Titta Zarra

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29 marzo 2002 - giorno di venerdì santo                                                                  piazza Margherita

A 33 anni dalla sua scomparsa, Sezze scopre una targa e intitola a don Titta Zarra il palazzo della cultura in piazza Margherita

NOTA  BIOGRAFICA

Nato a Sezze l'8 aprile del 1917, (giorno di Pasqua) Giovan Battista Zarra è ordinato sacerdote il 23 giugno 1940 ed è parroco di Santa Parasceve in Sezze a partire dal lo aprile del 1946 fino alla morte, avvenuta il 29 marzo 1969 sulla via Appia, all'incrocio con la SS. 156 per incidente stradale. La sua vena di scrittore teatrale si manifesta in maniera compiuta nel 1947, all'età di trent'anni, quando, nel giro di sei o sette mesi scrive quattro drammi: Narciso, Dio è amore, Le pale del molino e Giobbe.  

Questa attività di scrittore, per quanto nessuno di questi primi quattro drammi sia stato pubblicato, lo mette in contatto col mondo teatrale professionistico, in particolare con l'attore e accademico Carlo Tamberlani e suo fratello Ferdinando, regista teatrale che aveva fondato, nel 1945 ad Assisi, l'Istituto del Dramma Sacro. Di questo istituto don Titta diviene membro della Presidenza come consulente religioso e per esso, con Ferdinando Tamberlani, riscrive Il miracolo del corporale  nel 1950, una sacra rappresentazione dei XIV secolo che viene portata in scena numerose volte dopo la prima di Orvieto, sul sagrato del Duomo

a cura di Giancarlo Loffarelli 

La decisione del Comune di Sezze di intitolare il Palazzo della Cultura a don Titta Zarra è un atto che rende finalmente omaggio ad un uomo e ad un sacerdote che alla cultura ha dedicato tutta la sua vita. A molti, soprattutto giovani, potrà sembrare incredibile che le personalità più prestigiose del teatro italiano degli anni Cinquanta abbiano interpretato testi di don Titta Zarra o che Radio Vaticana trasmettesse quotidianamente testi di vario argomento scritti da lui; oppure che papa Pio XII lo definisse "la penna d'oro" o, ancora, che don Titta potesse intraprendere relazioni epistolari con i più grandi intellettuali italiani del momento.

Tutto questo, e ben altro, fu e fece don Titta Zarra, una delle personalità più illustri di Sezze, di cui i setini vanno giustamente orgogliosi.

La nota biografica e la premessa sono tratte 

dal libro di Giancarlo Loffarelli  

"La scrittura teatrale di don Titta Zarra

pubblicato dal Consorzio delle biblioteche 

dei monti Lepini nel 1992

 

Nella foto il vescovo Giuseppe Petrocchi 

in compagnia di Giancarlo Loffarelli

 

Con la Presidenza dell'Istituto del Dramma Sacro fu ricevuto da Pio MI il 18 febbraio del 1956, da quello stesso Pontefice che lo avrebbe definito "penna d'oro", per la sua intensa collaborazione con la Radio Vaticana.

Con la Radio Vaticana don Titta comincia a collaborare ai primi anni '50 e tale collaborazione durerà fino alla morte. Sono quasi vent'anni di attività intensissima: più di trenta fra radioscene e radiodrammi scritti e trasmessi dall'emittente vaticana; nel 1956 scrive delle conversazione radiofoniche dal titolo Il libro rosso, esperienza che ripete l'anno successivo con Il libro rosso della Chiesa perseguitata (15 conversazioni radiofoniche sui martiri per due voci recitanti e musica); le Elevazioni bibliche (commenti alla Sacra Scrittura) nel 1956, 1958 e 1960; sempre sulla vita dei martiri scrive, nel '58, Sanguis martyrum; Milizia di Dio nel 1959 e 1960; i Pensieri della sera, brevi pensieri edificanti; ininterrottamente dal 1961 fino alla morte scrive le Xilografie, recensioni radiofoniche di libri di varia natura; ed una sterminata quantità di Elevazioni domenicali, di pensieri per il Mese del Sacro Cuore, Umanità dei Santi, Elevazioni Radio-quaresima, Dialoghi della fede.  

