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Ad
un passo dal cielo /
parete artificiale

prove
di arrampicata su parete artificiale per tutti


ci
ha provato anche nonno Costanzo, 81 anni compiuti


Manifestazione
“Himalaya…Ad un passo dal cielo”
28
Novembre 2004
“Himalaya…ad
un passo dal cielo”,
è così che la Mountain & Freedom porterà tutti i partecipanti
a
vivere l’emozione di una grande impresa. E’ il nostro modo di
cominciare un biennio intenso di
attività.
Per mezzo di questa manifestazione vivremo le avvincenti storie di due
alpinisti Daniele
Nardi
all’Everest e Silvio Mondinelli al K2 che ci racconteranno con
immagini e filmati le loro
esperienze
sportive ed umane. Coglieremo questa occasione per mostrarvi, inoltre,
le immagini e la
descrizione
degli impegni sportivi e alpinistici che abbiamo in programma per il
futuro.
Interverranno
Enrico Bernieri e Stefano Milani.
L’avventura
è appena cominciata…..
Dal
Semprevisa all’Himalaya Everest 8848 metri
Cresta
Nord Aprile-Maggio 2004
Il
racconto dettagliato degli ultimi giorni di scalata della spedizione
alpinistica
9
giugno 2004
E’
da alcuni giorni che sono a casa. Ci vuole sempre un pò di tempo prima
di abituarsi di nuovo al
tran
tran di tutti i giorni. Vi avevo promesso che vi avrei raccontato
dettagliatamente cosa è
successo
in quei 5 giorni di scalata, ma sedersi davanti al computer per scrivere
di qualcosa che è
accaduto
e che sta dentro in profondità è difficile e ci è voluto qualche
giorno ma eccomi qua.
Quello
che leggerete qui sotto è il racconto mediato dalla mia memoria di una
scalata che ho nel
cuore
e che spero presto di potervi raccontare in modo più dettagliato
attraverso una proiezione di
diapositive.
13
maggio. Alle
13:00 non avevo ancora ricevuto il carico delle bombole. Il tempo in
alto era
stupendo,
se non fosse stato per quel tremendo vento d’alta quota. Tutto
sembrava dovesse rimanere
fermo,
seppure al BC il sole splendeva. Continuavo a rimuginare sul perché non
avessi ancora le
bombole
d’ossigeno, eppure era cosi. Pensavo a tutte le strategie possibili
per trasportarle i giorni
successivi
in alto visto che l’ultima promessa narrava che quello stesso giorno
sarebbero dovute
arrivare.
Questo è il terzo giorno che prendo antibiotici, la febbre sembra
passata e sento che la
motivazione
è cresciuta di nuovo ai livelli che desideravo per l’assalto finale.
Domani dobbiamo
partire
per andare su, bombole o non bombole. Sembra che il tempo tra il 17 ed
il 18 non sarà così
pessimo
e forse avremo tutti una possibilità… se solo questo vento la
smettesse di schiaffeggiarci
così.
Il 14 al ABC, il 15 C1 dovrei tentare la cima il 18 maggio.
“Ciao
Massimo che dicono le previsioni del tempo?”



“Che
e’ tutto variabile e c’è sempre il vento. Per te il 19 da brutto
senza speranza… ma il 18
potrebbe…
che fai?”
“Le
previsioni mi hanno stufato, io salgo al limite miglioro
l’acclimatazione! non so se riuscirò a
salire
il giorno dopo al C1, forse mi fermo un giorno all’ABC”
ore
16.00 “Enrico il camion è arrivato!!!”
“Non
posso crederci…”, ”Neanche io, sono arrivate le bombole… e tutto
il resto, anche i viveri!”
“Se
ci sbrighiamo forse riusciamo a far partire gli Yak per l’ABC domani
stesso….”
“
Mi dispiace Daniele non c’è verso, è impossibile organizzare gli Yak
così tardi, dovremo aspettare
un
altro giorno…..”
“Così
siamo forzati a tentare il 19… boh, staremo a vedere saliamo lo
stesso!”
“Mi
dispiace ma dovrai salire da solo, io non sto tanto bene!!!!”, ”Cosa
è successo?”
“Non
ho dormito la notte per dolori allo stomaco, non devi aspettarmi, non
pensarci in Himalaya è
così
e lo sai bene…buona fortuna!”, non ho alternative, ho il cuore
infranto ma qui è così.
