Karate

Rei & Yoi

indice articoli

1 IL RISPETTO E L'ATTENZIONE   2 L'ATTEGGIAMENTO... E LE CONVINZIONI      

3 -   4 -   5 -    6 -    7 --

Arti Disciplinari  Sport  Cultura  Formazione                   

di CARLO TOSTO  KARATE DO

LA MIA VIA NEL KARATE

"Il Karate inizia con il rispetto e finisce con il rispetto"

                                                                                                                 Gichin Funakoshi

1 IL RISPETTO E L'ATTENZIONE

Il Maestro Funakoshi diceva che “il Karate inizia con il rispetto e finisce con il rispetto”. Simbolicamente questo rispetto è rappresentato dall’inchino e dal saluto –  Rei – che si esegue all’inizio e alla fine della lezione, oppure all’inizio e alla fine di un kata o, ancora, all’inizio e alla fine del combattimento quando i concorrenti si salutano, inchinandosi reciprocamente. Il saluto ha certamente un significato filosofico, diretto al rispetto della vita generalmente considerata o di un altro uomo e, conseguentemente, ha un significato pratico, rivolto cioè a mettere in pratica il principio spiegato e a credere in esso. Si tratta, a ben vedere, ancora una volta di ricercare, di capire e di interiorizzare; insomma non si deve comprendere soltanto con l'intelletto, occorre applicare!

---

Yoi, invece, rappresenta la posizione di attenzione, di concentrazione (o attenzione focalizzata come ama chiamarla qualcuno), un’attenzione rivolta a se stessi e a ciò che ci circonda, mantenendo sempre vigile la presenza per essere pronti all’azione. Dal momento che anche Yoi diviene  necessariamente pratica continua, ciò comporta un mutamento nel modo di essere attenti, nel modo di prestare attenzione a se stessi e a tutto ciò che ci circonda (alla natura, agli altri esseri umani, alla vita, ecc.).

---

Rei e Yoi rappresentano il rispetto  profondo (quindi non solo formale), il rispetto che riesce ad evocare soltanto chi ha veramente capito lo spirito delle Arti Marziali. E vuole essere, non a caso, anche il titolo di questa parte della Rubrica, proprio per il forte fascino che il binomio spiegato emana... fonte inesauribile di ispirazione e di riflessione per il praticante di Arti Marziali lo conduce, presto o tardi, ad impegnarsi seriamente per custodire tutto ciò che è utile alla Vita (perché positivo e vitale per la Vita stessa). A custodirlo, però,  necessariamente, attraverso il rispetto e l'attenzione... e per sempre. E' significativo come uno degli insegnamenti della tradizione del Buddhismo Theravada sia quello di non fare volontariamente del male a nessun essere vivente. E' praticamente un vero e proprio esercizio nel quale il praticante si impegna a non danneggiare nessun essere, dal più piccolo al più grande. Così si inizia a riflettere e a controllarsi dall'uccidere il ragnetto domestico che s'è intrufolato in casa o la formichina che si aggira nella cucina in cerca di qualche briciola. Questo esercizio, che a prima vista può sembrare banale, non è per nulla facile e racchiude in sé l'essenza stessa del rispetto verso la Vita. La continua attenzione che richiede nei confronti degli altri esseri viventi ha una sola conseguenza: sviluppare il rispetto nei confronti della Vita e cambiare per sempre il modo di relazionarsi ad essa. Si tratta ancora, guarda caso, di attenzione... e, certamente, di rispetto, gli insormontabili pilastri che da sempre sostengono la Via.

torna all'indice

“Se nel nostro cuore si aggirano molti pensieri e desideri, ciò dipende unicamente dal fatto che manca un contenuto dominante. Se vi alloggiasse una idea dalla forza dirompente, non vi potrebbero perpetrare il loro gioco innumerevoli fantasmi”

                                                                                                                      Yoshida Kenko

2 L'ATTEGGIAMENTO... E LE CONVINZIONI

“E' compito dell'allievo tenersi pronto alla Via e creare in se stesso le premesse giuste che lo mettono in condizione di apprendere... L'apprendimento nel Budo consiste nella costante preoccupazione per la giusta condotta, grazie alla quale si rende possibile l'accesso ad esperienze superiori... L'individuo deve indagare in sé... Deve imparare a comprendere il concetto di vero apprendimento”.

Questi concetti, brillantemente espressi dal Maestro Werner Lind (nel libro: Budo – La Via Spirituale delle Arti Marziali; Ed. Mediterranee), ci esortano a ricercare, attraverso l'esperienza quotidiana, il “vero apprendimento”.

