Daniele Nardi

Dalla Semprevisa all'Himalaya

   

 Sezze, 28 novembre 2004                           auditorium Mario Costa

Ad un passo dal cielo / parete artificiale

prove di arrampicata su parete artificiale per tutti

ci ha provato anche nonno Costanzo, 81 anni compiuti

Manifestazione “Himalaya…Ad un passo dal cielo”

28 Novembre 2004

“Himalaya…ad un passo dal cielo”, è così che la Mountain & Freedom porterà tutti i partecipanti

a vivere l’emozione di una grande impresa. E’ il nostro modo di cominciare un biennio intenso di

attività. Per mezzo di questa manifestazione vivremo le avvincenti storie di due alpinisti Daniele

Nardi all’Everest e Silvio Mondinelli al K2 che ci racconteranno con immagini e filmati le loro

esperienze sportive ed umane. Coglieremo questa occasione per mostrarvi, inoltre, le immagini e la

descrizione degli impegni sportivi e alpinistici che abbiamo in programma per il futuro.

Interverranno Enrico Bernieri e Stefano Milani.

L’avventura è appena cominciata…..

Dal Semprevisa all’Himalaya Everest 8848 metri

Cresta Nord Aprile-Maggio 2004

Il racconto dettagliato degli ultimi giorni di scalata della spedizione alpinistica

9 giugno 2004

E’ da alcuni giorni che sono a casa. Ci vuole sempre un pò di tempo prima di abituarsi di nuovo al

tran tran di tutti i giorni. Vi avevo promesso che vi avrei raccontato dettagliatamente cosa è

successo in quei 5 giorni di scalata, ma sedersi davanti al computer per scrivere di qualcosa che è

accaduto e che sta dentro in profondità è difficile e ci è voluto qualche giorno ma eccomi qua.

Quello che leggerete qui sotto è il racconto mediato dalla mia memoria di una scalata che ho nel

cuore e che spero presto di potervi raccontare in modo più dettagliato attraverso una proiezione di

diapositive.

13 maggio. Alle 13:00 non avevo ancora ricevuto il carico delle bombole. Il tempo in alto era

stupendo, se non fosse stato per quel tremendo vento d’alta quota. Tutto sembrava dovesse rimanere

fermo, seppure al BC il sole splendeva. Continuavo a rimuginare sul perché non avessi ancora le

bombole d’ossigeno, eppure era cosi. Pensavo a tutte le strategie possibili per trasportarle i giorni

successivi in alto visto che l’ultima promessa narrava che quello stesso giorno sarebbero dovute

arrivare. Questo è il terzo giorno che prendo antibiotici, la febbre sembra passata e sento che la

motivazione è cresciuta di nuovo ai livelli che desideravo per l’assalto finale. Domani dobbiamo

partire per andare su, bombole o non bombole. Sembra che il tempo tra il 17 ed il 18 non sarà così

pessimo e forse avremo tutti una possibilità… se solo questo vento la smettesse di schiaffeggiarci

così. Il 14 al ABC, il 15 C1 dovrei tentare la cima il 18 maggio.

“Ciao Massimo che dicono le previsioni del tempo?”

“Che e’ tutto variabile e c’è sempre il vento. Per te il 19 da brutto senza speranza… ma il 18

potrebbe… che fai?”

“Le previsioni mi hanno stufato, io salgo al limite miglioro l’acclimatazione! non so se riuscirò a

salire il giorno dopo al C1, forse mi fermo un giorno all’ABC”

ore 16.00 “Enrico il camion è arrivato!!!”

“Non posso crederci…”, ”Neanche io, sono arrivate le bombole… e tutto il resto, anche i viveri!”

“Se ci sbrighiamo forse riusciamo a far partire gli Yak per l’ABC domani stesso….”

“ Mi dispiace Daniele non c’è verso, è impossibile organizzare gli Yak così tardi, dovremo aspettare

un altro giorno…..”

“Così siamo forzati a tentare il 19… boh, staremo a vedere saliamo lo stesso!”

“Mi dispiace ma dovrai salire da solo, io non sto tanto bene!!!!”, ”Cosa è successo?”

