ambiente & storia

a cura di Vittorio Del Duca

Sezze, 28 novembre 2011
Rischio frane

L’Italia frana perché il 25 per cento delle campagne negli ultimi 50 anni sono state abbandonate o coperte dal cemento. I recenti fenomeni che hanno colpito un po’ tutto il territorio nazionale, ma che fortunatamente hanno risparmiato il nostro, non deve farci ritenere che viviamo in una sorta di paradiso immune da catastrofi. Vale perciò la pena di soffermarsi alla cronaca locale di oltre un secolo fa, all’autunno del 1909, quando Sezze e il suo territorio venne colpito da uno spaventoso e terribile nubifragio. E’ stato raccontato che l’acqua, con una furia inusitata, riuscì a staccare dei grossi macigni dalle pareti della Valle della Cunnula e a trasportarli a valle frammisti a fango e detrtiti nel torrente Brivolco, dove come una bomba distrussero l’antico ponte romano della via Setina, oltre al mulino ad acqua della famiglia Filigenzi, di cui ancora oggi si notano i resti. Il paese rimase isolato per diversi giorni, finchè non fu ricostruito il ponte. 

Ho sentito raccontare in famiglia, che alcuni buoi di mio nonno, impauriti dal nubifragio, riuscirono a rompere le recinzioni delle riserve e a mettersi in salvo raggiungendo le falde del Monte Antignana, dopo aver attraversato a nuoto diversi tratti impraticabili. I libri di storia locale narrano anche di un altro evento simile avvenuto il 31 Dicembre 1800, tre giorni dopo il terremoto che sconquassò Velletri e che fece tremare le nostre campagne e tutta la fascia dei Monti Lepini. . Non era ancora avvenuto il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, la pianura era palude, lo Scalo era pressoché disabitato, come pure la parte ad ovest del Ponte della Valle e perciò i danni furono piuttosto contenuti, ma l’economia setina subì un duro colpo, perché oltre ai seminativi e alle scorte di foraggi andò perduto per annegamento un grande patrimonio di bestiame bovino ed ovino. 

Il progressivo abbandono del territorio collinare e montano da parte dell’uomo , avvenuto negli ultimi 50 anni, il processo di urbanizzazione e di cementificazione selvaggia, sono fenomeni in grado di procurare oggi disastri ancora maggiori perché tutto ciò non è stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque. I cambiamenti climatici che si manifestano con un aumento della frequenza di eventi estremi, la maggiore intensità delle precipitazioni e la relativa impossibilità di assorbire l’enorme quantità di acqua che cade in pochi minuti, rappresenta un mix micidiale che impone una più attenta politica della prevenzione, capace di invertire una tendenza che sta mettendo a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese. 


Sezze, 7 novembre 2011
La Congiura degli schiavi cartaginesi a Setia

( Livio – Ab Urbe condita)
Le guerre puniche furono uno scontro gigantesco tra due grandi potenze: Roma e Cartagine. Roma era un città che si incamminava verso il dominio del mondo con il sacrificio, la collaborazione delle sue colonie e con il sangue dei suoi figli. Cartagine era una forte potenza marinara, aveva le sue mura presso le coste di Tunisi e da qui espandeva i suoi commerci in tutti gli scali del mediterraneo; il suo esercito era composto di mercenari, assoldati da gente ricca ed opulenta e affidato alle strategie di generali molto abili. Le guerre puniche furono le più lunghe della storia, durarono per oltre un secolo e coinvolsero le legioni delle colonie latine, tra cui Setia, che combatterono al fianco di quelle romane per tutto il tempo delle ostilità. 

Per combattere Cartagine, Roma dovette improvvisarsi potenza marinara ed inventò un nuovo modello di battaglia navale sul tipo di quella terrestre, in cui era insuperabile. Con questa strategia, nella prima guerra punica riuscì a sconfiggere la flotta cartaginese (242 a.C.) presso le isole Egadi, ma Cartagine disattese il trattato di pace con i Romani e tentò la riscossa con Annibale, il quale dopo aver espugnato Sagunto alleata di Roma nella Penisola Iberica, discese dalle Alpi ed inflisse notevoli perdite alle legioni romane al Ticino, al Trebbia e al Trasimeno, sino alla disastrosa battaglia di Canne, dove perirono quarantamila soldati romani. Il terrore subito per queste sconfitte fu immenso e ad inquietare gli animi con cattivi presagi si aggiunsero le superstizioni: furono viste statue sudare sangue, fulmini atterrare i simulacri degli dei, brillare due soli nella notte e nel cielo di Setia fu vista un’immensa fiaccola estendersi da oriente ad occidente. Ciò nonostante Roma non si dava per vinta e molte colonie, tra le quali Setia, esauste per le sconfitte patite, impaurite dalla continua perdita di vite umane e senza ricambi di uomini, fecero sapere al Senato romano che non sarebbero state più in grado di inviare nuovi soldati e mezzi alle legioni. Roma. 

Sempre secondo il racconto di Livio (1) Roma inviò ambasciatori presso le colonie ribelli perché fossero ammonite e non pregate; diciotto di esse furono recuperate, mentre dodici, tra cui Setia, si rifiutarono di obbedire. I Senatori proibirono allora che di queste non si facesse alcuna menzione e che i loro ambasciatori non fossero né trattenuti né licenziati e neppure fossero chiamati dai Consoli. Questo tacito castigo parve del tutto consono alla dignità del popolo romano, fu però solo provvisorio e dettato dalla prudenza imposta dal delicato momento, perché sei anni dopo, appena distrutta Cartagine (146 a.C.) Roma non esitò a vendicarsi delle colonie ribelli, imponendo loro una doppia contribuzione di uomini in quanto ripopolate da sei anni di riposo, mentre da ogni cittadino fu pretesa una gravosa tassa annuale pari ad un asse per ogni mille di proprietà. A Cartagine fu imposto dai vincitori romani il versamento di 50.000 scudi all’anno per cinquanta anni e, come garanzia dei pagamenti, furono tradotti a Roma numerosi ostaggi prelevati dalle famiglie cartaginesi più ricche ed illustri, con un seguito di schiavi e prigionieri di guerra a loro servizio, e per quello delle genti latine. Questi, non contenti di risiedere a Roma, furono successivamente trasferiti a Setia, Norba, Circei, Signia e Ferentino.
Mentre questi nobili ostaggi erano a Setia, i loro servitori insieme ad altri schiavi cartaginesi che erano stati acquistati dai Setini sul mercato di guerra per i lavori agricoli, pensando di essere numerosi e perciò forti, tentarono di organizzare una rivolta. Inviarono alcuni compagni a Norba e a Circei perchè informassero gli altri schiavi dell’aggressione da compiersi sui setini quando tra pochi giorni questi sarebbero stati intenti a compiere giuochi solenni nell’Anfiteatro, in onore di Ercole. Il piano era quello di irrompere nel paese, cogliere di sorpresa i setini e fare clamore con una strage di cittadini, quindi assalire Norba, liberarvi altri schiavi, crescere di numero ed unirsi a quelli di Circei, quindi imbarcarsi verso Cartagine. Nottetempo però, due schiavi accompagnati da un liberto si recarono frettolosamente a Roma per riferire al pretore Lucio Cornelio Merula il piano della rivolta forse perchè intimoriti da una probabile repressione oppure perchè ingolositi dal premio che avrebbero potuto ricavarne o per entrambe le cose. Il pretore, fece rinchiudere le spie ed avvertì immediatamente il Senato, che con seduta straordinaria lo autorizzò a recarsi a Setia in gran segreto, onde soffocare la rivolta. Merula, partito con cinque legati, strada facendo arruolò tutti coloro che trovava a lavorare nei campi, formò un esercito di duemila uomini e giunse alla volta di Setia senza che nessuno qui immaginasse la ragione del suo arrivo. Merula arrestò i capi della rivolta ma gli altri schiavi, vistosi scoperti, tentarono la fuga verso la campagna dove furono inseguiti dai soldati romani ed uccisi. 

