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Sezze,
25 giudno 2007
Festa
della Madonna del Carmine a San Lorenzo
<<Antica
Parrocchia di Sezze>>
Nella
liturgia cattolica, il 16 Luglio ricorre la festività della Beata
Vergine del Carmelo. La parrocchia di San
Lorenzo, oggi confluita in quella di Santa Maria, suole rendere omaggio
alla Vergine, con un triduo di preghiere e una
processione lungo le vie del paese. Ci
piace raccontare quanto avveniva di questa festa, intorno agli anni
’60.
Qualche
giorno prima del triduo, nei vicoli che si affacciano sulla via Grande o
via San Carlo e che si immettono
su piazza San Lorenzo, c’era un gran fermento. A
iniziare da vicolo del Sospiro, vicolo della Torricella,
dell’Arpia,vicolo Marte, Apollo, Saturno, fino
a vicolo Dante, era una corsa, ma senza affanno, ai preparativi; si
trattava di addobbare “le strette”
per quando sarebbe “
passata la Madonna”
in processione. Le bambine, su commissione
delle madri, raccoglievano 50 o 100 lire per famiglia e andavano da
Antonio di Gerardo (negozio di Sali e Tabacchi ai
Quattro Cantoni ) o da Valeria Cingolotto (negozio di merceria di
fronte a piazza delle Erbe) per comperare la carta velina colorata, che
sarebbe servita per farne bandiere e archi. Nel
frattempo, gruppi di ragazze si recavano a piedi a Suso, nelle vigne
padronali dei Mercuri, Baldassarini e Pietrosanti, per raccogliere
grandi fascine di bosso( bussolo in dialetto) , con cui si facevano gli
archi principali, da piazzare all’ingresso delle “strette”.
Per l’illuminazione, si chiamava ‘Dmondo
(Edmondo), marito di Tomassina l’infermiera di vicolo dell’Arpia, il
quale con santa pazienza (doveva
arginare i continui consigli delle anziane che gli si raccomandavano di
non prendere “la scossa, ca se no ci fai aricordà la perdiscione” )
installava un
lungo
filo elettrico al centro del vicolo, a cui agganciava delle semplici
lampadine di vetro bianco, che restavano accese tutta la notte. Mentre
Dmondo preparava le luci, le “intagliatrici” si preparavano
al taglio delle bandiere. Ogni
stretta aveva la propria: nel vicolo del Sospiro
c’era Filomena Tassi, in quello della Torricella Angelina, la moglie di Farza il sarto, in quello dell’Arpia
zia Federica Damiani, in vicolo Apollo Nuccia l’artista, nei vicoli
Saturno, Marte e Dante, c’era Teresa Fontana o Teresa Ciomma, tutte
donne dotate di fine creatività ed eccellenti nell’arte
dell’intaglio. La tecnica applicata
consisteva nel piegare il foglio in quattro parti, con le forbici se ne
smerlava il bordo e se ne ritagliava
il centro con simboli religiosi: croci, calici con ostia, madonnine, cuori
ecc. Gli archi di carta e di bosso erano più
elaborati e richiedevano più tempo; le ragazze preparavano quelli di
bosso,mentre le intagliatrici quelli di carta bicolore,( bianco e rosa e
bianco e celeste):
Nel
pomeriggio, tutte le vicine e i bambini, si mettevano all’opera:chi
scendeva le sedie, chi lo spago, chi la colla fatta con farina cotta
nell’acqua, chi i chiodi, il martello, la scala. Si
disponevano le sedie a distanza, secondo la larghezza del vicolo e si
legavano i fili di spago sugli schienali.
Le madri,su un vecchio tavolino, spalmavano la
colla sul bordo delle bandiere quindi le passavano alle altre che, le
attaccavano sui fili; man mano che i fili erano pronti, la più agile
fra le vicine, saliva sulla scala e con chiodi e martello, li fissava
sui muri.
Le
anziane, restavano a guardare sedute e di tanto in tanto riprendevano le
bambine”Arigazzì, araddrizza
quella biandera (metàtesi) ca
sta storta”. Anche loro erano utili. Alla
fine dei lavori, si raccoglievano i soldi per
il gelato da acquistare al
bar di Buzzichetto; erano coni-gelato che
venivano incartati e portati di corsa,altrimenti si sarebbero
“squagliati”, alle mamme e
alle nonne. Il giorno dopo, tutte tornavano
a sedersi nel vicolo, compiaciute,; ora, si trattava di fare “la
guardia” alle bandiere, qualora qualche bambino malintenzionato avesse
avuto voglia di strapparle per portarsele a casa; perfino gli uomini,
che il giorno dopo si dovevano alzare presto per il lavoro, si
intrattenevano fino a tardi, a parlare.