L'allievo deve creare le premesse giuste idonee all'apprendimento, ma come può riuscire a far ciò? A ben vedere l'indagine che un karateka compie su se stesso lo conduce a stretto contatto con i suoi limiti reali (che soltanto per comodità d'indagine scomporremo in limiti fisici, mentali ed emozionali) ma anche con le proprie capacità (ancora, per quanto detto, fisiche, mentali ed emozionali) e gli fornisce, proprio attraverso la comprensione delle giuste premesse che lo mettono in condizione di ben apprendere, la possibilità di rimuovere i limiti e di migliorare le qualità.

Eppure accade che allievi, non più alle prime armi, soggiacciono in una situazione che potremmo definire di “stallo” dalla quale, però, occorre necessariamente uscire. A volte sono le metodiche d'insegnamento a cui è sottoposto che conducono l'allievo verso una costante e permanente incertezza. Ma, ricordiamolo ancora, suo compito è quello di “tenersi pronto alla Via“, di “creare le premesse giuste che lo mettono in condizione di apprendere”  per accedere, così, ad esperienze via via superiori.

Chi pratica Karate, conosce bene una indiscutibile verità: l'importanza della pratica – o, meglio, la pratica per amor di pratica – che sola accresce esperienza e conoscenza. Nulla si ottiene senza una applicazione costante, seria e al tempo stesso serena. Il tempo non costituisce più un problema: quando il frutto è maturo cade dall'albero!

L'allievo che raggiunge questa consapevolezza (nelle convinzioni e, quindi, nell'atteggiamento) ha senz'altro sperimentato e accresciuto le proprie qualità fisiche, mentali ed emozionali. Queste sono andate via via affinandosi e, armonizzatesi in unità, vanno ora necessariamente apprezzate e custodite e, comunque, mai ignorate. Qualcuno ha parlato, riguardo questa consapevolezza individuale, di “scienza” del Karate. Di Arte e “scienza” insieme, anzi, che – integrandosi a vicenda e col giusto tempo – condurrebbero alla maestria: a quella conoscenza, cioè, riservata ai soli pochi Maestri iniziati. Non si può certamente dissentire dal considerare lo “studio” del Karate una  scienza, quando per scienza vuole intendersi la rappresentazione completa ed organica di un ordine di fatti in un ordine di cognizioni, ma riteniamo necessaria una premessa e, cioè, che questo   “studio” presenta caratteristiche e difficoltà davvero

particolari – si pensi già, a titolo d'esempio, alle divergenze d'interpretazione (e, quindi, di spiegazione), sussistenti anche tra autorevoli Maestri, riguardo ai movimenti e al significato dei kata – che portano necessariamente alla realizzazione di un'altra attività in larga parte creativa. Ecco allora che, in un attimo, dal campo della scienza si ritorna in quello dell'Arte (lì dove dimora la creatività), permettendoci così di concludere in tutta serenità che il Karate è davvero scienza ed Arte insieme.

Ma, rispetto a questo discorso, è necessaria un'altra precisazione giacché, trattandosi di un'attività principalmente motoria, il Karate non può definirsi una disciplina teorica, che mira cioè soltanto a scopi conoscitivi. La sua funzione è (da sempre) principalmente pratica, in quando proprio attraverso l'esperienza pratica offre numerosi strumenti per poter indagare su waza (forma degli esercizi: postura, posizione, movimento), shin (atteggiamento interiore) e ki (energia) e, quindi, in definitiva, sul corpo-mente-spirito. Questa funzione pratica del Karate non deve mai essere perduta di vista se si vuole che l'Arte del Karate non degeneri in ingiustificati formalismi (come già, purtroppo, molto spesso accade) e in insegnamenti che hanno poco a che fare con il Do (con la Via).

Certamente queste considerazioni critiche nascono dall'esperienza e dalle convinzioni personali di chi qui ora scrive, ma non possono considerarsi isolate ed oggi (come ieri, d'altronde) sono apprezzate, condivise e divulgate da numerosi Maestri e da Autori divenuti fonte d'ispirazione per numerosi insegnanti e allievi.

Ritengo, quindi, per ritornare al discorso iniziale sull'atteggiamento (... e sulle convinzioni), che il rispetto e l'umiltà non devono mai degenerare in sottomissione e insicurezza e che, proprio perché il Karate è principalmente un'attività pratica di tipo motorio, ognuno non dovrà mai rinnegare le proprie esperienze, quantunque esse siano messe in discussione da chicchessia. Queste esperienze rappresentano infatti la sua Via che potrà (rectius, che dovrà) essere sempre migliorata ma non rinnegata.