Alcuni riuscirono a nascondersi e si rifugiarono a Preneste, “ senonchè neanche qui furono lungamente al sicuro, giacchè riferendosi poscia che Preneste doveva essere occupata dagli avanzi dell’esercito dei congiurati di Sezze, il pretore romano subito vi si recò, condannando a morte tutti gli schiavi sospetti di ribellione, che furono 500” (2) La congiura degli schiavi cartaginesi finì quindi nel nulla e ai due che avevano tradito fu data come premio la libertà e 25.000 assi ciascuno, mentre al liberto che li aveva accompagnati fu data una ricompensa di 100.000 assi. A Setia e alle altre colonie di custodia, fu ordinato di non permettere che gli ostaggi potessero uscire in pubblico e di rinchiudere i prigionieri nelle carceri con un ceppo al piede di peso non inferiore a dieci libbre (3). 
Note 
1 - Livio - Ab Urbe condita, libro XXVII capo X 
2 – V. Tufo – Storia antica di Sezze – Veroli 1908 
3 – Livio – Ab Urbe condita, libro XXXII capo XXVI


Sezze, 22 settembre 2011
Crudeltà di Sermoneta verso Sezze

Nell’anno 1499, era Signore di Sermoneta e Bassiano Giacomo Caetani. Sezzesi e Bassianesi avevano avuto alcuni diverbi in merito al pagamento di certe tasse, dalle quali i Bassianesi erano stati esentati con regolare sentenza. Sezze era sotto il diretto dominio della Chiesa, mentre Sermoneta e Bassiano pur facendo parte dello Stato Pontificio erano feudi della famiglia Caetani. I Sezzesi, a causa delle tasse protestarono energicamente, avvennero tafferugli e fatti di sangue. In Aprile, Bassianesi e Sermonetani protetti da Giacomo Caetani organizzarono delle rappresaglie nel territorio di Sezze, infersero ingenti danni alla pianura e ai monti e ruppero gli argini dei fiumi Puzza, Falcone e Fiumicello inondando vasti campi di frumento, orzo e legumi per un valore di 5.000 ducati. Distrussero a sud di Acquapuzza la Torre di Porto (Torre Petrata) uccidendo il castellano Zurino D’Andrea Rossi da Sezze e vi asportarono armi e munizioni per un valore di 2000 ducati. Era allora Papa lo spagnolo Alessandro IV Borgia, che si adoperò per mettere pace tra i due paesi, senza ben riuscirvi in verità, tant’é che appena un anno dopo, nel 1500, Semonetani e Bassianesi guidati da Giacomo Caetani e i Setini si scontrarono in battaglia nel campo delle Tartarelle. 

Per i nostri fu una vera e propria carneficina: perirono circa 600 uomini e numerosi innocenti, a quelli che cercavano di riscattare la vita col denaro e con implorazioni di pietà veniva risposto “Carne vogliamo, non denaro…” I Caetani posero poi delle sentinelle lungo le vie che conducevano a Roma perché la notizia della crudeltà efferata compiuta verso Sezze non giungesse al Governo Pontificio, ma papa Alessandro VI, nonostante ciò, fu egualmente informato e spedì il vescovo di Assisi, Geremia Volaterano, per appurare la verità ed agire di conseguenza. Poichè correva voce che i Caetani avevano al proprio servizio dei facinorosi, il Papa spedì assieme al suo rappresentante anche suo figlio Cesare Borgia, meglio conosciuto come Duca Valentino, con un esercito misto di italiani e francesi pronto ad intervenire qualora i Caetani avessero opposto resistenza. I fatti avvennero come previsto, anzi Giacomo Caetani all’ingiunzione di arrendersi rispose che era onorato di mantenere fede al giuramento di difendere i propri sudditi. Ci fu battaglia, le truppe del Duca Valentino si spinsero sotto le mura di Sermoneta. Sotto il tiro di due cannoni posizionati sul castello caddero 200 francesi, ma le truppe di Cesare Borgia riuscirono egualmente a sfondare la difesa e ad entrare in paese compiendo una strage. Giacomo Caetani tentò la fuga ma fu fatto prigioniero da un capitano francese che non lo aveva mai perso di vista, fu condotto a Roma e fatto morire in Castel S. Angelo, come sospetto di lesa maestà. Al fratello Guglielmo, che aveva combattuto con lui, fu usata clemenza e fatto fuggire alla corte di Mantova. 