“Non ho dormito la notte per dolori allo stomaco, non devi aspettarmi, non pensarci in Himalaya è

così e lo sai bene…buona fortuna!”, non ho alternative, ho il cuore infranto ma qui è così.

15 maggio Parto dal BC, sveglia alle 6.00 partenza alle 7.00. Mi aspettano 20 km tra morena, vele

di ghiaccio, fino ad arrivare all’ABC 1350 metri più in alto. Arrivo bene, senza problemi e molto

tranquillo…. se non fosse per gli YAK che sono partiti stamattina dopo di me e che dovrebbero

arrivare in serata.

Arrivano intorno alle 18.00 un sospiro di sollievo sapere che domani potrò salire con Pinsò ed

allestire le ultime cose… ma Pinsò dov’è?

Lo cerco in tutto il campo, non c’è. Chiedo al “Nepalidirector della tenda cucina”, “ He start this

morning and go in C1”, “ Cioè ma non ne va bene una!!! When he coming down? Why he go up?”

“ I don’t know sir…”. Ho provato a contattarlo con la radio al C1 più volte ma non c’è stato nulla da

fare… sono finito non ce la farò mai a trasportare tutto questo

materiale in alto da solo….

Entro nella tenda cucina. Sono deluso ma ho necessità di capire. Comincio a chiedere con il mio

inglese a gesti cosa sta facendo Pinsò al C1. Ottengo in risposta che è li su per organizzarsi ed

andare al C2 il giorno successivo con gli Sherpa delle altre spedizioni. Penso che sia onorevole ma

in questo momento non ci voleva… non faccio in tempo a pensarlo che Pinsò appare dall’entrata

della tenda.

Pinsò mi spiega che non avendo avuto mie notizie si è affidato al Sirdar ed ha sostenuto il

montaggio dei campi alti e non appena ha saputo che io ero salito è disceso nella notte per tornare al

ABC. Sono rimasto senza parole. Con questo forse riesco a recuperare il fatto che due delle nostre

tende sono state smarrite. Sicuramente se c’è posto mi faranno usare le loro tende se ne avrò

bisogno.

“Finalmente sono arrivate le bombole, il 19 forse ho un possibilità, ma devi aiutarmi e….per ora

devi rinunciare alla vetta!”, “You are a good people. No problem I am young I have to much year to

try the summit…tomorrow morning we will go to C1”

“Sei sicuro Pinsò, ti vedo molto stanco? Porteremo il carico assieme così sarai più leggero!”

Una pacca sulla spalla e siamo d’accordo. Porteremo il carico fino al C1, poi al C2 e infine al C3

dove io rimarrò a dormire per tentare la vetta e lui scenderà. Pinsò non vuole lasciarmi solo.

Lo abbraccio e gli dico di non preoccuparsi, ce la metterò tutta e poi tenterò la scalata con Tarcisio

che è gia stato all’Everest quasi in vetta. Si tranquillizza ed andiamo a dormire, le prossime giornate

saranno molto dure.

17 maggio. Conosco la strada fin poco oltre il colle nord, intorno ai 7200 m poi tutto sarà nuovo.

Mi avvicino ed entro in quella zona che la settimana scorsa avevo riconosciuto come una zona in

cui si fa fatica a scherzare. Ci sono. Il pendio sale ripido, e la quota comincia a farsi sentire… Non

ho fretta. Me la prendo con calma e seppure il respiro è affannato sento scorrere la neve sotto di me

e senza grossi problemi mi porto sotto la fascia di rocce che protegge il campo 2. Non so quanto

manca ancora ma tengo duro. Con me Tracisio, dietro Pinsò. Tra le rocce precedenti al C2 incontro

gli amici della spedizione Italiana che scendono per il riposo. Dei loro sono sia Tarcisio che Enrico.