Alcuni momenti della cerimonia del 29 marzo a cui hanno partecipato: oltre alle autorità locali, numerosi concittadini, i parenti di don Titta Zarra, il vescovo Petrocchi, don Renato Di Veroli, l'avvocato Antonio Campoli in qualità di presidente del centro studi "don Titta Zarra" e l'autore della targa Cherubini.          (foto della cerimonia di Carlo Luigi Abbenda)

Durante questo lungo periodo continua la sua attività di scrittore anche fuori della Radio Vaticana. Nel 1953 pubblica il suo primo libro, un saggio su S. Lidanopíoniere della bonifica pontina e lo studio svolto sul Santo benedettino costituirà la base per la pubblicazione del romanzo Il saío e la bestia nel 1961.

Capita qualche volta: la produzione di don Titta che appare cosi disordinata nei temi (per cui, ad esempio, in uno stesso periodo egli lavora a più cose di argomento totalmente diverso) si focalizza, in dei periodi, su qualche argomento che, evidentemente, gli sta particolarmente a cuore. E' così con S. Lidano; è cosi pure per Lutero, su cui egli scrive il dramma omonimo nel 1968 ed attorno al quale stava lavorando da tempo, poiché nel n. 2 della rivista "Mater Ecclesiae" dell'aprile‑giugno 1969, appena qualche mese dopo la sua morte appare il breve brano di un articolo che don Titta stava scrivendo per quella rivista e che la morte improvvisa interruppe: Il mistero del male nella decadenza interiore di Lutero.

Il riferimento a "Mater-Ecclesiae" ci permette di aprire il discorso sulla collaborazione alle riviste. A questa rivista ed a quella "gemella" "Ecclesia Mater'' edite da "Cor Unum" Figlie della Chiesa, don Titta collabora a partire dai primi anni '60 con numerosissimi articoli e saggi. Si tratta, oggi, forse di riviste poco note ai più ma che contavano firme prestigiosissime, come Pietro Prini e Comelio Fabro.

Collabora intensamente anche a "Tabor", la rivista diretta da Luigi Gedda, dal 1961 fino alla morte. E' una collaborazione che spazia sui più svariati campi, ma che, a tratti si concentra, caparbiamente, su qualche tema specifico. Si pensi, ad esempio, che per tutto il 1962 appaiono sulla rivista otto articoli di don Titta sul tema degli angeli: dalle figure angeliche nella Sacra Scrittura agli angeli nella Divina Commedia. Il che dimostra la straordinaria abilità analitica di don Titta, oltreché la sua notissima abilità di sintesi.

Per il breve periodo che durò, collabora anche con la rivista teatrale "Il fuoco", insieme a due suoi grandi amici: Bonaventura Tecchi e l'ex rabbino, poi convertito al cristianesimo, e docente universitario Eugenio Zolli.  

L'intensa attività intellettuale non‑ ha mai impedito a don Titta di vivere appieno la vita sacerdotale e spirituale in genere che, anzi, sono state uno degli alimenti più importanti di quella. Di ciò è testimonianza una vastissima produzione di appunti, diari, note per esercizi spirituali. Ed è altresì testimonianza la quotidianità della vita di parroco, l'assistenza spirituale alla FUCI di Sezze, al Circolo Culturale "Corradini", al "Cenacolo" fra gli artisti a Latina.

Una vita, dunque, intellettuale, spirituale ed umana, tanto diffusa in molteplici attività così diverse ma unificate da un medesimo spirito, quello, possiamo dire, espresso dai due motti che don Titta usava ripetere ed appuntare sul frontespizio delle sue opere, a penna: ''Mea nox obscurum non habet" (la mia notte non ha oscurità) e quello di santa Giovanna D'Arco: 'l'irai... dussé‑je user mes jambes jusqu'aux genoux" (andrò avanti... dovessi consumare le mie gambe fino alle ginocchia).