La crudeltà e l’efferatezza compiuta dai Caetani verso Sezze, gettò il discredito su questa famiglia e fu di occasione al Borgia per cacciarli da tutti i loro feudi, compresi quelli di Norma, Maenza e Roccagorga appartenenti ad un altro ramo della famiglia Caetani. I feudi furono incamerati dallo Stato Pontificio. Non era mistero per nessuno che l’obiettivo dei Borgia era quello di sottrarre al potere clericale lo Stato Pontificio, farne uno stato laico posto sotto la loro influenza e dare così inizio ad una dinastia; in altri termini i Borgia intendevano secolarizzare lo Stato della Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo era necessario eliminare tutti gli ostacoli rappresentati dalle potenti famiglie che costituivano la nobiltà romana; oltre ai feudi della famiglia Caetani infatti, erano stati confiscati i possedimenti ai Savelli e ai Colonna e furono ridistribuiti tra i membri della famiglia Borgia: Giovanni, figlio di appena due anni dello stesso Papa, diventò Duca di Nepi; mentre Roderico, figlio di due anni di Lucrezia, divenne Duca di Sermoneta. La confisca dei feudi fu però di breve durata perché il 18 Agosto 1503 moriva Alessandro VI, seguito subito dopo per una strana coincidenza dal Duca Valentino, perito combattendo in Spagna. Il suo successore, Giulio II, reputando ingiusta la confisca dei feudi fatta ai Caetani, li reintegrò nei loro possessi. Guglielmo Caetani, ritornò a Sermoneta da Mantova con grande gioia di tutto il popolo che lo accolse festoso alla porta del paese con baci e abbracci.
Opere consultate: 1) - Caetani Gelasio, Domus Caietana. Stab. Tipografico Sancasciano Val di Pesa. Fratelli Stianti 1927 2)- Corradini Pietro Marcellino. Latium vetus. Pietro Gonzaga, Roma 1704-45 3)- Pantanelli P. Notizie storiche della terra di Sermoneta. Tipogr. Forzani e Comp. Roma 1909 4)- Saggi Annibale Gabriele dei Carmelitani, Norba e Norma. Traspontina Roma 1974 5)- Silvestrelli Giulio, Città, Castelli e terre della regione romana. Tipogr. Unione Arti Grafiche. Città di Castello 1914.

Nella cartina del 1357 sono rappresentate le province della Stato Pontificio di Campagna e Marittima. 

Campagna e Marittima, in latino Campaniæ Maritimæque provincia, è stata una divisione amministrativa dello Stato Pontificio, estesa, in origine, da Roma e Ostia Antica, poi dai Colli Albani, alla Valle del Liri e a Terracina. In cartografia è anche conosciuta come Campagna di Roma o Latium. Per un breve periodo nell'XV secolo la provincia era divisa amministrativamente in Campagna e Marittima. Terracina e Pontecorvo, seppur incluse nei limiti geografici campanini, avevano delegati pontifici che le governavano autonomamente per tutto il medioevo.


Sezze, 1 giugno 2011
Stracciebanne: un piccolo paradiso alle porte di Sezze

foto di Verusca De Angelis

Il luogo ed il nome sono poco conosciuti, ma in passato i monti di Stracciebanne, ad est di Monte Forcino, erano trafficati da pastori e boscaioli che, discendevano verso la Longara, provenienti da Campo Rosello, una località del Comune di Carpineto, oggetto di una antica contesa territoriale con Sezze. Infatti, lasciata “Stracciebanne” a quota 800 metri e salendo verso “Le Saliere” a 1100 m, in direzione di Campo Rosello, ci ritroviamo al confine con i Comuni di Bassiano e di Carpineto. Da questo punto, salendo ancora, è possibile raggiungere il Monte Semprevisa (m.1536), il più alto della catena dei Lepini. Stracciebanne deve probabilmente il suo nome alle pezze delle ciocie (le bànne) (1) che si ”stracciavano” impigliandosi negli sterpi o urtando le numerose pietre carsiche.
Il percorso del nostro Gruppo inizia alla Longara, in via Valle Grande a pochi passi dai dolmen (2) di Monte Forcino e dai resti di un piccolo villaggio di capanne di Valle Naforte, fatte di sassi e “stramma”. Queste capanne, che in passato costituivano le tipiche abitazioni di pastori e contadini, furono costruite all’inizio del Novecento da un tale Pasquale Guidi, proveniente da Carpineto Romano, che giungeva sin qui per il pascolo del bestiame (3). 
Lasciate le auto alla Longara, in via Valle Grande a quota 550 metri, ci inerpichiamo attraverso il sentiero di Stracciebanne che costeggia M. Rotondillo, tra boschi di lecci ed olmi, cespugli di rosa canina (3) qualche sparuta pianta di pungitopo e prati di ciclamini. Occorre procedere in fila indiana perché il sentiero è stretto, a tratti sconnesso e ostacolato da rami caduti a terra.. Alla nostra destra, “Valle Naforte” ci accompagna per tutto il percorso sino alla cima, a quota 800 metri, dove in una piccola spianata, oltre a godere di una magnifica veduta dell’agro pontino, vi sono resti di una capanna di pastori con a fianco un grosso ciliegio. Tane e tracce di animali selvatici sono abbastanza diffuse in tutta la zona e rivelano la presenza di lupi,volpi, lepri, cinghiali, martore, tassi, istrici, faine, donnole e persino di qualche gatto selvatico. L’avifauna comprende specie come il raro falco pellegrino, l’ùpupa, , il cucùlo (4), il gufo reale, la civetta, l’allocco, il barbagianni, il corvo imperiale, il gheppio, ecc. 
Attraverso il sentiero di Stracciebanne si dettero alla macchia famosi briganti come Domenico Regno di Bassiano, detto “Diciannove”, il re dei Monti Lepini nel 1814 -1815 , Pasquale Tambucci detto” il matto” che sequestrò il cavaliere Superio De Magistris e ne chiese il riscatto per ben due volte, la sezzese Arcangela Mazzella, che travestita da uomo si oppose fieramente al governo francese e all’albero della libertà issato alla piazza dei leoni. Fu catturata insieme al marito dopo una eroica resistenza sulla Semprevisa contro una guarnigione di francesi che la lasciarono morire in prigione.
Da quota 800 metri, dove abbiamo visto i resti della capanna, torniamo indietro incrociando lo stradone della forestale, che seguiamo fino a “Valle Tre Pozzi” tra i cavalli al pascolo, e ritorniamo al punto di partenza, un po’ stanchi per tre ore di cammino ma felici per avere scoperto un angolo di paradiso alle porte di casa nostra.
Note
1) - Le ciocie erano i tipici calzari di pastori e contadini, consistevano in un pezzo di cuoio che per mezzo di cordicelle chiamate corregge era unito in forma di coturno (calzare dei soldati romani) ad un pezzo di tela, che alcuni chiamavano pezze e altri banne (bende), che coprivano le gambe e il piede. Le ciocie hanno dato il nome all’ intera regione detta Ciociaria nel Frusinate.
2) - I dolmen sono tombe megalitiche preistoriche.
3) – Il Mondo di Suso – Atti del convegno per il 150° anniversario dell’erezione della Parrocchia di S. Francesco Saverio – Associazione culturale “Noi di Suso” – 1 Settembre 1991.
4) Questa pianta deve il nome canina a Plinio il Vecchio che affermava che un soldato romano fu guarito dalla rabbia con un decotto di radici. È l'antenata delle rose coltivate. 
5) Il cuculo è noto per la sua particolare caratteristica del parassitismo di cova. Esso consiste nel deporre il proprio uovo all'interno del nido di altri uccelli (una cinquantina di specie di Passeriformi). La femmina depone un solo uovo in ogni nido da aprile in poi per un totale di circa 15-20. Le uova somigliano molto a quelle della specie "ospite". Alla schiusa (che di norma avviene dopo circa 12 giorni), il piccolo del cuculo, con l'aiuto del dorso, si sbarazza delle altre uova presenti nel nido e non ancora schiuse, presentandosi quindi nel nido come l'unico ospite. I genitori adottivi vengono ingannati da questo comportamento e nutrono il cuculo come se fosse un proprio nidiaceo per 2-3 settimane. La prima osservazione di questo modo curioso di agire è riportata da Aristotele già 2300 anni fa.