15
maggio Parto
dal BC, sveglia alle 6.00 partenza alle 7.00. Mi aspettano 20 km tra
morena, vele
di
ghiaccio, fino ad arrivare all’ABC 1350 metri più in alto. Arrivo
bene, senza problemi e molto
tranquillo….
se non fosse per gli YAK che sono partiti stamattina dopo di me e che
dovrebbero
arrivare
in serata.
Arrivano
intorno alle 18.00 un
sospiro di
sollievo sapere che
domani potrò
salire con Pinsò ed
allestire
le ultime cose… ma Pinsò
dov’è?
Lo
cerco in tutto il campo, non c’è.
Chiedo al
“Nepalidirector della
tenda
cucina”, “ He start this
morning
and go in C1”, “ Cioè ma
non ne va
bene una!!! When
he
coming
down? Why he go up?”
“
I don’t know sir…”. Ho
provato a
contattarlo
con la radio al C1 più
volte ma non
c’è stato nulla da
fare…
sono finito non ce la farò
mai a
trasportare tutto questo
materiale
in alto da solo….
Entro
nella tenda cucina. Sono deluso ma ho necessità di capire. Comincio a
chiedere con il mio
inglese
a gesti cosa sta facendo Pinsò al C1. Ottengo in risposta che è li su
per organizzarsi ed
andare
al C2 il giorno successivo con gli Sherpa delle altre spedizioni. Penso
che sia onorevole ma
in
questo momento non ci voleva… non faccio in tempo a pensarlo che Pinsò
appare dall’entrata
della
tenda.
Pinsò
mi spiega che non avendo avuto mie notizie si è affidato al Sirdar ed
ha sostenuto il
montaggio
dei campi alti e non appena ha saputo che io ero salito è disceso nella
notte per tornare al
ABC.
Sono rimasto senza parole. Con questo forse riesco a recuperare il fatto
che due delle nostre
tende
sono state smarrite. Sicuramente se c’è posto mi faranno usare le
loro tende se ne avrò
bisogno.
“Finalmente
sono arrivate le bombole, il 19 forse ho un possibilità, ma devi
aiutarmi e….per ora
devi
rinunciare alla vetta!”, “You are a good people. No problem I am
young I have to much year to
try
the summit…tomorrow morning we will go to C1”
“Sei
sicuro Pinsò, ti vedo molto stanco? Porteremo il carico assieme così
sarai più leggero!”
Una
pacca sulla spalla e siamo d’accordo. Porteremo il carico fino al C1,
poi al C2 e infine al C3
dove
io rimarrò a dormire per tentare la vetta e lui scenderà. Pinsò non
vuole lasciarmi solo.
Lo
abbraccio e gli dico di non preoccuparsi, ce la metterò tutta e poi
tenterò la scalata con Tarcisio
che
è gia stato all’Everest quasi in vetta. Si tranquillizza ed andiamo a
dormire, le prossime giornate
saranno
molto dure.
17
maggio. Conosco
la strada fin poco oltre il colle nord, intorno ai 7200 m poi tutto sarà
nuovo.
Mi
avvicino ed entro in quella zona che la settimana scorsa avevo
riconosciuto come una zona in
cui
si fa fatica a scherzare. Ci sono. Il pendio sale ripido, e la quota
comincia a farsi sentire… Non
ho
fretta. Me la prendo con calma e seppure il respiro è affannato sento
scorrere la neve sotto di me
e
senza grossi problemi mi porto sotto la fascia di rocce che protegge il
campo 2. Non so quanto
manca
ancora ma tengo duro. Con me Tracisio, dietro Pinsò. Tra le rocce
precedenti al C2 incontro
gli
amici della spedizione Italiana che scendono per il riposo. Dei loro
sono sia Tarcisio che Enrico.


Arrivo
al C2 ed il lavoro diventa estenuante. Sciogliere la neve, mangiare
qualcosa riposare…
riposare!