Arrivo al C2 ed il lavoro diventa estenuante. Sciogliere la neve, mangiare qualcosa riposare…

riposare! Ma come si fa. L’aria qui è sottilissima. Tarcisio è un mago nell’arte del fornello da

neve… bene! Più tardi sento una voce che dirompe dentro la Ferrino rossa come un tornado a poca

altezza dal suolo! “You are in my tents, go away…”, rimango allibito quando il koreano mi insulta

perché abbiamo occupato la tenda montata sulla piazzola che lui giorni addietro ha montato con il

mio Sirdar. Attendo qualche minuto che il sangue mi arrivi agli occhi prima che per l’ennesima

volta mi sveglia. Credo di aver urlato per più di 15 minuti fino a quando il capo della spedizione

Coreana mi spiega il nervosismo: stanno salendo altri compagni e non hanno posti tenda! “ Ho

capito ma voi non avete posti e volete la nostra tenda? Montatevene un'altra avete un sacco di

Sherpa…” in quel momento compare Pinsò, attaccato al suo lavoro… senza dire nulla si allontana

con lo sherpa Koreano e li aiuta a preparare la piazzola ed a montare la tenda… tutto si appiana!

18 maggio. La salita al campo 3, 8300 m, al di sopra di molti degli 8000 della terra. Lo zaino pesa

tra i 12 ed i 14 kg. Ho con me il sacco a pelo, fornello, bombolette di gas, cibo, macchina

fotografica, piccozza, thermos etc.

Ho preso una delle bombole piccole ho posizionato l’erogatore su 1 e sono

partito. Dopo 200 mdsl mi accorgo che Tarcisio è rimasto indietro. Su alcuni

passaggi di roccia mi sento chiamare.

Mi volto credendo di essere preda delle allucinazioni. Vedo ad una decina di metri da me un tipo che fa

cenno di aspettarlo. Sento i crampi allo stomaco…mi raggiunge. “Cosa

succede?”,”Il tuo compagno mi ha chiesto di dirti che torna indietro…”.

Rimango freddato dalla notizia, ma poi sarà vera? Guardo in basso

all’inizio delle corde fisse e riconosco Tarcisio. Gli faccio cenno di salire. Dopo un po’ arriva da me.” Daniele questa notte sono stato male, sono veramente stanco puoi aiutarmi a portare una parte del carico? Almeno ti accompagno al C3 e poi discendo.” 

Tra me e me penso che in effetti la notte precedente Tarcisio non ha dormito

tutta la notte e più volte ci siamo svegliati per i forti dolori allo stomaco che doveva sopportare.

“ Va bene ci provo!” Carico nello zaino altri 2 o 3 kg. Nel sollevare lo zaino non penso nulla.

Sollevo, infilo il primo passante e poi il secondo, respiro un po’… e via. Arrivo al tre stanco ma

estremamente soddisfatto. Tolgo l’ossigeno e comincio ad espletare i lavori d’alta quota, sciolgo la

neve, sistemo la tenda… parlo con Tarcisio. Dopo alcuni minuti un altro Coreano si affaccia alla

nostra tenda chiedendomi un posto letto per la notte. Sono estremamente combattuto, Tarcisio tra

poco scenderà ed io preferisco riposare da solo, più spazio meno problemi… e poi Pompili mi

aveva accennato sul fatto se avevo o meno un posto per lui, una mezza promessa fatta. Il loro

Sherpa insiste in modo esasperato, chiedono fornelli, gas…questi sono pazzi! Arrivo al punto

massimo ed anche qui purtroppo devo cominciare ad urlare, non ho fornelli in più tantomeno gas. “

Se avete un’emergenza OK altrimenti non rompete le palle…”. Dopo alcuni minuti arriva una

Coreana che comincia ad urlare perché non ci sono tende a disposizione. Poi arriva un altro

Coreano che mi dice “ Le tue bombole in realtà sono le mie” Non ci ho visto più dalla rabbia, ho

cominciato a sbraitare ho chiuso la tenda. Dopo alcuni minuti arriva di nuovo il Leader della

spedizione con cui ormai mi intendo. Uno dei loro è a 100 m dalla vetta con una forte oftalmia, è

cieco. Sono partiti i soccorsi ma la situazione è molto grave. Poi per una carenza organizzativa

hanno una carenza di posti letto. Tarcisio è sceso, Pinsò mi ha lasciato le bombole ed è ridisceso

anche lui. Sono solo. “ Ho un antibiotico oftalmico, quando arriva giù lo metto a vostra disposizione

per il posto letto abbiamo altre 2 tende a disposizione, ho appena parlato con il Leader della

spedizione Italiana e mi ha detto che potete usarla, purchè non rubiate né ossigeno nè gas nè cibo, a

meno che non abbiate delle reali necessità di soccorso in alta quota”. Dovevo difendere 3 tende

dall’assalto di tutti. Mi sentivo un po’ come Don Chisciotte. L’accordo era fatto avremo curato il

ferito assieme ed avevano una tenda a disposizione… il Koreano non è mai disceso dalla montagna.