Sezze, 24 maggio 2011
La "fonte della chitarra" e il canto del pastore innamorato
Una antica leggenda sezzese, si salva grazie al racconto di Marcello Battòcchio.
Dalla Pietra del Tesoro, percorrendo in direzione sud est un tratto di collina, piuttosto impervio, di circa 200 metri, tra arbusti, stramma, ulivi e mandorli, si giunge in una spianata detta “Casetta rotta” con a lato la “Fonte della Chitarra”, una roccia larga e squadrata con un curioso incavo a forma di chitarra, da cui si gode una bella veduta sulla pianura sottostante. Non è una fonte vera e propria, perché l’acqua non vi è mai scaturita, ma l’incavo a forma di chitarra costituisce, in una zona arida, una piccola riserva di acqua piovana in grado di dissetare la fauna del luogo tra una pioggia e l’altra. A pochi passi dalla fonte, una grotta carsica piuttosto umida, chiamata la “grotta della chitarra”, si dice forse con eccesso di fantasia, che prima di essere interrotta da una frana fosse abbastanza lunga da avere un’uscita dalla parte opposta. E’ da notare che nella zona a sud est dell’anfiteatro, sino alla “Sedia del papa” vi sono diverse grotte di questa tipologia, e nel Maggio del 1944, durante i bombardamenti degli Alleati, furono il rifugio di molti nostri concittadini sfollati dal paese. 
La “fonte della chitarra” è stata di ispirazione per un’antica leggenda che Marcello Battòcchio, proprietario dell’omonimo ristorante, ci ha raccontato per essergli stata tramandata dai nonni. Probabilmente, in passato questa “storia” dovette essere molto nota in paese, insieme alle altre che si usava raccontare accanto al camino, quando televisione e internet erano impensabili, e gli anziani sempre pronti ad inventare nuove storielle per appassionare i più giovani ed ingannare il tempo. E’ inutile cercare verità in questa leggenda, bisogna accettarla così come è, nel modo semplice in cui è stata raccontata per secoli, anche se è probabile che dei particolari siano andati perduti. 
Si dice che una volta il mare lambisse la collina di Sezze. Vicino al mare, ai piedi della collina, un pescatore aveva costruito la sua capanna dove abitava con la moglie ed i suoi figli, tra cui una bella fanciulla dagli occhi azzurri e dai capelli neri. Un pastorello, che ogni anno conduceva il suo gregge a pascolare nella collina, notò la ragazza mentre aiutava il padre a stendere le reti. Impressionato da tanta bellezza e animato dalla voglia di conoscerla, giorno dopo giorno si spostò con il gregge ai pascoli sottostanti in modo da potersi avvicinare alla ragazza. Tra i due nacque una storia d’amore, ma questa fu di breve durata, perché scoperti dal padre di lei, che non vedeva di buon occhio il matrimonio della figlia con un pastore, scacciò il giovane in malo modo respingendolo sull’alto della collina e proibì alla figlia di uscire dalla capanna. Il povero pastorello, non si perse d’animo e, seppure rassegnato a non dover più incontrare la ragazza, gridò forte al pescatore: “ Puoi impedire che io sposi tua figlia, ma non potrai mai impedire che io l’ami e che ogni giorno canti il mio amore per lei; sarà come sposarla ogni mattina ed averla sempre con me” Scavò così una chitarra nella pietra, e tutti i giorni, mentre pascolava il gregge, il suo canto d’amore errava nella collina fino a raggiungere la bella innamorata.
La chitarra, nella forma che conosciamo, è uno strumento che ha origini rinascimentali, pertanto questa storia, che potrebbe sembrare mitologica, non può essere in alcun modo anteriore al XIV secolo.


Sezze, 11 maggio 2011
Santa Parasceve tra storia, leggenda e fantasia
Il martirio di Santa Parasceve a Sezze sotto la prefettura di Asclepiades

In località Piagge Marine, dopo aver attraversato la parte ad est dell’Anfiteatro, su di un masso isolato alto m. 4,55, si trova, in riquadro, l’iscrizione sepolcrale corrosa del tempo, che ricorda C. Licinius Asclepiades Medicus, conosciuto anche come Asclepia o Asclepio, medico e prefetto dell’antica Setia (1). Più fonti (2) attestano che un personaggio con tale nome è stato prefetto della “città” in cui avvenne il martirio di Santa Parasceve, nel160 d.C. sotto l’impero di Antonino Pio, senza alcuna precisazione del nome della città. Secondo il Lombardini, (3) invece, tale città sarebbe Sezze, perché desunto da opere di “ bollandisti e scrittori degli atti dei martiri cristiani” che però hanno scritto molti secoli dopo il martirio (4), ed infatti definisce Paresceve “giovanetta setina”. Il luogo del sepolcro di Asclepio fu chiamato dal popolo “la prèta glì trasòro” (pietra del tesoro) forse perché, come afferma lo stesso Lombardini (op. cit), “la tomba devastata e frugata abbia accreditata la credenza, o per l’iscrizione, che per il volgo ha un significato arcano”. 

La pietra del tesoro
Riguardo al personaggio, lo stesso autore ribadisce: “questo eccentrico Asclepiade, senza tema di errare, ritengo sia esistito ai tempi di Antonino Pio, nei quali a ciascuna città fu addetto un maggiore o minor numero di medici secondo il bisogno, eletti e stipendiati dalla città stessa.” Non esistono però fondamenti certi che l’iscrizione sepolcrale sia del II secolo dopo Cristo, cioè del tempo di Antonino Pio, perché l’Armstrong (1) la farebbe risalire al periodo repubblicano a causa del carattere delle lettere, ma in questo caso si tratterebbe di un altro prefetto con identico nome. Coincidenza veramente singolare, per quanto inverosimile, considerando i tre nomi di Asclepio! Tanto meno possiamo spostare l’epoca del martirio di Santa Parasceve, perché tutte le fonti sono concordi nell’affermare che avvenne sotto l’impero di Antonino Pio. Non esistono neanche fondamenti certi che Santa Parasceve fosse setina, o che la sua famiglia possedesse dei beni a Sezze ed infatti diverse città del sud ne rivendicano la cittadinanza, soprattutto Locri, il paese natale del padre, ma la maggior parte delle fonti concordano sulla sua nascita a Roma, nel II secolo d.C. Sappiamo per certo che santa Parasceve venne al mondo all’epoca dell’imperatore Adriano, da ricchi genitori cristiani, Agatone da Locri ed Ippolita, che ne avevano ottenuto la nascita con le preghiere, dopo 35 anni di matrimonio. Alla loro morte Parasceve vendette i beni ereditati e distribuì il ricavato ai poveri; si ritirò in preghiera in un convento di Roma, che dopo qualche anno lasciò per predicare pubblicamente la dottrina cristiana. 