Ma come si fa. L’aria qui è sottilissima. Tarcisio è un mago
nell’arte del fornello da
neve…
bene! Più tardi sento una voce che dirompe dentro la Ferrino rossa come
un tornado a poca
altezza
dal suolo! “You are in my tents, go away…”, rimango allibito
quando il koreano mi insulta
perché
abbiamo occupato la tenda montata sulla piazzola che lui giorni addietro
ha montato con il
mio
Sirdar. Attendo qualche minuto che il sangue mi arrivi agli occhi prima
che per l’ennesima
volta
mi sveglia. Credo di aver urlato per più di 15 minuti fino a quando il
capo della spedizione
Coreana
mi spiega il nervosismo: stanno salendo altri compagni e non hanno posti
tenda! “ Ho
capito
ma voi non avete posti e volete la nostra tenda? Montatevene un'altra
avete un sacco di
Sherpa…”
in quel momento compare Pinsò, attaccato al suo lavoro… senza dire
nulla si allontana
con
lo sherpa Koreano e li aiuta a preparare la piazzola ed a montare la
tenda… tutto si appiana!
18
maggio.
La salita al campo 3, 8300 m, al di sopra di molti degli 8000 della
terra. Lo zaino pesa
tra
i 12 ed i 14 kg. Ho con me il sacco a pelo, fornello, bombolette di gas,
cibo, macchina
fotografica,
piccozza, thermos etc.
Ho
preso una delle bombole piccole
ho
posizionato l’erogatore su 1 e sono
partito.
Dopo 200
mdsl mi accorgo che
Tarcisio è rimasto indietro. Su alcuni
passaggi
di roccia mi sento chiamare.
Mi
volto credendo di essere preda
delle
allucinazioni. Vedo ad una
decina di
metri da me un tipo che fa
cenno
di aspettarlo. Sento i crampi allo
stomaco…mi
raggiunge. “Cosa
succede?”,”Il
tuo compagno mi ha
chiesto di
dirti che torna indietro…”.
Rimango
freddato dalla notizia, ma
poi sarà
vera? Guardo in basso
all’inizio
delle corde fisse e riconosco
Tarcisio. Gli faccio cenno di salire. Dopo un po’ arriva da me.”
Daniele questa notte sono stato
male, sono veramente stanco puoi aiutarmi a portare una parte del
carico? Almeno ti accompagno al
C3 e poi discendo.”
Tra
me e me penso che in effetti la notte precedente Tarcisio non ha dormito
tutta
la notte e più volte ci siamo svegliati per i forti dolori allo stomaco
che doveva sopportare.
“
Va bene ci provo!” Carico nello zaino altri 2 o 3 kg. Nel sollevare lo
zaino non penso nulla.
Sollevo,
infilo il primo passante e poi il secondo, respiro un po’… e via.
Arrivo al tre stanco ma
estremamente
soddisfatto. Tolgo l’ossigeno e comincio ad espletare i lavori
d’alta quota, sciolgo la
neve,
sistemo la tenda… parlo con Tarcisio. Dopo alcuni minuti un altro
Coreano si affaccia alla
nostra
tenda chiedendomi un posto letto per la notte. Sono estremamente
combattuto, Tarcisio tra
poco
scenderà ed io preferisco riposare da solo, più spazio meno
problemi… e poi Pompili mi
aveva
accennato sul fatto se avevo o meno un posto per lui, una mezza promessa
fatta. Il loro
Sherpa
insiste in modo esasperato, chiedono fornelli, gas…questi sono pazzi!
Arrivo al punto
massimo
ed anche qui purtroppo devo cominciare ad urlare, non ho fornelli in più
tantomeno gas. “
Se
avete un’emergenza OK altrimenti non rompete le palle…”. Dopo
alcuni minuti arriva una
Coreana
che comincia ad urlare perché non ci sono tende a disposizione. Poi
arriva un altro
Coreano
che mi dice “ Le tue bombole in realtà sono le mie” Non ci ho visto
più dalla rabbia, ho
cominciato
a sbraitare ho chiuso la tenda. Dopo alcuni minuti arriva di nuovo il
Leader della
spedizione
con cui ormai mi intendo. Uno dei loro è a 100 m dalla vetta con una
forte oftalmia, è
cieco.
Sono partiti i soccorsi ma la situazione è molto grave. Poi per una
carenza organizzativa
hanno
una carenza di posti letto. Tarcisio è sceso, Pinsò mi ha lasciato le
bombole ed è ridisceso
anche
lui. Sono solo. “ Ho un antibiotico oftalmico, quando arriva giù lo
metto a vostra disposizione
per
il posto letto abbiamo altre 2 tende a disposizione, ho appena parlato
con il Leader della
spedizione
Italiana e mi ha detto che potete usarla, purchè non rubiate né
ossigeno nè gas nè cibo, a
meno
che non abbiate delle reali necessità di soccorso in alta quota”.
