Conoscere Amare Conservare  

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Liceo Classico "Pacifici & De Magistris"

Dalla preistoria all'epoca romana

Età Preistorica

Conoscere Amare Conservare

prima parte

ARNALO DEI BUFALI

Nel 1936 i Professori Blanc e Breuil di Parigi, esplorando la catena dei Monti Lepini, trovarono una cavità vicino il lago delle Mole Muti: l'Arnalo dei Bufali. Questa, formatasi dopo il crollo di una dolina, è larga circa 45 metri e profonda 35 metri, quindi è molto ampia. Attualmente alcune rocce del soffitto sono cadute, ostacolando la via di accesso. In fondo alla grotta ci sono 4 antri secondari, poco profondi. La grotta è molto asciutta e fino a pochi anni fa è stata utilizzata dai pastori come riparo per le greggi e le mandrie.

Un importante ritrovamento è stato il dipinto rupestre noto come la figura dell'uomo a " fi " color ocra, che è il primo esempio di figura antropomorfa in Italia. La figura, che si trovava nell'antro di destra, ora è al Museo Preistorico del Lazio a Roma. Il dipinto è stato eseguito con ocra rossa chiara; è un asse leggermente inclinato a sinistra e mantiene uno spessore abbastanza uniforme; nella parte superiore della figura ci sono due anse quasi simmetriche, che mostrano la parte interna superiore rigonfiata, come per rappresentare i bicipiti dell'individuo.

La figura è alta 28,5 cm e larga 22 cm. Questa figura prende il nome di " uomo a fi " perché la sua forma è simile alla lettera dell'alfabeto greco. Altre rappresentazioni simili sono state ritrovate in Spagna. A questo dipinto è difficile attribuire un'età precisa, bisognerebbe fare raffronti tra questo e quelli ritrovati nella penisola iberica. Infatti tra l'Italia e la Spagna ci sono molte affinità in campo artistico e, poichè si era riusciti a dare un'età approssimativa ai dipinti schematici della Spagna ( 10.000 anni fa ), è possibile dare un'età anche al dipinto schematico di Sezze. Gli uomini dell'età della pietra dipingevano per un fine propiziatorio e non per fine estetico: animali e scene di caccia venivano rappresentate per favorire la cattura degli stessi. Questa pittura naturalistica, però, venne sopraffatta nel Mesolitico dall'arte schematica ( uomo a " fi " ).  

IL RIPARO ROBERTO

Posto nelle vicinanze di Sezze Romano e più precisamente sul versante sud‑ovest della valle del torrente Brivolco, è stato rinvenuto nel 1953 dal Dott. Marcello Zei. Il Riparo consiste in una grande apertura onzzontale, al cui interno furono scoperti dei disegni a carboncino raffiguranti animali, uomini ed altri soggetti. E' lungo circa 30 metri, con una profondità di 5 metri ed un'altezza di metri 2,8. L'accesso al Riparo è difficoltoso per la pendenza del versante della valle. Le pitture rinvenute sono state danneggiate con atti vandalici. Le pitture sono a carboncino, poste sulle pareti della fenditura; i dipinti sono stati rigorosamente puliti e rilevati su polietilene e in ultimo è stato eseguito un rilevamento fotografico e metrico delle figure. La parte più ricca delle figurazioni è la parte centrale della parete di fondo, anche se sono sparse in tutta la grotta; a sinistra ce ne sono alcune facilmente visibili, mentre a destra sono di difficile lettura, ma rimangono quelle del sistema centrale le più evidenti e meglio conservate ( è stato possibile scoprirlo grazie ai residui di sostanze legnose). Le figure dominanti sono quelle zoomorfe e quelle geometriche, comunemente definite astratte. Per comodità di analisi e di studio il Riparo è stato diviso in vari settori.

 

Settore A: questa è la parte dell'estrema sinistra che ospita due figure zoomorfe: la prima sembra un  canide; quella che segue è di difficile definizione.

Settore B: procedendo verso il centro del Riparo è possibile vedere due figure zoomorfe, ricche di movimento. Probabilmente si tratta di cervidi, dal momento che appaiono delle corna.

Settore C: ospita una figura naturalista; un cervide si differenzia dalle altre figure zoomorfe.

Settore D: tra figure di età relativamente recenti, come alcune iscrizioni, la caricatura di un volto e persino due montagne tra le quali sorge o tramonta il sole, ospita una piccola figura zoomorfa di difficile definizione tipologica ed una composizione meandriforme.

Settore E: ha solo delle iscrizioni recenti.

Settore F: è quello più ricco di figurazioni ed è la parte più profonda del Riparo. La figure sono come sempre zoomorfe ( anche se oltre ai cervi vi troviamo anche degli equini), alcune sono in corsa su una " linea di terra ".

Settore G: presenta figure antropomorfe.

Settore H, I: appaiono i più danneggiati da scritte recenti. E' stato possibile, però, individuare dei cervidi sovrapposti a figure geometriche e ad altri abbozzi antropomorfi.

Settore L: è interamente occupato da figure di difficile definizione; s'intercalano segni a disposizione geometrica con tracce di carboncino e figure zoomorfe con quelle antropomorfe. Quest'ultima è una tesi della Prof.ssa Bertolucci, anche se risulta un pò azzardata perché, come già detto, si sono avute numerose alterazioni sui dipinti negli ultimi anni.  