La predicazione della dottrina da parte di una donna, per giunta contraria a quella impartita dalla religione ufficiale, provocò l’ira dei giudei che la denunciarono all’imperatore Antonino Pio. Da questo momento iniziano le sue persecuzioni, ma anche le vicende miracolose e leggendarie che segnarono la vita della santa. L’imperatore, per punirla, fa riscaldare sulla fiamma, fino a renderlo incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le pongono sul capo, senza provocarle alcun danno. In molti, vedendo questo prodigio si convertono. Riportata in prigione, un angelo la libera dalle catene, ma ricondotta dall’imperatore viene appesa per i capelli mentre i carnefici ne tormentano il corpo con fiaccole accese, sempre senza provocarle alcun dolore. Così viene preparato un gran pentolone pieno d’olio e pece bollente in cui viene fatta immergere, ma rimanendo indenne alla tortura, Parasceve spruzza questo liquido bollente sugli occhi dell’imperatore Antonino, che poi ella stessa guarirà dalle piaghe. L’imperatore, visto il prodigio, si converte al cristianesimo e si fa battezzare (5). Nelle more delle sue predicazioni, giunse “in una città” che secondo il Lombardini sarebbe Setia, dove era prefetto un certo Asclepia o Asclepiades (6), che la interroga sulla sua religione e rimanendo turbato dalle sue risposte, la fa condurre fuori dalla città in una grotta abitata da un terribile drago. La santa traccia un piccolo segno di croce e la bestia ruggendo si squarta in due: a questa vista Asclepio ed altri testimoni si convertono e vengono da questa battezzati.

Santa Paresceve e Porta Pascibella in una tavola del Corradini

Se l’incontro di Parasceve con l’Asclepio setino fosse autentico, non avrebbe trovato luoghi migliori di Sezze, soprattutto se immaginiamo che costui, una volta convertito alla religione cristiana, avrebbe potuto manifestare il desiderio di essere sepolto là dove aveva assistito al prodigio della santa, cioè in quel masso isolato, misterioso e leggendario che il popolo chiamerà la “pietra del tesoro”. Se così fosse stato, a pochi passi dalla pietra del tesoro esistono delle grotte carsiche (7) capaci di aver evocato nell’immaginario del popolo, fantasie e leggende come quella del drago: la bestia mostruosa ed orrenda, simbolo del male, che nelle antiche leggende ricorre sovente come guardiana di presunti tesori. Così è, ad esempio e tanto per rimanere a Setia, nella storia di Giasone ed il vello d’oro, raccontata nelle “Argonautiche” dal setino Caio Valerio Flacco. Parasceve continuò le sue predicazioni e giunge ancora “in altra città” governata da un “tale Taresio”, che la fece decapitare dopo altri supplizi, per aver ingiuriato Apollo davanti al suo tempio. Su questo tempio i cristiani eressero in seguito la chiesa ad essa dedicata. Alcuni fatti veri, soprattutto la presenza nell’antica Setia di un prefetto di nome Asclepio, la chiesa di S. Parasceve costruita sul tempio di Apollo (8) ed altri fatti immaginari potrebbero accreditare Sezze come la misteriosa “altra città". Manca però un governatore di nome Taresio e tanto meno abbiamo elementi per affermare che si sia trattato di uno pseudonimo di Asclepio. Il nome Taresio nella storia è molto vago, appare errato oppure come storpiazione di L. Taurio, un personaggio esistito al tempo della guerre civili di Roma e anteriore alla grande battaglia di Azio del 31 a. C. (9). 

La grotta di Fonte della Chitarra a pochi passi dalla tomba di Asclepiades 
Anche la vita della Santa è avvolta dal mistero, essa è stata oggetto di non meno di quindici “passiones” e di un “elogio” riportati in manoscritti , quasi tutti anonimi, redatti tra l’XI e il XVI secolo; i maggiori particolari sulla sua storia sono stati ricavati dall’elogio scritto da Giorgio Acropolita nel sec. XVI. Il culto di santa Parasceve, chiamata anche santa Venera o santa Veneranda, è stato di grande popolarità in epoca medioevale in tutto il centro sud e ciò spiegherebbe la costruzione a Sezze della chiesa ad essa dedicata, risalente al XI secolo, anche se sembra esiguo o inesistente il numero dei devoti che ha voluto assumerne il nome, al pari degli altri santi. Per gli studiosi di avvenimenti sacri (10) due particolari, tra gli altri, risultano del tutto inverosimili: l'esistenza di un monastero femminile a Roma nella seconda metà del sec. II, e la pubblica predicazione del Vangelo ad opera di una fanciulla, cosa discordante coi costumi dell'epoca e contraria al divieto fatto da S. Paolo alle donne di predicare la parola di Dio. 

Note
1)- L’iscrizione sepolcrale è riportata da F. Lombardini -Storia di Sezze – Velletri 1909 , Editrice Lizzini , da Armstrong H.H. -Topographical Studies at Setia in American Journal of Archaeology, XIX, 1915 che la fa risalire al periodo repubblicano per lo stile delle lettere e più recentemente da L. Zaccheo – F. Pasquali Sezze, Guida all’Antiquarium e ai maggiori Monumenti- Angeletti Editore, 1970 
2)- Codice Ambrosiano P 210, in AA.VV., Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII della Pontificia
Università Lateranense, Vol. X, par. 328/331- Città Nuova Ed., Roma 1982. 3) F. Lombardini- Storia di Sezze, pag 37- Velletri 1909, Casa Editrice Lizzini 4) Il Lombardini nella nota 42 della Storia di Sezze afferma di aver tratto notizie del martirio di Santa Paresceve da Martyrol.S.R.E. Mediolani 1578 e da De Natali ….. passa est sub Asclepio praeside. 
5)- A. Montesanti – Tra mare e terra- Edizioni Fegica- 1999 
6) - Codice Ambrosiano P 210, in AA.VV., Bibliotheca Sanctorum, Ist. Giovanni XXIII della Pontificia
Università Lateranense, Vol. X, par. 328/331- Città Nuova Ed., Roma 1982. 7) – Una di queste grotte si trova a pochi passi dalla tomba di Asclepiades, procedendo in direzione sud est nei pressi della “Fonte della Chitarra”. Altre grotte carsiche si trovano poco distanti dalle tre croci dell’Anfiteatro e a sud ovest di queste. 8)- Che il tempio di Apollo fosse esistito a Porta Pascibella , dove si trova attualmente la chiesa di S.Paresceve, viene riportato dal Cardinale Pietro Marcellino Corradini in “De civitate et Ecclesia setina”, Romae 1702 e da V. Tufo “Storia Antica di Sezze”- Veroli, Tipografia Reali, 1908 che citano il rinvenimento in loco di una iscrizione attestante un restauro del tempio di Apollo ad opera di L.Aninius L. F.Capra IIII, un personaggio della colonia romana di Setia. 9) – Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Tomo VI – Roma - Stamperia della R.C.A. 1835 
10) – Centro Studi San Carlo da Sezze – sito internet .