Dovevo difendere 3 tende
dall’assalto
di tutti. Mi sentivo un po’ come Don Chisciotte. L’accordo era fatto
avremo curato il
ferito
assieme ed avevano una tenda a disposizione… il Koreano non è mai
disceso dalla montagna.
L’altra
tenda l’ho disposta per
gli sherpa
delle Catalane così
da essere
sicuro che non
sarebbero
state danneggiate.
Arrivano
Giuseppe ed
Adriano di
avventure nel
mondo e
Giuseppe è con me
in
tenda. Dopo un po’ mi
chiamano
dall’ABC e mi
chiedono di
fare un controllo
nelle tende
sulla quantità di
materiale
che c’è: fornelli gas,
bombole,
sacchiletto, cibo…
Faccio
avanti indietro con la
radio poco
cibo e due fornelli,
le
bombole di gas ne ho
portate su tre io nuove le nascondo sotto la tenda così è certo che le
avrete, credo che un fornello lo
abbiano
portato via… Sono esausto, le tende non sono vicine tra loro. Entro in
tenda ed ora non
voglio
sentire più nulla, mi addormento per svegliarmi un’ora dopo alle
richieste di Giuseppe, “ E’
ora
dobbiamo sciogliere”. Tutto questo agli 8300 m del campo 3.
19
maggio un
viaggio lungo fino in vetta e la discesa. Sono pronto. Ho appuntamento
con le
catalane
ed i loro Sherpa, con Pompili, Giuseppe ed Adriano dal Cin. Sono le
23,15 del 18 maggio e
siamo
pronti. Guardo verso la tenda delle Catalane e mi rendo conto che sono
decisamente in
ritardo.
Attendo per 45 minuti e le catalane sono pronte a partire ma i loro
sherpa no. Sono stanco e
decido
di avviarmi sono le 00,15 del 19 maggio. Ho paura che se dovessimo
impiegare troppo
tempo
la meteo potrebbe cambiare nel primo pomeriggio. Tutte le relazioni che
ho letto riportano
dalle
10 alle 12 ore dal C3 in vetta più la discesa. Parto ma in che
direzione devo andare? Tra tutte
le
cose che ho fatto ieri ho dimenticato di vedere dove passa la via di
salita. Vado a naso e ci
indovino.
Dopo un centinaio di metri trovo le corde fisse. Dal C3 alla cresta
sommitale bisogna
affrontare
una serie di difficoltà. La notte, passaggi di roccia qualche nevaio…
una spada verso il
cielo
fino in cresta. Faccio strada io.
Davanti a me
la paura.
Siamo
in cresta. Una brezza mi sfiora la pelle, tolgo la maschera per un pò,
per sentire i polmoni,
per
sentire l’intorno. Guardo al di là della cresta il vuoto
nell’oscurità. Chiedo ad uno Sherpa se il
tempo
è buono e lui mi risponde di sì. Non sono convinto. Un brivido di
paura. Guardo in
lontananza
nel buio. Sono molto oltre quella sottile linea… Ora comincia un
traverso incredibile
che
ci porterà attraverso i 3 steps, i tre salti di roccia fino in vetta.
Non
è facile, lo zaino pesa. Sento le spalle piegarsi sotto lo zaino e
gemere. Ma non ho esitazioni.
Procedo
con i ramponi attraverso il primo step, poi lungo le placche oblique
verso il baratro nel
traverso
per arrivare al secondo step. Ogni tanto guardo le corde fisse, dove
sono assicurate ed il
loro
stato. Non tutte sono buone anzi la maggior parte sono lesionate da
passaggi di ramponi e dalle
rocce
in caduta libera. Passo oltre. Una placca infida dal colore grigiastro,
mi volto verso le
Catalane
che mi chiamano, un attimo di disattenzione e woooop! Scivolo. Cado giù.
