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Quelle
vittime innocenti
di ELIE
WIESEL
(30
dicembre 2004)
Quelle
foto di bambini a brandelli, vittime innocenti e indifese di una natura
crudele e scatenata le guardo perfino nel mio sonno agitato, e so che
non dovrei guardarle troppo.
Sono morti, ed è indecente e pericoloso guardarli troppo. Se almeno si
potesse, con lo sguardo, fare qualcosa per loro; se, per miracolo, si
potesse far loro il dono di un giorno di vita, di un'ora di tenerezza, o
almeno piangere con loro e per loro, dire loro parole di malinconia e
consolazione. Ma non si può.
Non si può fare più niente per questi bambini dal volto così calmo,
così sconvolgente, rifiutati dalla vita, rigettati da un mare infuriato
e da un cielo impietoso.
Certo, abbiamo il diritto di porci delle domande. Avremmo potuto, con i
mezzi scientifici appropriati, evitare la catastrofe con i suoi oltre
centomila morti? Il mondo dei ricchi ha dato prova di iniziative
generosità sufficienti verso le povere famiglie d'Asia, aiutando i loro
governanti a installare il meccanismo adeguato per dare l'allarme in
tempo?
Ogni corpo muto di bambino ci interpella attraverso la domanda che
incarna. E questo vale per ogni bambino che ha portato con sé, nella
morte, il suo futuro, ogni piccolo essere a cui sono stati rubati anni
di gioia e felicità.
Una società è sempre definita e giudicata dal
suo atteggiamento verso i bambini.
Che
dire della nostra?
Di fronte a una tragedia umana dalle dimensioni quasi bibliche, davanti
a una tale incommensurabile ingiustizia si cerca invano la forza per
esprimere il lutto e il dolore con parole.
Posso soltanto guardare, ancora e ancora, le
immagini insostenibili di quei bambini sventurati, abbandonati nei
villaggi devastati, sparsi sulla sabbia. Feriti, sfigurati, esangui,
domandano molto poco: essere riconosciuti da un genitore, un fratello,
una sorella o un amico amati, per trovare la pace nella terra.
Io so, tutti noi lo sappiamo, che morendo così piccoli, così giovani,
così fragili, la loro fine prematura diventa, a questo livello, una
sorta di protesta: quando un bambino muore, sempre e dovunque, tutti
noi, in qualche modo, ne siamo, poco o molto, responsabili.
Che dire, allora, di centomila bambini di cui ci restano solamente delle
immagini?
E Dio, in tutto questo?
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