Un ringraziamento particolare agli amici Fabrizio Paladinelli Presidente dell’Associazione culturale Il Cammino e Vittorio Borsi  Presidente dell’Associazione culturale Buna seara Romania, che dopo giorni di ricerca e di fatiche, lavorando sul terreno roccioso e sconnesso dell’Anfiteatro, hanno rinvenuto la Pietra del Tesoro, nascosta tra i rovi e  l’hanno ripulita. Grazie alla loro opera è stato possibile fotografarla.

Oggi la più antica chiesa di Sezze è coperta dalle auto in sosta, in un luogo (Porta Pacis Belli) dove per secoli sono stati sanciti gli atti più importanti per la città e dove i sezzesi accoglievano il nuovo vescovo.


Sezze, 13 marzo 2011

150° Anniversario dell'Unità d'Italia
Una storia di briganti e di bovari per l’annessione plebiscitaria dello Stato Pontificio
Dopo la caduta della piazzaforte borbonica di Gaeta e l’annessione del Regno di Napoli, il 17 marzo1861 Vittorio Emanuele II veniva proclamato re d’Italia. L’unificazione non era però ancora completa e al nuovo Regno mancavano il Veneto, ancora in mano austriaca, e ciò che restava dello Stato Pontificio, vale a dire l’odierno Lazio con esclusione della sua parte meridionale con le isole ponziane (annesse con il Regno di Napoli) e della provincia di Rieti (annessa nel 1860 insieme a buona parte dei territori dello Stato Pontificio). Lo Stato Pontificio del Lazio, che ovviamente comprendeva anche Sezze, venne annesso solo nove anni più tardi e precisamente il 20 Settembre 1870 con la Breccia di Porta Pia

Tutte le annessioni dei vecchi Stati al nuovo Regno, avvennero attraverso plebisciti o referendum secondo le regole di casa Savoia, sia per sancire e giustificare con il consenso popolare annessioni avvenute con le armi, sia per evitare in futuro eventuali contestazioni giuridiche. Il plebiscito di annessione di Roma e del Lazio fu indetto per il 2 Ottobre 1870, a soli dodici giorni dalla presa di Roma. Non tutti i cittadini avevano facoltà di accedere al voto ma solo il ceto abbiente, borghese e nobiliare, quindi ai plebisciti partecipò mediamente l’1,8% della popolazione. Le masse contadine, quasi del tutto analfabete, ne rimasero fuori. Per l’annessione di Roma e del Lazio gli iscritti al voto furono 167.548, i votanti 135.188, i favorevoli 133.681 ed i contrari 1.507. Il quesito plebiscitario era il seguente: “ Vogliamo la nostra unione al Regno d'Italia, sotto il governo del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori “; al quesito si poteva rispondere con “si” o “no”. 

Nonostante il brevissimo tempo intercorso tra la presa di Roma ed il plebiscito, e nonostante la bassissima percentuale degli aventi diritto al voto, vi fu una capillare “campagna elettorale” in favore del “si”, con tutti i mezzi di comunicazione allora disponibili. Singolare è a tal proposito il mezzo di comunicazione in uso a Sezze tra i “camperi” (1) come ebbe modo di raccontare mio padre in occasione del centenario dell’Unità d’Italia. Raccontava che il mio bisnonno Vincenzo Del Duca ed il fratello Ignazio, conosciuto in paese come “Gnazzio gli’abbate” per la sua figura imponente e per la barba lunga e folta, in un pomeriggio di fine Settembre 1870 tornavano in paese dalla loro lestra (2) nella palude pontina, sita nei pressi del canale Rio Martino, tra la Macchia di Bassiano e la Macchia Caserta. I due fratelli, che appartenevano alla categoria agricola dei “bovari” (3) andavano a cavallo con i classici abiti da buttero. 

Sul cappello avevano appuntato, come tutti i “campéri”di Sezze in quel particolare momento storico, una targhetta di rame di pregevole fattura recante la scritta “SI” che i “callarari”(3) setini stavano forgiando e vendendo in grandi quantità per la “campagna elettorale” di annessione. C’è chi dice che i plebisciti ed i loro risultati furono solo una burla, ma come spiegare a Sezze il forte consenso popolare all’Unità d’Italia? 

Al loro seguito, i due Del Duca portavano un asino con una soma di legna da ardere, abbastanza pesante. La povera bestia avanzava piuttosto speditamente, ma attraversando un tratto di palude dal fondo melmoso, rimase impantanata senza poter muovere più le zampe. Ignazio scese da cavallo, appese giacca e cappello ad un ramo, si infilò sotto il ventre dell’asino e aiutandosi con le spalle e le braccia sollevò l’animale con tutta la soma, fino a liberarlo da quel pantano. In quel preciso istante passarono tre uomini a cavallo il cui abbigliamento non dava adito a dubbi: si trattava di briganti. 

Incutevano terrore al solo vederli, ma i due fratelli non si scomposero. I briganti indossavano le ciocie ai piedi, i calzoni di fustagno a gamba, la giubba con il panciotto, il mantello a ruota ed un cappello a punta alla calabrese, ornato di spille con immagini sacre e con nastri variopinti. Avevano combattuto al soldo di Franceschiello (Francesco II di Borbone) durante l’assedio di Gaeta e, dopo la disfatta, erano tornati alla macchia tra Priverno, Sonnino e Terracina dove ristabilirono il covo nella ex zona franca, una fascia larga diversi chilometri situata ai confini con l’ex Regno di Napoli. Avere il covo in una zona franca significava avere un riparo sicuro alle loro malefatte, sia che fossero stati inseguiti dalle guardie papaline dello Stato Pontificio, i cosiddetti Cacciatori o Centurioni, sia da quelle borboniche del Regno di Napoli. I briganti, se in quel momento avevano in animo di compiere qualche malefatta ai danni dei due fratelli, impressionati da quella involontaria ostentazione di forza, se ne astennero, anzi non mostrarono affatto intenzioni malvagie ma solo grande curiosità per la targhetta con il “si” che avevano notata sui cappelli dei due. 