Dopo la sua morte, numerosissimi articoli cercano di far conoscere o ricordare, su giornali e riviste, la vita e la produzione di questo prete scrittore. Il padre Cornelio Fabro, uno dei massimi filosofi e storici della filosofia cerca di ricostruirne, a più riprese, l'avventura spirituale ed intellettuale in numerosi saggi.

Fra i tanti articoli, piace ricordare, su "Il borghese" dei 19 giugno 1969 (a pagina 398) quello di Giuseppe Prezzolini, con il quale don Titta aveva iniziato un amichevole carteggio, per quanto i due non si fossero mai incontrati. Dovevano completare la loro amicizia appena iniziata con una visita di Prezzolini a Sezze, quando don Titta fu sottratto fisicamente ai familiari, ai parrocchiani, a Sezze, alla cultura italiana. Il laicista ed anticlericale Prezzolini salutava così quello che egli stesso definiva un "amico mai conosciuto».

"( .. ) figure di angeli affini e serene

guardano giù dalla volta; e che

momento felice sarà, quando un

giorno si ridesteranno insieme!"

(j.W. Goethe, Die Wahlverwandtschaften)

Nella foto don Titta Zarra viene 

ricevuto da Paolo VI

PREMESSA

tratta da  "La scrittura teatrale di don Titta Zarra"

Quando Don Titta Zarra scomparve avevo otto anni. E tutto ciò che posso ricordare è la folla, composta per lo più da misteriosi forestieri, che sfilò dietro il carro funebre lungo il percorso abituale di ogni funerale, nel nostro paese.

Stando così i rapporti biografici, il mio primo contatto con don Titta fu di tipo intellettuale, quando, per la prima volta, mi capitò fra le mani una sua opera. Si trattava di Pellegrinaggi umani, una raccolta di brevi racconti ispirati a fatti di cronaca della vita parrocchiale ed a fatti della cronaca più grande, quella di cui egli aveva notizia dal giornale o dai giornaleradio.

Aprii quel libro dalla copertina chiara con l'immagine di un uomo che passeggia tra alberi spogli, nella certezza di trovarvi il linguaggio comune a tanta letteratura provinciale, d'ambiente cattolico e non, quel linguaggio che cerca di ostentarsi colto attraverso il periodare lungo e complesso, attraverso l'uso di termini aulici e strutture sintattiche fuori moda: il tutto per esprimere contenuti melensi e noiosi, adatti più agli spiriti meticolosi che cercano negli interstizi della vita passata di cose e persone, che alla soddisfazione del desiderio di svago intellettuale.

Bastò la lettura di un paio di righe della prima pagina per rovesciare totalmente quel mio pregiudizio. L'effetto fu devastante: mi trovavo di fronte a qualcosa che non aveva niente a che fare con la provincia, la sagrestia, le atmosfere crepuscolari o cose del genere.

Non andai avanti nella lettura. Evidentemente ciò che avevo scoperto, o intuito di scoprire, era così sconvolgente che, forse per non voler ammettere d'essermi sbagliato, non proseguii nella lettura.

Quell'impressione però, cosi subitanea e sfuggente, mi accompagnò per molto tempo. Me ne rendevo conto quando, avvicinandomi ad intellettuali che avevano dato molto al teatro, al cinema, alla narrativa, ma che erano stati valorizzati tardi, per lo più postumi, mi tornava puntualmente davanti la figura dimenticata di don Titta.