Il
16 Luglio, con gli abiti nuovi e qualche gioiello, dopo aver
assisito alla Messa, le “Santalorenzane”, con i ceri accesi in mano,
si ordinavano in fila e partecipavano alla processione. La
statua della Madonna del Carmine, con lo scapolare sul braccio, veniva
ornata con catene e bracciali d’oro. I parroci di turno, don Lionello
Ricci o don Francesco Pontecorvi, guidavano il corteo. C’era anche la
banda musicale che, non sempre però eseguiva i brani conosciuti e le
donne, durante la
processione,sottovoce, protestavano. Al
rientro, si sostava sulla piazza dove
il parroco, impartiva la benedizione. La
sera, di nuovo tutti si ritrovavano nei vicoli. Non
si faceva più la guardia alle bandiere, i bambini potevano prenderle e
giocarci.
Sezze,
13 maggio 2007
Dedicato
alla festa della mamma
<<Il
Rosario a Casal Bruciato>>
Il
ricordo di una fedele, oggi parrocchiana della Cattedrale di S. Maria,
ci riporta indietro nel tempo; siamo negli anni ‘50, quando nella zona
di confine con il Comune di Pontinia, detta Casal Bruciato o Migliara
47, durante il mese di Maggio, per onorare la Madonna del Santo Rosario,
gli agricoltori solevano portare una piccola statua mariana, di casolare
in casolare, per una sosta di uno o due giorni e offrire così, oltre
che un momento di preghiera,
anche un momento di aggregazione alle
persone dei campi, che vivevano lontane le une dalle altre. Il parroco
che officiava era padre Gaetano, della parrocchia di Pontinia che
raggiungeva le campagne in un primo momento in bicicletta,
successivamente in “Gilera”. Padre Gaetano era un uomo sulla
quarantina, piuttosto alto, dagli occhi vivaci e con l’accento del
Nord; era assistito dal sagrestano Pio e dal chierichetto Firmino,
figlio di Polda, una contadina veneta scesa nella nostra campagna dopo
la Bonifica; il parroco
vestiva la tunica nera, lunga, volgarmente “zamara”, quella dai
cento bottoni e in testa un copricapo nero, a falda larga che gli
conferiva autorevolezza e sacralità; padre Gaetano era molto solerte e
in occasione di questa ricorrenza, dopo aver consegnato ai fedeli un
opuscolo o canzoniere soleva ripetere loro con zelo : ”Se
non mi riconsegnerete il canzoniere, domani mi porterete dodici uova
fresche”; era, questo, un espediente per evitare un eventuale
smarrimento o negligenza, in quei tempi, molto difficile da perdonare.
Le
famiglie della campagna, dopo avergli chiesto la sosta della statua
della Madonna nella propria aia o in una stanza del casolare,
preparavano un piccolo altare, ornato di tovaglie umili ma ricco di
profumatissime rose; il
sagrestano Pio pensava poi ad accendere le candele, a preparare
l’incenso e la “bussola”; guidati dal prete, i fedeli secondo il
proprio latino, recitavano il Santo Rosario, a cui seguiva la Messa,
in latino ufficiale; non era raro sentire la voce di qualche
madre che invocava la grazia per il figlio malato o in preda alla ancora
febbre malarica. Tutti rabbrividivano.
Prima dell’offertorio, il sagrestano Pio passava fra i fedeli
con la bussola, fatta di un’asta di legno alla cui estremità era
legato un sacchetto di cotone o tela di sacco, un po consunta . Tutti
mettevano qualcosa, una lira, due lire, che servivano a comperare i ceri
e l’incenso. La fede era tanta e sincera, la devozione forte e tenace.
Frotte di bambini e ragazzi animavano la processione che si snodava da
un casale all’altro; era anche questo, un momento che permetteva ai
giovani di conoscersi e di scegliere il marito o la moglie. I volti dei
contadini erano bruciati dal sole, rughe profonde solcavano quello degli
anziani che, seduti nell’aia, aspettavano; le donne coprivano il capo
con fazzoletti di cotone, le più benestanti con veli neri, tutte
rigorosamente vestite con abiti ampi ed abbottonati. Alla fine della
messa, la piccola statua veniva presa in braccio da un fedele e portata
in processione fino al casale che l’avrebbe ospitata per il giorno
successivo; durante il percorso, su strade fatte di ghiaia e buche, e
ornate da pioppi silenziosi, si cantava “Bella
tu se’qual sole, chiara più della luna, e le stelle più belle non
son belle al par di te”.
Si
tornava a casa sereni con l’animo in pace, i giovani, ansiosi di
incontrare il giorno dopo, la ragazza o il ragazzo che con gli occhi
avevano incrociato. Il 31 Maggio, la piccola statua veniva riposta in
una nicchia della chiesetta di Casal Bruciato.
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