Auditorium del Turismo

Mario Costa

   

 Sezze, 11 maggio 2008                                        foto di Ignazio Romano

Paolo Villaggio

SERATA D'ADDIO

 di Paolo Villaggio

Regia di Andrea Buscemi

Tre pezzi di bravura per un solo attore, si dice di solito. In questo caso si potrebbe parlare anche di autore. Villaggio drammaturgo ci propone, dopo averli fatti propri mediandoli con il suo stile inconfondibile, tre atti unici suggeriti dalle opere di due giganti del teatro. E' la disperazione, la ribellione e la solitudine di un uomo, ma allo stesso tempo la sua trascinante carica comica e grottesca che sono il filo conduttore e l'anima di questi tre momenti, di queste tre situazioni. Tre uomini e uno solo allo stesso tempo. Tre tipi che sembrano incarnarsi e vivere con straordinaria intensità nell'attore stesso che li adotta e li anima, con formidabile immedesimazione, come fossero schegge impazzite della propria esperienza umana.
Il fumo uccide ispirato a "Il tabacco fa male" di Anton Cechov
Una dura accusa contro i danni provocati dal fumo. Un'invettiva nei confronti della speculazione costruita sulla salute dei cittadini. Una conferenza di denuncia morale e di grande responsabilità civile.
Una vita all’asta ispirato a "Il canto del cigno" di Anton Cechov
E' la confessione e il congedo dell'attore giunto alla fine della sua carriera o comunque al momento in cui sembra ora di dire basta lasciando spazio ad altri.
I ricordi di tanti episodi e aneddoti tornano alla mente per diventare una specie di testamento artistico del protagonista.
L'ultima fidanzata ispirato a "L'uomo dal fiore in bocca" di Luigi Pirandello
Ipocondria, paura della morte. Un uomo solo col suo destino subdolo e crudele.
L'angoscia di un responso medico preoccupante e la strana sensazione di venire proiettato in un'altra dimensione dove la vita con i suoi problemi assume un significato completamente diverso.

Il fumo uccide
A sipario chiuso si spengono le luci in sala e, da dietro le quinte, si sente sommessa la voce del protagonista che rassicura la moglie sull’esito e l’efficacia del suo monologo antifumo, antialcol, e antidroghe varie. La voce della moglie non si sente mai, ma solo la voce angosciata e per nulla rassicurante del poveretto, che sembra decisamente succube della donna. A proscenio, compare il protagonista. Indossa un frac molto elegante, si presenta al pubblico, che chiamerà "spettabile pubblico" e comincia il suo monologo. Dice che è un ex tabagista e spiega quali sono i terribili danno del fumo. Ogni tanto, sommessamente, si rivolge alla quinta di destra dove "c’è" la moglie in agguato, pronta a fargli passare dei brutti momenti. Dirà quindi spesso: "Va bene così vero? Come sto andando?" insomma sembra che più che a ricevere l’approvazione del pubblico, lo interessi convincere quella belva umana che lo sta controllando. Poi sempre monologando con il pubblico scende in sala e il suo rapporto con la moglie va a calare, fino al punto che quando è sicuro di non essere più aggredito, comincia a pietire boccate di sigarette e una "pompata" a collo di whisky canadese. Insomma, perde ogni ritegno e riconosce che alcolisti, fumatori accaniti si rimane per tutta la vita. Alla fine da al pubblico un’immagine di sé penosissima.
Esce dal fondo dopo aver mandato al diavolo la moglie. Si capisce che per quel disgraziato c’è in agguato un futuro senza denaro, senza lavoro e, purtroppo, con una terribile dipendenza da quei vizi di cui non è mai riuscito a liberarsi. Rientra dalla tenda a fondo sala, o da una porticina laterale, con le luci in sala, e scompare.

Una vita all’asta
Si apre il sipario, in una mezza luce che poi si fa più intensa, c’è lo stesso protagonista senza la giacca del frac, ma solo con lo sparato e con la schiena nuda. È sdraiato su una grande poltrona di cuoio con le rotelle. In un palcoscenico polveroso c’è la grossa buca del suggeritore che non si vedrà e non si sentirà mai. È quello di sempre, di tutta la sua carriera teatrale. Sparsi disordinatamente sul palcoscenico ci sono vari oggetti, che stanno per essere venduti all’asta dalla voce di un banditore che non si vede. Lui spiega che quella non è una serata d’addio, non è uno spettacolo nel quale lui si esibirà, ma semplicemente la sua ultima comparsa in un palcoscenico di teatro. "Vedete - spiega - sto vendendo le poche cose che mi sono rimaste alla fine di una lunga carriera". Tutte le volte che la voce del banditore mette all’asta degli oggetti, che possono essere vasi, il lampadario del teatro, costumi di scena, ecc. lui ricorda un episodio della sua vita in teatro legato a quell’oggetto. Polemizza anche con il suggeritore in buca (sempre invisibile e muto), perché mentre a lui ogni oggetto lo emoziona, si commuove infatti per momenti di trionfo e si umilia per serate con un pubblico feroce, per papere clamorose ecc…, il suggeritore rimane impassibile come se non gli importasse nulla. Alla fine, terminata l’asta, quando gli portano via anche la poltrona dove è seduto e sulla quale aveva recitato l’avaro di Molière, si rivolge al pubblico: "Grazie signori per la vostra pazienza e per avermi sopportato in questa rivisitazione dei miei ricordi". Ma prima di uscire si rivolge a quel suggeritore maledetto e, con una punta di commozione, gli dice: "Ciao stronzo. Sei l’unico che non ti sei mai commosso".

