Conoscere Amare Conservare  

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Liceo Classico "Pacifici & De Magistris"

Dalla preistoria all'epoca romana

Età Romana

Conoscere Amare Conservare

prima parte

Presso " Setia " vi erano frequentatissimi templi di divinità. Lo attestano i numerosi donaria o ex-voto ritrovati nei pressi dei templi stessi. In qualche caso si tratta di offerte fatte alla divinità in segno di riconoscenza, a seguito di guarigioni ottenute ( a Roma la medicina scientifica compare a partire dal III sec. a.C., ma anche nella fase del suo sviluppo non mise mai in ombra la medicina religiososacerdotale; d'altronde nel mondo antico era normale ricorrere alla divinità quando si voleva ottenere qualche cosa, in particolare una guarigione ). Gli oggetti rappresentano gli organi colpiti da mali incurabili ( tumori maligni su mammelle deformate ); i seni intatti erano, invece, offerti in vista di un allattamento. Fra gli ex-voto più frequenti troviamo teste, mani, piedi, genitali collegati alla fertilità e alla procreazione. La religiosità, dunque, era molto sentita.

Sappiamo che nella colonia di Setia c'era un tempio di Marte e un collegio di Salii Marziali, un

tempio dedicato ad Augusto e il collegio degli Augustali; nel punto più alto della città era stato

costruito un sontuoso tempio di Ercole; esisteva un tempio di Satumo, presso il quale c'era la Curia.

Conosciamo anche il tempio di Apollo, che fu restaurato da L. Aninio Capra IIII, un personaggio

della colonia ( CIL,X,6463 ):

L. ANINIUS L. F. CAPRA - IIII - VIR - ITER

APOLLINIS - AED ET - CIRCUM - AEDEM

MUROS-D-S-P-R-C

Una scoperta fatta nel 1984 ed un suo successivo scavo portarono alla luce un complesso santuariale nel territorio di Sezze. Più che di Sezze, però, si trattava di una località prossima alla Via Appia ed al centro antico di Forum Appii, oggi chiamato B.go Faiti. Questo sito è molto vicino da una parte al fiume Cavata, dall'altra alla località " Acqua Zolfa ", che prende nome da una sorgente solfurea, la quale sgorga nel territorio di Sermoneta. La presenza di queste acque salutari e di una secondaria polla è da mettere in rapporto con la nascita e lo sviluppo del santuario del      " Tratturo Caniò "  dove si rendeva culto a divinità di valenza salutare. Infatti era ricorrente la consapevolezza dell'intrinsicità nella scaturigine medicamentosa dell'entità sacrale, alla quale poi era debito dover porre in ringraziamento solo una manifestazione della propria fede, non in base alle possibilità che l'appartenenza ad una fascia sociale economica consentiva. La presenza di statuette bronzee raffiguranti Marte ed anche un altare con dedica a luno Regina, fanno includere questo dio e questa dea fra quelli che ricevevano culto nel santuario, oltre a Minerva. Il ritrovamento è ritenuto molto importante, in quanto è l'unico in zona che attesti il culto alla dea, proprio come il tempio della Mater Matuta a Satricum. Quest'ultimo tempio molto famoso fu scoperto nel 1896 dal francese H. Graillot che diede inizio agli scavi. In seguito gli Italiani F. Barnabei, A. Coza e R. Mengarelli portarono alla luce il tempio e trasferirono nel museo di Villa Giulia a Roma i reperti di terracotta e doni votivi. Negli anni 77 - 79 il tempio fu ancora oggetto di scavi da parte di un gruppo di archeologi olandesi dell'Università di Groningen. Gli stessi dal 1979 hanno dato inizio alla ricerca di insediamenti attorno al tempio. Dall' 81 altri gruppi olandesi hanno incominciato a scavare fuori dall'acropoli, altri in una necropoli del V' sec. Ma le ricerche non sono state ancora concluse.