L’altra tenda l’ho disposta per gli sherpa delle Catalane così da essere sicuro che non

sarebbero state danneggiate. Arrivano Giuseppe ed Adriano di avventure nel mondo e Giuseppe è con me

in tenda. Dopo un po’ mi chiamano dall’ABC e mi chiedono di fare un controllo nelle tende sulla quantità di

materiale che c’è: fornelli gas, bombole, sacchiletto, cibo…

Faccio avanti indietro con la radio poco cibo e due fornelli,

le bombole di gas ne ho portate su tre io nuove le nascondo sotto la tenda così è certo che le avrete, credo che un fornello lo abbiano portato via… Sono esausto, le tende non sono vicine tra loro. Entro in tenda ed ora non

voglio sentire più nulla, mi addormento per svegliarmi un’ora dopo alle richieste di Giuseppe, “ E’

ora dobbiamo sciogliere”. Tutto questo agli 8300 m del campo 3.

19 maggio un viaggio lungo fino in vetta e la discesa. Sono pronto. Ho appuntamento con le

catalane ed i loro Sherpa, con Pompili, Giuseppe ed Adriano dal Cin. Sono le 23,15 del 18 maggio e

siamo pronti. Guardo verso la tenda delle Catalane e mi rendo conto che sono decisamente in

ritardo. Attendo per 45 minuti e le catalane sono pronte a partire ma i loro sherpa no. Sono stanco e

decido di avviarmi sono le 00,15 del 19 maggio. Ho paura che se dovessimo impiegare troppo

tempo la meteo potrebbe cambiare nel primo pomeriggio. Tutte le relazioni che ho letto riportano

dalle 10 alle 12 ore dal C3 in vetta più la discesa. Parto ma in che direzione devo andare? Tra tutte

le cose che ho fatto ieri ho dimenticato di vedere dove passa la via di salita. Vado a naso e ci

indovino. Dopo un centinaio di metri trovo le corde fisse. Dal C3 alla cresta sommitale bisogna

affrontare una serie di difficoltà. La notte, passaggi di roccia qualche nevaio… una spada verso il

cielo fino in cresta. Faccio strada io. Davanti a me la paura.

Siamo in cresta. Una brezza mi sfiora la pelle, tolgo la maschera per un pò, per sentire i polmoni,

per sentire l’intorno. Guardo al di là della cresta il vuoto nell’oscurità. Chiedo ad uno Sherpa se il

tempo è buono e lui mi risponde di sì. Non sono convinto. Un brivido di paura. Guardo in

lontananza nel buio. Sono molto oltre quella sottile linea… Ora comincia un traverso incredibile

che ci porterà attraverso i 3 steps, i tre salti di roccia fino in vetta.

Non è facile, lo zaino pesa. Sento le spalle piegarsi sotto lo zaino e gemere. Ma non ho esitazioni.

Procedo con i ramponi attraverso il primo step, poi lungo le placche oblique verso il baratro nel

traverso per arrivare al secondo step. Ogni tanto guardo le corde fisse, dove sono assicurate ed il

loro stato. Non tutte sono buone anzi la maggior parte sono lesionate da passaggi di ramponi e dalle

rocce in caduta libera. Passo oltre. Una placca infida dal colore grigiastro, mi volto verso le