Fortuna ha
voluto
che la corda ed il mio braccio hanno tenuto. Non ero legato. Una mano
sulla roccia l’altra
sulla
corda. Dovevo saltare una protezione ed attaccarmi sulla corda al di là
e proprio in quel
momento
mentre facevo l’operazione il volo…
Sento
il cuore balzarmi in gola, raggiungere il cervello e pulsare
all’impazzata…ok, mi alzo e senza
pensare
a nulla continuo sulla mia strada. Arrivo al secondo step
Mi
accuccio su una roccia, attaccato alle corde con il Jumar, bevo una
tazza di Thè, scatto alcune
foto
e penso…Mi appoggio sullo zaino incastrato tra me e la parete, con le
braccia sul viso ed il
viso
sullo zaino mi addormento per qualche minuto. Quando alzo lo sguardo lo
Sherpa delle
Catalane
stava affrontando l’ultimo tratto della prima parte del 2° step, dopo
ancora una scala. Mi
riappisolo
nel tentativo di recuperare
le forze.
Ora tocca a me e l’alba è già
arrivata.
Non è facile questo salto. Mi
aggrappo
alle rocce e mi assicuro alla
corda, non
voglio tirarmi sulle corde,
sembrano
buone ma non mi fido.
Incastro
il ginocchio in una fessura.
Punto il
rampone a sinistra, faccio 2
respiri
forti e salto su. Grandioso un
traversetto
a sinistra qualche altro
passaggio
sul roccione e sono sotto il
secondo
salto attrezzato con una scala.
Comincio
la salita della scala. E’
evidente che
la parte impegnativa è
alla
fine della scala quando devi
lasciarla e
traversare su roccia, una paretina verticale, per saltare sopra una
piccola terrazzina, da
dove con un
passaggio si salta sopra il secondo step. Salgo i primi scalini e già
il respiro cresce in
modo
pazzesco. Sono costretto ad incastrare il braccio nello scalino per
prepararmi al salto
successivo.
Mi aggrappo in alto con un passaggio in laterale, poi punto il rampone
su di una scaglia
a
lato della scala sulla parete rocciosa. Alzo la mano destra e con uno
scatto riesco a prendere una
presa
buona sopra il muretto. Mi sposto a destra con il vuoto sotto il culo ed
il respiro che diventa
incredibilmente
pesante, non posso perdere tempo. Tiro su il Jumar con l’altra mano
per assicurarmi
e
salto sopra il secondo step. Sgancio il jumar lo aggancio più in alto,
mi getto a terra e comincio a
respirare
come un pazzo. “ Non è possibile così non ce la farò mai…” “
Ma come è possibile che…
ora…”
Un lampo, ho capito “ Daniele ricorda, ogni tanto verifica che davanti
la maschera non si
formi
il ghiaccio…” le parole al BC. Ma da quando non libero la valvola
dal ghiaccio? Metto la
mano
davanti ed una stalattite di ghiaccio di 15 cm si allunga dalla valvola.
Dentro il palloncino il
tubicino
è congelato. Ci vuole qualche minuto per liberare la maschera dal
ghiaccio e soprattutto
non
sono più convinto che funzioni bene… Ricordo che un’oretta prima
avevo fatto la stessa
operazione
ma non c’era molto ghiaccio… speriamo non si sia rotta. Siamo ad
8600 m, sono in
vetta
al K2…un brivido mi attraversa e mi folgora quando ripenso a quel
triangolo di roccia…
Riparto
con una determinazione impareggiabile, comincio a camminare e sulla
sinistra in una
calotta
nella roccia, leggermente coperta da neve una figura umana. In un primo
momento penso ma
cosa
fa quest’uomo… poi capisco. Steso a terra con le mani in segno quasi
volesse proteggersi dal
freddo
un uomo morto, assiderato, chissà da quanto tempo…Continuavo a
ripetermi che ero
preparato
a questo, ma la mia testa continuava a chiedersi se era giusto o meno
arrivare a mettere in
gioco
tanto per una montagna dal nome Everest, io ero lì alle stesse regole e
condizioni. Continuo e
più
avanti ne incontro un altro, solo in discesa mi rendo conto che erano
due e non uno…
Raggiungo
le catalane, io mi fermo e loro ripartono. Lascio sulla cresta prima del
terzo step una
bombola,
il thermos, la frontale. Cambio la bombola anche se avrei ancora molto
ossigeno e
procedo.
Il terzo step non è difficile anzi oserei dire divertente e si passa di
nuovo dalla roccia alla
neve.