Quando fu loro spiegato il significato, il capobanda rispose: “ La volemo portà pure nòantri, ma sémo sette, se ce le procurate avete la parola nostra che nessuno oserà più rubarvi il bestiame.” Così Vincenzo e Ignazio, che avevano diversi beni al sole, per non inimicarseli presero l’impegno che, una volta giunti a Sezze, avrebbero reperito le targhette ma le avrebbero consegnate non prima di quattro giorni, quando cioè uno di loro o entrambi sarebbero tornati in palude. I briganti passarono nella lestra dei Del Duca dopo cinque giorni, quando il plebiscito era ormai concluso, ma mostrarono egualmente grande gradimento per quelle targhette, quasi fossero stati degli scudetti della squadra del cuore, e le portarono appuntate al cappello per diversi anni come pure molti “camperi” di Sezze. Tante le speranze e tanta la fiducia riposta nel nuovo Regno!
Note:
1)- I campèri, come dice la parola stessa, erano coloro che coltivavano i campi, spesso servendosi di manodopera e spesso lavorandovi essi stessi come bovari (aravano il terreno con i buoi). Erano gli antesignani dei moderni imprenditori agricoli. Nell’agro pontino romano venivano anche chiamati “mercanti di campagna” perché affittavano dai latifondisti intere tenute per la coltivazione dei cereali o per l’allevamento del bestiame e vi praticavano le industrie agrarie (latticini, formaggi, ecc.)
2)- Le ” lestre” erano piccoli appezzamenti di terreno all’interno della palude pontina, privi di alberi, recintati e messi al pascolo. Venivano realizzate nelle zone meno depresse della palude e al loro interno, oltre agli animali, si trovavano uno o più gruppi di capanne ma anche le “logge”, autentiche palafitte. Nelle capanne abitavano allevatori, pastori, carbonari, pescatori, “utteri” addetti al bestiame, ecc. Le “lestre” prendevano il nome dalla toponomastica dei luoghi ma anche dai loro proprietari ; ad esse si accedeva attraverso lunghi sentieri, all’interno della macchia selvaggia, noti solo a gente pratica della palude. In tempi più recenti per “lestra” si intendeva anche un raggruppamento o un villaggio di capanne fuori della palude ( es. lestra della Fontana Acquaviva).
3)- I bovari, come già detto, possedevano una o più coppie di buoi per i lavori agricoli, generalmente da aggiogare all’aratro. Sovente avevano alle dipendenze degli operai specializzati in aratura, chiamati “bifolchi”. Una “uetta” di buoi (coppia di buoi maschi castrati aggiogati all’aratro) costituiva un grande capitale, paragonabile oggi ad almeno due tir di grosse dimensioni. Erano, quindi veramente pochi quelli che potevano permettersi questo mestiere, peraltro molto ambito, non solo perché rendeva tantissimo economicamente,ma anche per la stima ed il prestigio che “i bovari” godevano nella società.
4)- I “callaràri” o “calderàri” erano artigiani che producevano e riparavano “le callàre” (caldaie), una sorta di enormi pentoloni in rame, usate per scaldare l’acqua o per cucinare. I callaràri costruivano pure “le stagne” e tegami come “ la sartagna” e “gli sartagniglio” oltre ai “ conconi ” recipienti in rame usati dalle donne per prendere l’acqua alle fontane, ed altri oggetti in rame come “scolamaregli” (mestoli usati soprattutto per prelevare l’acqua dai conconi) bracieri, candelabri, ecc. Riparavano pure le casseruole in alluminio. I recipienti di rame, prima di essere adoperati ad uso alimentare, dovevano essere “stagnati” cioè rivestiti nella parte interna con uno strato di stagno, altrimenti potevano risultare tossici a causa della formazione di ossido di rame. Per tale motivo, oltre alle officine dei “callaràri” esistevano quelle degli “stagnari” o “stagnini” e numerosi ambulanti zingari che, periodicamente ma soprattutto in occasione delle fiere, giungevano a Sezze.

Il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º Bersaglieri, colpito a morte durante la presa di Porta Pia


Sezze, 25 giuno 2007
Festa della Madonna del Carmine a San Lorenzo

<<Antica Parrocchia di Sezze>>  

articolo di Patrizia Ricci

Nella liturgia cattolica, il 16 Luglio ricorre la festività della Beata Vergine del Carmelo. La parrocchia di San Lorenzo, oggi confluita in quella di Santa Maria, suole rendere omaggio alla Vergine, con un triduo di preghiere e una processione lungo le vie del paese. Ci piace raccontare quanto avveniva di questa festa, intorno agli anni ’60.

Qualche giorno prima del triduo, nei vicoli che si affacciano sulla via Grande o via San Carlo e che si immettono  su piazza San Lorenzo, c’era un gran fermento. A iniziare da vicolo del Sospiro, vicolo della Torricella, dell’Arpia,vicolo Marte, Apollo, Saturno, fino a vicolo Dante, era una corsa, ma senza affanno, ai preparativi; si trattava di addobbare “le strette” per quando sarebbe   passata  la Madonna” in processione. Le bambine, su commissione delle madri, raccoglievano 50 o 100 lire per famiglia e andavano da Antonio di Gerardo (negozio di Sali e Tabacchi ai  Quattro Cantoni ) o da Valeria Cingolotto (negozio di merceria di fronte a piazza delle Erbe) per comperare la carta velina colorata, che sarebbe servita per farne bandiere e archi. Nel frattempo, gruppi di ragazze si recavano a piedi a Suso, nelle vigne padronali dei Mercuri, Baldassarini e Pietrosanti, per raccogliere grandi fascine di bosso( bussolo in dialetto) , con cui si facevano gli archi principali, da piazzare all’ingresso delle “strette”. Per l’illuminazione, si chiamava ‘Dmondo (Edmondo), marito di Tomassina l’infermiera di vicolo dell’Arpia, il quale con santa pazienza  (doveva arginare i continui consigli delle anziane che gli si raccomandavano di non prendere “la scossa, ca se no ci fai aricordà la perdiscione” ) installava un

lungo filo elettrico al centro del vicolo, a cui agganciava delle semplici lampadine di vetro bianco, che restavano accese tutta la notte. Mentre  Dmondo preparava le luci, le “intagliatrici” si preparavano al taglio delle bandiere. Ogni stretta aveva la propria: nel vicolo del Sospiro c’era Filomena Tassi, in quello della Torricella  Angelina, la moglie di Farza il sarto, in quello dell’Arpia zia Federica Damiani, in vicolo Apollo Nuccia l’artista, nei vicoli Saturno, Marte e Dante, c’era Teresa Fontana o Teresa Ciomma, tutte donne dotate di fine creatività ed eccellenti nell’arte dell’intaglio. La tecnica applicata consisteva nel piegare il foglio in quattro parti, con le forbici se ne smerlava il bordo e se ne ritagliava  il centro con  simboli religiosi: croci, calici con ostia, madonnine, cuori ecc. Gli archi di carta e di bosso erano più elaborati e richiedevano più tempo; le ragazze preparavano quelli di bosso,mentre le intagliatrici quelli di carta bicolore,( bianco e rosa e bianco e celeste):