L’ultima fidanzata
Seduto su una panchina, all’uscita della metropolitana vicino al Colosseo a Roma, il solito protagonista vestito in modo dimesso. Sembra che cerchi disperatamente di fermare chi esce dalla metro. "Scusi signore! Mi permette?.... Hei lei, là in fondo!... Signor vigile?" nessuno gli risponde. Allora si rivolge al pubblico in sala: "Vi rendete conto di quanto feroci siano i cattolici che da, haimè, troppo tempo, si sono dimenticati di essere dei buoni cristiani? E l’amore per il prossimo? E il discorso della montagna di Gesù? "Ama il prossimo tuo come te stesso?"…" Ad un certo punto si rivolge perfino ad un cavallo che tira una carrozzella. E qui spiega al pubblico perché avrebbe bisogno di essere confortato. Un medico suo amico gli ha appena detto che ha una brutta malattia ad un polmone. Racconta: "Quanto mi resta da vivere? – chiede fingendo molto coraggio". Il medico senza guardarlo negli occhi e mentre gli scrive il referto alza l’indice della mano sinistra. E lui, "Un anno?" il medico scuote la testa, "Un mese?" fa lui angosciato, e il medico: "Si, ciccia!". Lui capisce che ha una sola settimana di vita. Spara un cazzotto con rabbia sul naso del dottore e va via senza pagare il conto. Ma qui spiega al pubblico che quella notizia terribile, invece di buttarlo in uno stato di prostrazione profonda, lo libera da tutte le sue paure: l’insuccesso, la mancanza di una grande storia d’amore. Capisce che si è liberato di una famiglia ormai insopportabile. Insomma, non è certo felice, ma si è liberato di tutto. Racconta poi di come ha cercato di farsi convincere dell’esistenza di una vita dopo la morte contattando un grande psicologo, poi il capo di un monastero sulle colline della città e, infine, buttandosi a leggere libri sacri e scientifici nei quali c’è scritto che l’anima dell’uomo sopravvive alla morte del corpo. Racconta al pubblico che in questo suo girovagare, lui che era vigliacco, è diventato coraggioso, racconta anche che lui, in questa nuova condizione, riesce quasi a fare innamorare una ragazza bella e intelligente. Al punto che la ragazza gli dice: "Lo sai che io vorrei fare un figlio con te? E anche se sei vecchio vivere al tuo fianco tutta la vita? Sei d’accordo?". Si rivolge al pubblico: "Non le ho neppure risposto e l’ho lasciata inebetita". "Vabbè - conclude - ora vi devo salutare, ma prima vi devo dire che mi sono liberato, soprattutto, della paura più grande che ha un uomo: quella della morte". Esce di quinta, e poi rientra: "Si però con voi voglio essere molto sincero. Domani mattina devo fare una risonanza magnetica, una tac, e tutti gli esami ematici. Perché io, di morire fra una settimana, non ci penso proprio!".

Paolo Villaggio con l'amico del cuore, Fabrizio De André

Paolo Villaggio con Ugo Tognazzi al compleanno di Liza Minelli

Paolo Villaggio con Federico Fellini

Un articolo scritto dal premio Nobel Dario Fo per Paolo Villaggio

Una lettera scritta da Vittorio Gasman per l'amico Paolo

Dopo lo spettacolo Villaggio con Lidano Caldarozzi, Remo Grenga, Gianni Orlandi e Gianluigi Polisena

Paolo Villaggio ha regalato a Sezze una serata memorabile. Più di due ore sulla scena parlando delle esperienze di teatro, dalle sue amicizie e dei ricordi d'infanzia, passando per i giorni della Liberazione per arrivare ai giorni nostri ripercorrendo tutte le miserie ma anche le grandezze dell'uomo. Il suo ultimo desiderio sarebbe quello di tornare nei luoghi dell'infanzia con il fratello, con Fabrizio e con il padre.


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