Guardo in alto e rimango senza parole. Salgo e più salgo e più mi
sento forte. Lascio il
bastoncino
e tiro fuori la piccozza.
Arrivato
sotto la fascia rocciosa mi
rendo conto
che si traversa verso
destra.
Affronto il traverso su
roccia senza neanche assicurarmi.
Voglio
vedere il punto culminante.
Per
arrivare in cresta un’ultima
paretina di
roccia. Arrampico in
libera sulla
placca compatta, i
Coreani
sono appesi alle corde e
non hanno
nessuna intenzione di
lasciarmi
passare, e poi guarda tu
che
corde, la calza non esiste più e
l’anima
della corda si mostra al
vento. Salto
sulla cresta nevosa che
mi porterà in vetta. In quel
momento, per
la prima volta in tutta questa spedizione credo veramente che posso
arrivare in vetta.
Mi
scappa un brivido di gioia. Salto l’ultimo pendio e finalmente la
vetta mi appare davanti. Le
catalane
sono 5 m avanti a me. Arrivo su con loro. Mi siedo sulla cima e comincio
a scattare foto
all’impazzata
fino ad accorgermi che la batteria della macchina è scarica. Allora
imposto la Reflex
sul
tempo meccanico. I diaframmi sono congelati. Ma il colmo è quando
finita la prima pellicola,
cerco
di montare la seconda. Quando ruoto la leva per caricare la pellicola si
spezza. “ Ma dico io,
ma
porca miseria, ma sono sulla vetta del mondo e non posso scattare altre
foto. Ma quando mi
ricapita?”,Mi
viene da ridere, sono senza maschera e sto respirando l’aria degli
8848 m
dell’Everest.
Ma che importa tutto il resto, ce l’ho fatta. Le catalane mi guardano
e sorridono anche
loro.
Hanno capito il mio problema e mi scattano qualche altra foto. Dopo
cominciano la discesa.
Le
prime comunicazioni via radio:
“
ABC, ABC ci siete?”, “Vieni avanti Daniele “ “Purtroppo non
posso più salire!”, “Cosa succede
dove
sei?” “Non posso salire perché non c’è più nulla da salire,
sono in Vettaaaaaa” dalla radio è
arrivato
un boato… ero frastornato di gioia!
“Daniele
sono Paolo Giano della Rai, possiamo dire che sei il primo Laziale ad
essere arrivato in
vetta
al mondo?”,”Preferirei essere il primo che ne scende…”una risata
esce dalla radio.
“E’
ora di scendere a presto”
Non
ho voglia di scendere. Sono seduto con me stesso ora sulla vetta del
mondo. Mi guardo attorno,
il
tempo non è dei migliori. In basso le nuvole coprono il Tibet. “Gli
altri 8000 dovrebbero
vedersi…”
la cosa un pò mi allarma perchè significa che le nuvole sono più in
alto di quanto ci si
aspettava.
Dopo alcuni minuti una forte folata di vento scopre uno strato di nuvole
ed il Makalu
compare
davanti a me e con lui altri 8000. Ora sono felice da solo in vetta e
con uno spettacolo
magnifico.
Il vento si sta alzando e presto mi raggiunge un Indiano con il suo
Sherpa. Non mi rendo
conto
lì per lì di quale fortuna mi abbia raggiunto. Ha con se una
telecamera e gira alcuni minuti di
ripresa.
“What is your name”, “I’m Daniele”
“
Where are you now?”, “eeehhhhh”
“Where
are you, summit…”; “ahhhhh Mount Everest “
questa
l’intervista!
Sono
passati 45 minuti da quando sono arrivato in vetta, è ora di scendere.
Di
fatto la discesa non è stata facile ed è stata costellata di una serie
di avvenimenti tragici per altre
spedizioni.
Sono
arrivato al C3 in 2h50 dove sono stato circa 1h30 / 2h lì ho parlato
con le Catalane e mi sono
reso
conto che dovevo assolutamente scendere. Avevo tutto il tempo per farlo.
Al C2 Silvio ed
Enrico
che nel frattempo erano risaliti in quota mi hanno spinto verso il
basso. La discesa della
parte
rocciosa dal C2 fino al nevaio è stata dura soprattutto perché nella
bufera che mi
accompagnava
le corde fisse e le lastre rocciose sono state coperte da un infido
strato di neve.