La conferma che quella immediatamente successiva al primo contatto con Pellegrinaggi umani non era stata un'intuizione dettata dal desiderio di trovare in don Titta ciò che io volevo trovarvi, la ebbi quando potei prender visione ed analizzare con calma le sue opere, ed in particolare quelle dedicate al teatro. Scoprii allora che Sezze aveva dato i natali ad un uomo che non può che essere, e dunque deve essere collocato fra i drammaturghi notevoli dei secondo dopoguerra. Sia nelle idee, sia nella forma che egli cerca di dare a queste idee, cogliamo infatti una sensibilità alle problematiche più intime della persona, intesa sia nella sua dimensione privata che in quella pubblica; e cogliamo pure una capacità di padroneggiare lo strumento teatrale che, a volte innestandosi nel tronco della tradizione, altre volte echeggiando atmosfere da avanguardia, riesce a coinvolgere il pubblico senza nulla svendere ai fini del plauso.  

Giovan Battista Giorgi con il vescovo Petrocchi e don Renato Di Veroli

Un'analisi attenta della sua attività di drammaturgo, illuminata anche dal suo impegno di animatore del mondo teatrale, come assistente dell'Istituto del Dramma Sacro e come collaboratore della Radio Vaticana, ci conduce alla scoperta di un mondo ricco di umanità, aperto alle diversità culturali, attento a mai separare il teatro dalla vita, l'attività di scrittore a quella di sacerdote. Col rimpianto di non aver potuto godere ulteriormente della sua vena artistica, causa la prematura scomparsa, resta anche il rimpianto di non poter conoscere tutta la sua produzione. li carattere di don Titta, infatti, la sua stessa coscienza della funzione dell'arte, lo spinsero ad un totale disinteresse  per la conservazione ai fini della fruizione dei posteri. Ecco dunque che, accanto ad opere compiute, troviamo tante pagine sparse, tracce di idee abbozzate e poi sospese o forse divenute opera, ma poi finite tra la carta straccia.

Se questo aspetto lascia al ricercatore un, senso di frustrazione, al tempo stesso, all'amante del teatro comunica un sentimento più complesso, fatto per metà di rimpianto pianto per non poter godere di tutta l'opera, ma per metà pure di piacere nel sapere che, proprio quelle pagine ingiallite di carta già usata e riutilizzata sul retro, vergate magari solo per metà, raccontano la storia di un uomo che non decide di essere scrittore e intellettuale, ma che vuole essere curatore d'anime ed è, nel contempo, trascinato misteriosamente a scrivere.  

Non vi è, dunque, certamente in don Titta il vezzo del letterato che, credendo di essere Dante, cura minuziosamente l'immagine di sé attraverso la conservazione meticolosa dei suoi scritti, anche quelli più insignificanti. Al contrario, vi è l'uomo, soprattutto di teatro, che se scrive è perché ha un urgente bisogno di render cosa reale i fantasmi che gli si muovono dentro ed ha davanti soltanto l'effetto che ciò dovrà produrre in chi ascolterà la trasmissione alla radio o vedrà lo spettacolo teatrale.

E non si può non guardare con simpatia a questo atteggiamento intellettuale, nella certezza che nessuna conservazione meticolosa può legittimare il valore di un autore; mentre viceversa, laddove un qualche valore esiste, anche a distanza di secoli, riuscirà ad affermarsi, dovesse pure farsi strada solo attraverso frammenti.

L'augurio sincero è che, se questo lavoro potrà contribuire, anche solo minimamente, a far conoscere don Titta drammaturgo, altri lavori possano, un giorno, far conoscere il don Titta poeta, romanziere, saggista, scrittore ascetico e pastore d'anime.

Un ringraziamento sentito a quanti mi hanno incoraggiato in questo non facile lavoro; alla famiglia di don Titta che fece dono delle sue opere alla Curia di Latina; a Sua Eccellenza Monsignor Pecile che mi diede l'opportunità di prenderne visione e studiarle; a don Nicola Loiudice, amico fraterno di don Titta, che le riordinò; al professor Luigi Zaccheo che mi ha dato la possibilità di pubblicare quest'opera; alla dottoressa Maria Cherchi che con squisita gentilezza e profonda competenza mi ha offerto utilissimi suggerimenti.

Il libro "La scrittura teatrale di don Titta Zarra" si può richiedere presso la biblioteca comunale

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