Catalane che mi chiamano, un attimo di disattenzione e woooop! Scivolo. Cado giù. Fortuna ha

voluto che la corda ed il mio braccio hanno tenuto. Non ero legato. Una mano sulla roccia l’altra

sulla corda. Dovevo saltare una protezione ed attaccarmi sulla corda al di là e proprio in quel

momento mentre facevo l’operazione il volo…

Sento il cuore balzarmi in gola, raggiungere il cervello e pulsare all’impazzata…ok, mi alzo e senza

pensare a nulla continuo sulla mia strada. Arrivo al secondo step

Mi accuccio su una roccia, attaccato alle corde con il Jumar, bevo una tazza di Thè, scatto alcune

foto e penso…Mi appoggio sullo zaino incastrato tra me e la parete, con le braccia sul viso ed il

viso sullo zaino mi addormento per qualche minuto. Quando alzo lo sguardo lo Sherpa delle

Catalane stava affrontando l’ultimo tratto della prima parte del 2° step, dopo ancora una scala. Mi

riappisolo nel tentativo di recuperare le forze. Ora tocca a me e l’alba è già arrivata. Non è facile questo salto. Mi aggrappo alle rocce e mi assicuro alla corda, non voglio tirarmi sulle corde, sembrano buone ma non mi fido.

Incastro il ginocchio in una fessura. Punto il rampone a sinistra, faccio 2 respiri forti e salto su. Grandioso un

traversetto a sinistra qualche altro passaggio sul roccione e sono sotto il secondo salto attrezzato con una scala.

Comincio la salita della scala. E’ evidente che la parte impegnativa è

alla fine della scala quando devi lasciarla e traversare su roccia, una paretina verticale, per saltare sopra una piccola terrazzina, da dove con un passaggio si salta sopra il secondo step. Salgo i primi scalini e già il respiro cresce in modo pazzesco. Sono costretto ad incastrare il braccio nello scalino per prepararmi al salto

successivo. Mi aggrappo in alto con un passaggio in laterale, poi punto il rampone su di una scaglia

a lato della scala sulla parete rocciosa. Alzo la mano destra e con uno scatto riesco a prendere una

presa buona sopra il muretto. Mi sposto a destra con il vuoto sotto il culo ed il respiro che diventa

incredibilmente pesante, non posso perdere tempo. Tiro su il Jumar con l’altra mano per assicurarmi

e salto sopra il secondo step. Sgancio il jumar lo aggancio più in alto, mi getto a terra e comincio a

respirare come un pazzo. “ Non è possibile così non ce la farò mai…” “ Ma come è possibile che…

ora…” Un lampo, ho capito “ Daniele ricorda, ogni tanto verifica che davanti la maschera non si

formi il ghiaccio…” le parole al BC. Ma da quando non libero la valvola dal ghiaccio? Metto la

mano davanti ed una stalattite di ghiaccio di 15 cm si allunga dalla valvola. Dentro il palloncino il

tubicino è congelato. Ci vuole qualche minuto per liberare la maschera dal ghiaccio e soprattutto

non sono più convinto che funzioni bene… Ricordo che un’oretta prima avevo fatto la stessa

operazione ma non c’era molto ghiaccio… speriamo non si sia rotta. Siamo ad 8600 m, sono in

vetta al K2…un brivido mi attraversa e mi folgora quando ripenso a quel triangolo di roccia…

Riparto con una determinazione impareggiabile, comincio a camminare e sulla sinistra in una

calotta nella roccia, leggermente coperta da neve una figura umana. In un primo momento penso ma

cosa fa quest’uomo… poi capisco. Steso a terra con le mani in segno quasi volesse proteggersi dal

freddo un uomo morto, assiderato, chissà da quanto tempo…Continuavo a ripetermi che ero

preparato a questo, ma la mia testa continuava a chiedersi se era giusto o meno arrivare a mettere in

gioco tanto per una montagna dal nome Everest, io ero lì alle stesse regole e condizioni. Continuo e

più avanti ne incontro un altro, solo in discesa mi rendo conto che erano due e non uno…

Raggiungo le catalane, io mi fermo e loro ripartono. Lascio sulla cresta prima del terzo step una

bombola, il thermos, la frontale. Cambio la bombola anche se avrei ancora molto ossigeno e

procedo. Il terzo step non è difficile anzi oserei dire divertente e si passa di nuovo dalla roccia alla

neve. Guardo in alto e rimango senza parole. Salgo e più salgo e più mi sento forte. Lascio il

bastoncino e tiro fuori la piccozza.