Perché, si badi bene, il Karate nasconde molte delle verità della Vita. Gli obbiettivi del c.d. Karate sportivo arrecano soddisfazione e appagamento ma nel Karate si tratta di sperimentare qualcosa di più vasto e di più profondo. Si dimentica forse che il Karate è prima di tutto Arte per ritrovare e conservare l'unità e l'armonia tra corpo, mente ed emozioni? Vogliamo, forse, una produzione di atleti in serie? Una formula “tutti uguali”? No, ciò che conta è l'originalità di ognuno che può (rectius, che deve) trovare espressione proprio in questa antica Arte.

Ogni sport, d'altronde, come osservano Jerry Lynch e Chungliang Al Huang, può avere queste caratteristiche: “Praticare uno sport – osservano i due Autori – può dunque permetterci di conseguire un nuovo livello di consapevolezza che trascende la prova in sé... Intuiamo così che si tratta di sperimentare qualcosa di ben più vasto e profondo e che dallo sforzo fisico potremmo trarre una gioia e un entusiasmo molto più grandi... In quest'ottica l'esercizio fisico diventa un mezzo per sperimentare potenzialità personali ben più ampie del semplice raggiungimento della forma atletica”.  

Non a caso i due Autori per consentire al lettore di ben individuare tale “nuovo livello di consapevolezza” ricorrono spesso agli antichi insegnamenti della filosofia orientale (di cui anche il Karate si compone) combinandoli insieme ai più moderni principi della psicologia sportiva.

Ma è necessario servirsi ancora delle parole di Jerry Linch e Chungliang Al Huang per spiegare bene questo concetto: “Quando si è sottoposti ad uno stimolo fisico – nello sport, durante l'allenamento, nella pratica delle arti marziali, nella danza o in altre forme di attività fisica – si aprono le vie di accesso al nostro io interiore, ai centri profondi della creatività e del pensiero; in questo stato mentale e fisico si è più sensibili alla crescita interiore e al cambiamento, più disponibili ad accettare come verità cose che prima avremmo considerato con sospetto e diffidenza” (da "Il Tao del corpo" di  Jerry Linch e Chungliang Al Huang – Ed. Mondadori).

E' inutile aggiungere che quando la nostra esperienza ci porta a sperimentare tali verità più nessun discorso (di nessun Maestro!) avrà alcun senso e valore se si discosterà significativamente dal Do, dalla Via della verità. Allora saremo certamente pronti ad intraprendere il nostro viaggio interiore – attraverso l'attività fisica – alla ricerca delle verità esistenziali che si nascondono in ognuno di noi.

D'altronde, non si può negare – ed ogni sportivo potrà confermarlo – che l'esperienza pura, assaporata nello sport, può essere trasbordata in altri campi della nostra vita, per trarne innumerevoli benefici e soddisfazioni.

Durante la pratica del vostro sport, dunque, prendetevi cura della vostra  performance psico-fisica (resistenza organica generale, coordinazione, destrezza, velocità, mobilità, concentrazione, autostima, determinazione, pazienza, perseveranza, costanza, passione, entusiasmo e coraggio) e sviluppatela mirando all'eccellenza. Non dimenticate mai che nello sport – come nella vita – gli obbiettivi e il percorso per raggiungerli hanno la stessa importanza. Non trascurate mai la qualità di questo percorso perché ne vale la qualità della vostra vita! E, soprattutto, credete in voi stessi e circondatevi di persone positive, che vi stimano e sono pronte a sostenervi nel viaggio che avete deciso di intraprendere.

Si tratta davvero – come sostengono i due Autori appena sopra citati – di conoscere noi stessi, i nostri ritmi personali, di sperimentare continuamente curiosità, eccitazione ed entusiasmo. Occorre, anzi, come già detto, utilizzare queste esperienze, vissute nello sport, anche nella vita di tutti i giorni, per poter realizzare le nostre idee originali, le nostre convinzioni (per difenderle, quando occorre, con il giusto atteggiamento) e conseguire, così, sulla strada dell'eccellenza, i nostri obiettivi nello sport e nella vita. “Dopotutto – per concludere con le parole di Jerry Lynch e Chungliang Al Huang –, lo sport è una buona metafora della vita, e anche la vita, sotto certi aspetti, può diventare uno sport”.  

torna all'indice

-

3 -  

torna all'indice

-

4 -

-

torna all'indice

-

5 - 

-                                                              

torna all'indice

-

6 -

-

torna all'indice

-                                                                                              

7 -

indice articoli

1 IL RISPETTO E L'ATTENZIONE   2 -   3 -  

 4 -   5 -    6 -    7 --

                                           Rei & Yoi