di tutto sono grato al Signore, ma particolarmente Lo ringrazio perché a vent'anni ha voluto che facessi il mio bravo servizio militare e poi durante tutta la Prima Guerra Mondiale lo rinnovassi da sergente e da Cappellano”. Un altro cappellano beato è Giulio Facibeni, medaglia d’argento al valore. A conflitto finito fondò l’Opera Madonnina del Grappa per gli orfani di guerra. Scrisse: “Deporre l'abito talare per indossare la veste del soldato non era neanche un'interruzione del ministero sacerdotale; un po' di quella misteriosa relazione che intercorre tra la vita del sacerdote e quella del soldato, ambedue impegnati in questo dono di sé per i fratelli, fino alla immolazione suprema”. Nelle foto sotto Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII e Francesco Forgione, Padre Pio
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