Arrivato sotto la fascia rocciosa mi rendo conto che si traversa verso destra. Affronto il traverso su roccia senza neanche assicurarmi. Voglio vedere il punto culminante.

Per arrivare in cresta un’ultima paretina di roccia. Arrampico in libera sulla placca compatta, i

Coreani sono appesi alle corde e non hanno nessuna intenzione di lasciarmi passare, e poi guarda tu

che corde, la calza non esiste più e l’anima della corda si mostra al vento. Salto sulla cresta nevosa che mi porterà in vetta. In quel momento, per la prima volta in tutta questa spedizione credo veramente che posso arrivare in vetta.

Mi scappa un brivido di gioia. Salto l’ultimo pendio e finalmente la vetta mi appare davanti. Le

catalane sono 5 m avanti a me. Arrivo su con loro. Mi siedo sulla cima e comincio a scattare foto

all’impazzata fino ad accorgermi che la batteria della macchina è scarica. Allora imposto la Reflex

sul tempo meccanico. I diaframmi sono congelati. Ma il colmo è quando finita la prima pellicola,

cerco di montare la seconda. Quando ruoto la leva per caricare la pellicola si spezza. “ Ma dico io,

ma porca miseria, ma sono sulla vetta del mondo e non posso scattare altre foto. Ma quando mi

ricapita?”,Mi viene da ridere, sono senza maschera e sto respirando l’aria degli 8848 m

dell’Everest. Ma che importa tutto il resto, ce l’ho fatta. Le catalane mi guardano e sorridono anche

loro. Hanno capito il mio problema e mi scattano qualche altra foto. Dopo cominciano la discesa.

Le prime comunicazioni via radio:

“ ABC, ABC ci siete?”, “Vieni avanti Daniele “ “Purtroppo non posso più salire!”, “Cosa succede

dove sei?” “Non posso salire perché non c’è più nulla da salire, sono in Vettaaaaaa” dalla radio è

arrivato un boato… ero frastornato di gioia!

“Daniele sono Paolo Giano della Rai, possiamo dire che sei il primo Laziale ad essere arrivato in

vetta al mondo?”,”Preferirei essere il primo che ne scende…”una risata esce dalla radio.

“E’ ora di scendere a presto”

Non ho voglia di scendere. Sono seduto con me stesso ora sulla vetta del mondo. Mi guardo attorno,

il tempo non è dei migliori. In basso le nuvole coprono il Tibet. “Gli altri 8000 dovrebbero

vedersi…” la cosa un pò mi allarma perchè significa che le nuvole sono più in alto di quanto ci si

aspettava. Dopo alcuni minuti una forte folata di vento scopre uno strato di nuvole ed il Makalu

compare davanti a me e con lui altri 8000. Ora sono felice da solo in vetta e con uno spettacolo

magnifico. Il vento si sta alzando e presto mi raggiunge un Indiano con il suo Sherpa. Non mi rendo

conto lì per lì di quale fortuna mi abbia raggiunto. Ha con se una telecamera e gira alcuni minuti di

ripresa. “What is your name”, “I’m Daniele”

“ Where are you now?”, “eeehhhhh”

“Where are you, summit…”; “ahhhhh Mount Everest “

questa l’intervista!

Sono passati 45 minuti da quando sono arrivato in vetta, è ora di scendere.

Di fatto la discesa non è stata facile ed è stata costellata di una serie di avvenimenti tragici per altre

spedizioni.

Sono arrivato al C3 in 2h50 dove sono stato circa 1h30 / 2h lì ho parlato con le Catalane e mi sono

reso conto che dovevo assolutamente scendere. Avevo tutto il tempo per farlo. Al C2 Silvio ed

Enrico che nel frattempo erano risaliti in quota mi hanno spinto verso il basso. La discesa della

parte rocciosa dal C2 fino al nevaio è stata dura soprattutto perché nella bufera che mi

accompagnava le corde fisse e le lastre rocciose sono state coperte da un infido strato di neve.

