Auditorium del Turismo

Mario Costa

   

 Sezze, 17 aprile 2010                                           foto di Ignazio Romano

TROPPO BUONO

con Giulio Scarpati

Leggero, pure troppo, questo “Troppo buono” (in prima nazionale) con Giulio Scarpati, volto noto della nostra televisione (“Un medico in famiglia” su tutti) e attore apprezzato per il bell’aspetto, la recitazione “naturale” e un certo garbo, moneta quasi fuori corso nell’attuale panorama spettacolare.
In scena lui, giacca e camicia bianca ben evidenziata dal riverbero dei fasci di luce candida, e poco altro: uno sgabello, un leggio e un baule sul fondo; sulla sinistra, un pianoforte a coda dietro il quale suona e canta Bob Messini, partner e spalla di questa minuta riflessione sulla bontà. Lo sfondo è uno schermo dai colori cangianti, sul quale vengono proiettate immagini di repertorio, film d’epoca a sottolineare, talvolta contraddire, quanto detto o cantato dai due interpreti.
Scarpati prende subito di petto il pubblico, infrangendo la “quarta parete” secondo uno schema cabarettistico: “Sono troppo buono”, la sua ammissione, in un principio d’invettiva all’indirizzo delle insidie implicate dalla gentilezza, la disponibilità, l'altruismo.
Aneddotica infantile, riflessione semiseria, iperboliche considerazioni frutto delle penne di Nora Venturini (regista dell’allestimento) e Marco Presta, autore comico di buon spessore (all’opera ne “Il ruggito del coniglio”, programma mattinale ormai storico nel palinsesto di Rai Radio Due). Un umorismo misurato, non ipocrita, ma sempre attento a non graffiare troppo il pubblico, il quale risponde, gradisce con tepore: l’impressione è di non essere a teatro, ma a una cena con invitati che, non conoscendosi, si misurano col metro della gradevolezza spiritosa.
Al monologo vero e proprio, proposto in prima persona, Scarpati mescola citazioni, canzoni (sottolineiamo “Le beatitudini”, capitolo ingiustamente minore di Rino Gaetano), poesie e “numeri” chiusi: dalla lettura/reinterpretazione del “Cuore” deamicisiano al “Qualcuno era comunista” dell’ormai ultracitato Giorgio Gaber.
Ed è proprio il milanese d’origini istriane a venirci in soccorso per capire cosa non vada in questo “Troppo buono”: non si tratta dell’ennesima proposizione deboluccia del pezzo sul comunismo (utilizzato anche dalla Melato, per non dir di Giulio Casale e molti altri), che ne fanno, forse giustamente, un “classico” dei nostri tempi, quanto l’ennesimo tradimento dello spirito con cui fare monologhi teatrali, con cui proporre “teatro canzone”.
Il testo di Scarpati-Presta-Venturini è debole, garbato ma debole, nella stessa misura in cui l’attore risulta non completamente in grado di sostenere una scena tutta da solo: la recitazione è un po’ scompaginata, Scarpati gesticola troppo, ondeggia sui fianchi, in modo forse inutile, di certo inefficace. Messini tenta la controscena, con facce e interventi, ma pare un po' fuori centro, sorta di spalla non troppo a proprio agio nella parte.
Ne esce un’interpretazione simpatica, ma nulla più, a fronte di un tema che potrebbe certo riservare sorprese e riflessioni profonde.
La musica rappresenta un punto particolarmente debole: Scarpati, benché abbia nel curriculum anche “Aggiungi un posto a tavola”, non sembra avere la voce del cantante, in grado di assumersi la “responsabilità” musicale dell’allestimento, mentre Messini è un sovrappiù, in perenne cerca d’incerta collocazione.
Il problema è che, a fronte di fondi sempre più scarsi, fare “Teatro Canzone” rappresenta un’ottima strada per andare in scena: poche spese (un attore solo, in genere), musiche registrate o suonate da pochi strumentisti (Giulio Casale nel primo caso, Marcorè e Scarpati nel secondo), una certa facilità d’allestimento. Con una non trascurabile differenza: la professionalità necessaria al Teatro Canzone è doppia e non basta un’attitudine scempia, tra attore e cantante: Gaber era un fior di interprete, sia nei monologhi sia nelle canzoni, con una voce indimenticabile, una misura nella gestione del corpo tuttora insuperata. Non sono cose che si possano improvvisare o quasi.
Non per citare sempre il compianto Gaberscik (ma non siamo noi a tirarlo sempre in ballo, quanto chi lo cita in scena), ma già dagli anni Ottanta il “cantattore” lombardo cantava le insidie, e le profonde ipocrisie, della bontà, mettendo a nudo le contraddizioni di una borghesia, spesso coincidente col “suo” pubblico”, progressista e intimamente convinta d’essere “dalla parte giusta”.
Ebbene, uno spettacolo sulla bontà dovrebbe quantomeno avere il coraggio di graffiare lo spettatore e non lasciarlo con un sorrisino interte sulle labbra, a chiedersi se sia stato proprio il caso, per una sera, d'andare a teatro.