Nello scavo condotto presso quest'area sacra del " Tratturo Caniò " sono stati messi in luce anche resti architettonici di grande importanza, parte anepigrafi ( capitelli ionici, rocchi di colonne scanalate ). Il materiale ceramico, le antefisse e gli ex‑voto sono stati studiati e conservati, sin dal loro ritrovamento, nell'Antiquarium Comunale di Sezze.  

Invece i ritrovamenti individuati nelle iscrizioni sono di dubbia interpretazione . Le iscrizioni che si leggono su questi resti architettonici sono due: una interessa una serie di tre piccoli blocchi di puttinga, l'altra si legge a spezzoni su una serie di frammenti in pietra calcarea, i quali risultano non ricongiungibili e ridanno due lunghi blocchi di epistilio, anch'essi con l'incisione delle lettere su stuccatura. 

La prima iscrizione:

 

[ SP. POST ]UMI [ US. F. ALBI. INUS CONSOL P [- -] presenta una paleografia molto curata e, caratterizzata da lettere con incipiente apicatura.

Inoltre i resti dei testo comportano in un primo blocco il prenome e l'inizio dei gentillzio, in un terzo la finale del gentilizio, il patronimico e l'inizio dei cognome. Dall'esame storico di questa si possono estrarre numerosissime notizie, in particolar modo circa " l'abolitio nominis ", con la quale si poteva condannare la personalità, per le gravi irriverenze morali, alla " damnatio memoriae ", cioè alla cancellazione del suo nome dalle strutture monumentali. Il complesso monumentale presentava una larga facciata con 4 colonne ioniche, per un totale di 30 piedi romani, cioè 8,88 metri; strutture calcaree ricoperte da un finissimo strato di stucco, come voleva una tendenza estetica del periodo. Il tempio, precedentemente costruito nel corso del IV o del 111 sec. a.C., fu per necessità ristrutturato nel corso del II, con la direzione dei lavori assegnata a Lucio Vargunteio Rufo. Incerto è se questi fu praetor della cittadina di Setia o se uno dell'Urbe, come Marco Emilio Scauro, che diresse la costruzione o la ricostruzione del tribunale cittadino. Il nome che emerge dall'analisi dei ritrovamenti è quello di Spurio Postumio Albino, eponimo nel 110 a.C.; l'iscrizione che lo riporta era probabilmente adattata ad un lato di un altare monumentale o la base di un donario.

Altra tesi è quella secondo la quale l'incisione costituiva l'omamento della facciata superiore dei tempio. Il colore dato era rosso su uno sfondo bianco, così da poter dare risalto ai particolari più piccoli. Questa epigrafe è stata però cancellata con una passata di stucco; si è pensato, in quel momento, ad una stuccatura da restauro, ma bisogna ammettere che in ambito santuariale, dove ogni oggetto era considerato intoccabile, è impossibile concepire che qualcuno potesse arbitrariamente cancellare la memoria pubblica di un offerente. Ce ne parla lo storico Sallustio nella " Guerra Giugurtina ": infatti le legioni del console furono sconfitte dai Numidi d i Giugurta e fatte passare sotto il giogo. Però l'inchiesta che ne seguì portò alla luce molti reati, fra i quali l'aver patteggiato col nemico la pace o la guerra, senza consultare il Senato. Da qui la conseguente condanna dei console all'esilio nel 109 a.C.. Ciò spiega la cancellazione del nome del console dal manufatto precedentemente donato al santuario. Il suo nome era assolutamente indegno, doveva essere cancellato dalla pietra, era, come lo chiamavano i Romani, un " nomen abolendum". Questa è anche la prova della ferma volontà da parte dei Romani, verso la fine del Il' secolo, di stroncare dalle radici il malcostume politico.

La seconda iscrizione:

 

a)  [ --- ] us pr (actor ) de s ( enatus ) s ( ententia ) refec ( it ) de m [ anubiis? -- ?]

b)  [ --- ]   E D  [ --- ]

c)  [ --- ]  GVN  [ --- ]

 

Se si accetta l'integrazione de m [ anubiis ] rimane incerto di quale bottino si tratti e per quale motivo sia stato impiegato a Sezze.

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