Arrivato
alla base sommitale del nevaio che porta a colle nord invece lo strato
di neve accumulata
mi
è servita a scendere rapidamente, con il sedere a terra, attaccato con
una mano alle corde fisse
giù
verso il colle. Arrivato al C1 un altro imprevisto. Un ponte di neve era
crollato da poco ed uno
sherpa
vi era caduto dentro, fortunatamente non ha riportato gravissimi danni
fisici. Lì ho dovuto
aspettare
un pò per passare ed ero a 30 m dalle tende del C1. da lì a poco la
decisione di scendere al
ABC
dove mi aspettavano gli altri. Il giorno successivo dopo la festa con
gli amici è stato il più
duro
di tutti. La bufera era cresciuta di intensità e sia gli Italiani di
avventure nel mondo che le
Catalane
erano ancora sulla montagna.
20
maggio.
La mattina del 20 maggio ero stanco ed ancora incredulo per ciò che era
successo.
Avevo
raggiunto la vetta dell’Everest in 7h15, e disceso in giornata alle
17,30 all’ ABC a quota
6450
m, 2550 mdsl in discesa. Non avevo lasciato nessuna bombola di ossigeno
in alto. Non ho
contribuito
ad incrementare i depositi di bombole nei pressi della cima. Ma nel
cuore la
preoccupazione
per le Catalane e per gli Italiani era forte. La bufera era cresciuta di
dimensioni e
loro
erano ancora oltre gli 8000 m. Siamo riusciti a contattarle con le radio
ed era evidente dal tono
della
voce lo stato di stanchezza. Con la loro sola forza d’animo, ed il
loro coraggio sono riuscite a
portarsi
al C2 nella parte alta. Il C2 si estendeva su almeno 200 mdsl. Con la
squadra degli Italiani
siamo
riusciti ad individuarle. Io ho fornito loro le indicazioni sulla tenda
e sulle loro condizioni
visto
che ero passato di lì da poco mentre la squadra che si trovava al C2 ha
effettuato il soccorso
aiutandole
a scendere al C1 dove sono state recuperate dagli sherpa. Quelle ore
cariche di tensione,
non
le dimenticherò mai. Avevo vissuto con loro un’avventura. Seppure ero
da solo. Seppure
potevo
contare solo su me stesso durante la scalata loro erano sempre a pochi
passi di distanza. Ed
in
vetta siamo arrivati assieme. La sera della partenza abbiamo cenato
insieme. Abbiamo condiviso
un
sogno. Io ero all’ABC, loro in un’odissea. Una del loro gruppo era
nella nostra tenda mensa,
attaccata
alla radio e piangeva. Dall’altra parte la voce di Nuria indebolita.
Credevamo fossero
congelate
o che Meite avesse qualche serio edema. La conclusione di questa piccola
storia è che le
due
amiche erano semplicemente, drammaticamente esauste…là dove non puoi
permettertelo.
L’ultimo
schiaffo alla loro eccezionale prestazione è stata la bufera che aveva
coperto le corde fisse
con
la neve soffice, impedendo una discesa tranquilla!
9
giugno. Finalmente
concludo questo racconto, che seppure non scritto da uno scrittore,
rappresenta
a parole un viaggio che mi ha coinvolto in prima persona. Un’
avventura preparata in
anni.
Costruita con i sacrifici necessari per uno sport che da noi nel Lazio,
non è assolutamente
facile
da praticare dati i centinaia di km che ci separano dalle grandi
montagne italiane, le Alpi. Ma
questo
non ha costituito un limite invalicabile, ma un ulteriore stimolo a
riuscire nell’impresa. Gli
appennini
in inverno ed il Gran Sasso anche d’estate sono stati il mio teatro di
allenamento. Ma mai
esisterà
una montagna più bella di quel monte di 1536 m su cui ho gioito con i
crampi alle gambe
mentre
sudato e stremato raggiungevo per l’ennesima volta la vetta. Il suo
nome è Monte
Semprevisa
è a 10 minuti di macchina scarsi da casa mia e non so quante corse mi
ci sono fatto e
seppure
potrebbe sembrare che a questo punto sia solo una passeggiata su un
sentiero, sarà sempre
la
più bella delle passeggiate…
Voglio
ringraziare per l’ennesima volta coloro che hanno permesso la
realizzazione di questa
impresa.
Io
so che vi hanno creduto fortemente !

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