Arrivato alla base sommitale del nevaio che porta a colle nord invece lo strato di neve accumulata

mi è servita a scendere rapidamente, con il sedere a terra, attaccato con una mano alle corde fisse

giù verso il colle. Arrivato al C1 un altro imprevisto. Un ponte di neve era crollato da poco ed uno

sherpa vi era caduto dentro, fortunatamente non ha riportato gravissimi danni fisici. Lì ho dovuto

aspettare un pò per passare ed ero a 30 m dalle tende del C1. da lì a poco la decisione di scendere al

ABC dove mi aspettavano gli altri. Il giorno successivo dopo la festa con gli amici è stato il più

duro di tutti. La bufera era cresciuta di intensità e sia gli Italiani di avventure nel mondo che le

Catalane erano ancora sulla montagna.

20 maggio. La mattina del 20 maggio ero stanco ed ancora incredulo per ciò che era successo.

Avevo raggiunto la vetta dell’Everest in 7h15, e disceso in giornata alle 17,30 all’ ABC a quota

6450 m, 2550 mdsl in discesa. Non avevo lasciato nessuna bombola di ossigeno in alto. Non ho

contribuito ad incrementare i depositi di bombole nei pressi della cima. Ma nel cuore la

preoccupazione per le Catalane e per gli Italiani era forte. La bufera era cresciuta di dimensioni e

loro erano ancora oltre gli 8000 m. Siamo riusciti a contattarle con le radio ed era evidente dal tono

della voce lo stato di stanchezza. Con la loro sola forza d’animo, ed il loro coraggio sono riuscite a

portarsi al C2 nella parte alta. Il C2 si estendeva su almeno 200 mdsl. Con la squadra degli Italiani

siamo riusciti ad individuarle. Io ho fornito loro le indicazioni sulla tenda e sulle loro condizioni

visto che ero passato di lì da poco mentre la squadra che si trovava al C2 ha effettuato il soccorso

aiutandole a scendere al C1 dove sono state recuperate dagli sherpa. Quelle ore cariche di tensione,

non le dimenticherò mai. Avevo vissuto con loro un’avventura. Seppure ero da solo. Seppure

potevo contare solo su me stesso durante la scalata loro erano sempre a pochi passi di distanza. Ed

in vetta siamo arrivati assieme. La sera della partenza abbiamo cenato insieme. Abbiamo condiviso

un sogno. Io ero all’ABC, loro in un’odissea. Una del loro gruppo era nella nostra tenda mensa,

attaccata alla radio e piangeva. Dall’altra parte la voce di Nuria indebolita. Credevamo fossero

congelate o che Meite avesse qualche serio edema. La conclusione di questa piccola storia è che le

due amiche erano semplicemente, drammaticamente esauste…là dove non puoi permettertelo.

L’ultimo schiaffo alla loro eccezionale prestazione è stata la bufera che aveva coperto le corde fisse

con la neve soffice, impedendo una discesa tranquilla!

9 giugno. Finalmente concludo questo racconto, che seppure non scritto da uno scrittore,

rappresenta a parole un viaggio che mi ha coinvolto in prima persona. Un’ avventura preparata in

anni. Costruita con i sacrifici necessari per uno sport che da noi nel Lazio, non è assolutamente

facile da praticare dati i centinaia di km che ci separano dalle grandi montagne italiane, le Alpi. Ma

questo non ha costituito un limite invalicabile, ma un ulteriore stimolo a riuscire nell’impresa. Gli

appennini in inverno ed il Gran Sasso anche d’estate sono stati il mio teatro di allenamento. Ma mai

esisterà una montagna più bella di quel monte di 1536 m su cui ho gioito con i crampi alle gambe

mentre sudato e stremato raggiungevo per l’ennesima volta la vetta. Il suo nome è Monte

Semprevisa è a 10 minuti di macchina scarsi da casa mia e non so quante corse mi ci sono fatto e

seppure potrebbe sembrare che a questo punto sia solo una passeggiata su un sentiero, sarà sempre

la più bella delle passeggiate…

Voglio ringraziare per l’ennesima volta coloro che hanno permesso la realizzazione di questa

impresa.

Io so che vi hanno creduto fortemente !

Sezze, 28 novembre 2004                           auditorium Mario Costa