Nel pomeriggio, tutte le vicine e i bambini, si mettevano all’opera:chi scendeva le sedie, chi lo spago, chi la colla fatta con farina cotta nell’acqua, chi i chiodi, il martello, la scala. Si disponevano le sedie a distanza, secondo la larghezza del vicolo e si legavano i fili di spago sugli schienali. Le madri,su un vecchio tavolino, spalmavano la colla sul bordo delle bandiere quindi le passavano alle altre che, le attaccavano sui fili; man mano che i fili erano pronti, la più agile fra le vicine, saliva sulla scala e con chiodi e martello, li fissava sui muri. 

Le anziane, restavano a guardare sedute e di tanto in tanto riprendevano le bambine”Arigazzì, araddrizza quella biandera (metàtesi) ca sta storta”. Anche loro erano utili. Alla fine dei lavori, si raccoglievano i soldi per  il gelato da acquistare  al bar di Buzzichetto; erano coni-gelato che venivano incartati e portati di corsa,altrimenti si sarebbero “squagliati”, alle mamme e alle nonne. Il giorno dopo, tutte tornavano a sedersi nel vicolo, compiaciute,; ora, si trattava di fare “la guardia” alle bandiere, qualora qualche bambino malintenzionato avesse avuto voglia di strapparle per portarsele a casa; perfino gli uomini, che il giorno dopo si dovevano alzare presto per il lavoro, si intrattenevano fino a tardi, a parlare.

Il 16 Luglio, con gli abiti nuovi e qualche gioiello, dopo aver assisito alla Messa, le “Santalorenzane”, con i ceri accesi in mano, si ordinavano in fila e partecipavano alla processione. La statua della Madonna del Carmine, con lo scapolare sul braccio, veniva ornata con catene e bracciali d’oro. I parroci di turno, don Lionello Ricci o don Francesco Pontecorvi, guidavano il corteo. C’era anche la banda musicale che, non sempre però eseguiva i brani conosciuti e le donne,  durante la processione,sottovoce, protestavano. Al rientro, si sostava sulla piazza  dove il parroco, impartiva la benedizione. La sera, di nuovo tutti si ritrovavano nei vicoli. Non si faceva più la guardia alle bandiere, i bambini potevano prenderle e giocarci.


Sezze, 13 maggio 2007
Dedicato alla festa della mamma

<<Il Rosario a Casal Bruciato>>  

articolo di Patrizia Ricci

Il ricordo di una fedele, oggi parrocchiana della Cattedrale di S. Maria, ci riporta indietro nel tempo; siamo negli anni ‘50, quando nella zona di confine con il Comune di Pontinia, detta Casal Bruciato o Migliara 47, durante il mese di Maggio, per onorare la Madonna del Santo Rosario, gli agricoltori solevano portare una piccola statua mariana, di casolare in casolare, per una sosta di uno o due giorni e offrire così, oltre che un momento di  preghiera, anche un momento di aggregazione  alle persone dei campi, che vivevano lontane le une dalle altre. Il parroco che officiava era padre Gaetano, della parrocchia di Pontinia che raggiungeva le campagne in un primo momento in bicicletta, successivamente in “Gilera”. Padre Gaetano era un uomo sulla quarantina, piuttosto alto, dagli occhi vivaci e con l’accento del Nord; era assistito dal sagrestano Pio e dal chierichetto Firmino, figlio di Polda, una contadina veneta scesa nella nostra campagna dopo la Bonifica;  il parroco vestiva la tunica nera, lunga, volgarmente “zamara”, quella dai cento bottoni e in testa un copricapo nero, a falda larga che gli conferiva autorevolezza e sacralità; padre Gaetano era molto solerte e in occasione di questa ricorrenza, dopo aver consegnato ai fedeli un opuscolo o canzoniere soleva ripetere loro con zelo : ”Se non mi riconsegnerete il canzoniere, domani mi porterete dodici uova fresche”; era, questo, un espediente per evitare un eventuale smarrimento o negligenza, in quei tempi, molto difficile da perdonare.

Le famiglie della campagna, dopo avergli chiesto la sosta della statua della Madonna nella propria aia o in una stanza del casolare, preparavano un piccolo altare, ornato di tovaglie umili ma ricco di profumatissime rose;  il sagrestano Pio pensava poi ad accendere le candele, a preparare l’incenso e la “bussola”; guidati dal prete, i fedeli secondo il proprio latino, recitavano il Santo Rosario, a cui seguiva la Messa,  in latino ufficiale; non era raro sentire la voce di qualche madre che invocava la grazia per il figlio malato o in preda alla ancora febbre malarica. Tutti rabbrividivano.  Prima dell’offertorio, il sagrestano Pio passava fra i fedeli con la bussola, fatta di un’asta di legno alla cui estremità era legato un sacchetto di cotone o tela di sacco, un po consunta . Tutti mettevano qualcosa, una lira, due lire, che servivano a comperare i ceri e l’incenso. La fede era tanta e sincera, la devozione forte e tenace. Frotte di bambini e ragazzi animavano la processione che si snodava da un casale all’altro; era anche questo, un momento che permetteva ai giovani di conoscersi e di scegliere il marito o la moglie. I volti dei contadini erano bruciati dal sole, rughe profonde solcavano quello degli anziani che, seduti nell’aia, aspettavano; le donne coprivano il capo con fazzoletti di cotone, le più benestanti con veli neri, tutte rigorosamente vestite con abiti ampi ed abbottonati. Alla fine della messa, la piccola statua veniva presa in braccio da un fedele e portata in processione fino al casale che l’avrebbe ospitata per il giorno successivo; durante il percorso, su strade fatte di ghiaia e buche, e ornate da pioppi silenziosi, si cantava “Bella tu se’qual sole, chiara più della luna, e le stelle più belle non son belle al par di te”.

Si tornava a casa sereni con l’animo in pace, i giovani, ansiosi di incontrare il giorno dopo, la ragazza o il ragazzo che con gli occhi avevano incrociato. Il 31 Maggio, la piccola statua veniva riposta in una nicchia della chiesetta di Casal Bruciato.

a cura di Vittorio Del Duca