Concludendo, possiamo affermare che i disegni a carboncino sono abbastanza antichi, anche se non collocabili in un ambito cronologico ben definito. Riguardo questo problema le ipotesi sono molte: alcuni, come il Prof Breuil, li collocano nell'età dei metalli; altri affermano la possibilità che appartengano al Neolitico o all'età protostorica o addirittura a quella storica. Oltre ai disegni questa "grotta " presenta altri segni di antropizzazione. Ci sono, infatti, delle cappelle, dei canali scavati nella roccia e dei canaletti.

GLI INUMATI DELLA GROTTA " VITTORIO VECCHI " DI MONTE FULCINO 

(MEDIA ETA' DEL BRONZO)

Nella catena dei Monti Lepini, a nord di Suso, si erge il monte Fulcino. Nei calcari del monte si aprono numerose cavità naturali, spesso meta di esercitazioni esplorative speleologiche. Durante una di queste, alla fine del 1987, gli speleologi dell'Associazione Romana rinvennero in una grotta ancora sigillata, che presentava sviluppo totale di circa 160 metri, denominata " Vittorio Vecchi " molti reperti archeologici sia ceramici che metallici, associati a resti ossei di animali e uomini. In seguito a questo evento, dopo aver fatto un sopralluogo, vennero eseguiti nelle estati 1988 e 1989 dei saggi di scavo in alcune sale della grotta. I rinvenimenti di materiale litico e ceramico, associati ai resti scheletrici umani, sono riconducibili alla media età del bronzo ( XVII ‑ XIV sec. ). Le modalità di inumazione sono di difficile ricostruzione. Unitamente ai suddetti materiali sono stati rinvenuti un certo numero di bronzi ( tra cui in pugnale, una punta di freccia, uno spillone, due anelli, uno scalpello ), resti di industria su osso e su corno.

E' stata identificata una grossa concentrazione di cereali in una parte della grotta, probabilmente destinata alla deposizione di offerte. Molto pregiati sono i vasi con decorazioni geometriche di vario tipo, tutti di elevata fattura tecnica. Grande interesse scientifico è dato dalla presenza di un piccolo falcetto ricavato da un corno di cervo e di uno " scortecciatoio " ( una piccola zampa ) sempre di osso. E' evidente che siamo di fronte ad un popolo che già praticava con regolarità la coltivazione dei campi, come del resto ci confermano gli abbondanti resti di semi di grano, di avena e di farro. Grande emozione ha suscitato la scoperta di un cranio fossile relativo ad una bambina di età compresa fra i 6 e gli 8 anni, alla quale è stato attribuito il nome di " Gasparella "; Il cranio si trovava in un antro secondario della grotta ed era molto concrezionato.

A circa 500 metri in linea d'aria si trova l'altopiano della Longara, dove già negli anni 60 vennero segnalati materiali ceramici genericamente riferibili all'età del bronzo.  Si sa ben poco del popolamento dell'Italia durante la media età del bronzo per la scarsità di resti ossei umani a disposizione degli studiosi, scarsità tale da non permettere di delineare con soddisfacente complessità e completezza un quadro di questo particolare ed importante periodo. In questo contesto la necropoli di monte Fulcino ha una particolare importanza, proprio perché nei calcari del monte si aprono numerose cavità naturali.

Movimenti sismici, frane hanno provocato nei secoli lo spostamento di gran parte delle sepolture originarie, sulle cui modalità inumative non si è in grado di fornire dati precisi. Le uniche considerazioni che si possono trarre, di natura  puramente indicativa, sono che probabilmente l'individuo deceduto veniva deposto a ridosso delle pareti oppure in piccole cavità unitamente al corredo. Il materiale antropologico è stato rinvenuto in due formazioni ben distinte: una costituita da terra nerastra fortemente antropizzata, l'altra da concrezioni stalagmitiche. 1 resti si presentavano per lo più dispersi e mescolati, anche se alcune porzioni anatomiche restavano in connessione; questo ha reso problematica l'investigazione dei medesimi ed a causa di ciò si sono incontrate diverse difficoltà nella determinazione del sesso. In base ai resti rinvenuti è stato possibile risalire al tipo di malattie da cui furono colpiti que  sti individui. Sono stati recuperati 14 individui adulti in connessione anatomica. L'analisi del materiale frammentario e mescolato ha mostrato che il         " numero minimo " di adulti è stato valutato sui femori destri per gli individui ad di sopra dei 2 anni, che risultano pari a 10.

Un ulteriore individuo, morto nel primo anno di vita, è stato invece identificato attraverso un omero destro. In totale è emerso che il " numero minimo " di individui inumati recuperato è di 40 unità, di cui 13 maschi, 16 femmine e 11 infanti. L'età media alla morte risulta negli adulti: 30 - 35 anni nei maschi e 20 - 25 nelle donne; la più bassa età di morte del sesso femminile, nei confronti del maschile, potrebbe essere posta in relazione con il rischio che comportavano le numerose gravidanze, spesso vicine temporalmente tra loro.

La percentuale di morti in età infantile è del 27,5%; le principali cause si manifestano dopo lo svezzamento, a causa delle difficoltà dovute al cambio di alimentazione e alla conseguente depressione delle difese immunitarie. Per coloro che superano questa fase si attenua il pericolo di mortalità, in relazione alle più che discrete condizioni di vita.

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