Viaggio tra le genti del mondo

Saharawi > seconda parte

Inondazione nel deserto: dramma per il popolo Saharawi

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SMILE MISSION onlus si occupa di progetti di sviluppo integrati, collaborando con altre onlus e altre ong nelle rispettive competenze. SMILE MISSION onlus significa solidarietà internazionale, cooperazione internazionale, significa programmi e progetti in Congo, Tanzania, Saharawi, Capo Verde, India, Vietnam, Brasile, Perù, Bosnia, Albania, Italia, Lecce, Torino.

SMILE MISSION onlus significa formazione di personale locale, vuol dire scuola dentale, vuol dire università, vuol dire preparazione e formazione dei volontari. 

COMUNICATO STAMPA dell'Associazione Jaima Sahrawi Reggio Emilia

Da giovedì scorso 11 febbraio 2006, per tre giorni di seguito, si sono abbattute sui campi di rifugiati Sahrawi forti piogge  che hanno provocato ingenti danni. Dalle prime stime della Croce Rossa Sahrawi  più di 120.000 famiglie vivono dalla notte di giovedì scorso accampate sulle colline che circondano i campi per paura di essere travolte dall’incredibile forza dell’acqua che, caduta in enorme quantità, ha formato veri e propri fiumi in piena, capaci di trascinare con sè tutto ciò che incontrano, persone e cose. La diminuzione e la crisi umanitaria che da tempo riguarda i rifugiati Sahrawi non rende sicuramente più facilmente affrontabile la situazione di emergenza. Non ci sono tende da distribuire, gli alimenti non soddisfano da tempo il fabbisogno alimentare dei rifugiati, tanto meno ora, i medicinali sono da tempo razionati. Il pericolo di epidemie tra la popolazione, già molto provata dalle condizioni di vita molto difficili, è un pericolo reale. La Croce Rossa Sahrawi fa appello a tutte le associazioni, a tutte le istituzioni, a tutte le organizzazioni governative e non governative, nazionali ed internazioni perché si mobilitino con urgenza per aiutare il Popolo Sahrawi ad affrontare questo nuovo dramma. Il Ministro dell’Interno della R.A.S.D. ha informato in un comunicato che tutte le province sahrawi sono state pesantemente colpite dalle piogge che hanno causato danni materiali al 50% delle strutture dei campi: abitazioni, scuole, dispensari, … E’ dal 1994 che nella regione non si verificano piogge di tale intensità. Serve di tutto: alimenti, coperte, medicinali, denaro per acquistare stoffa per le tende e per la ricostruzione.

Per informazioni:

Segreteria Coordinamento c/o Associazione Jaima Sahrawi Reggio Emilia

e mail: jaimasahrawi@libero.it          tel/fax 0522 430307

E IL MARE ARRIVÒ NEL DESERTO

(di l.d.c.)

Algeria. Tindouf. 

Campi profughi Sahrawi 13 febbraio 2006. Sono 158.000 i profughi sahrawi che da 30 anni vivono nell’inospitale deserto dell’Hammada, nei pressi dell’ultimo avamposto militare algerino di Tindouf, alla frontiera con Mauritania e Marocco. Perché il Marocco, da trent’anni continua a chiamare “regioni del sud” il Sahara Occidentale, per la cui autodeterminazione il primo pronunciamento dell’ONU risale al 1962, ancora in periodo di occupazione coloniale spagnola. È del 1976, all’uscita della Spagna dai territori, la prima “Marcia Verde” delle truppe marocchine che ha determinato il primo esodo della popolazione civile accompagnato da bombardamenti al napalm, alla quale negli anni successivi è seguita la costruzione dei cosiddetti “Muri di sabbia”: un fronte minato di 2500 km che segnano ad oggi il confine tra i territori occupati e la lingua di terra delle zone controllate dal POLISARIO (Frente Popular de Liberación de la Saguía el Hamra y Río de Oro). Per il 27 Febbraio di quest’anno erano previste le celebrazioni del 30° anniversario della proclamazione della RASD (Repubblica Arabe Sahrawi Democratica), uno stato in esilio (riconosciuto da 74 paesi nel mondo tra cui nessuno europeo) le cui famiglie vivono, divise e senza possibilità di comunicazione, tra la condizione di rifugiati e la repressione e i soprusi, più volte denunciati dalla comunità internazionale, in territorio occupato. Alla vigilia dell’anniversario, un nuovo disastro si è abbattuto sulla popolazione dei campi. Salutata con giubilo da popolazioni nomadi del deserto per le quali l’acqua rappresenta vita e prosperità, la pioggia delle ultime settimane si è trasformata in catastrofe. L’ultimo nubifragio della notte dello scorso venerdì ha causato danni enormi, abbattendo le case costruite in terra cruda, unica risorsa di un deserto arido in cui la natura ha aggiunto all’avarizia, l’incontrastata espressione della sua forza, lasciando l’80% dei rifugiati senza tetto, neppure quello di tela delle innumerevoli tende da campo danneggiate. Dopo la pioggia, il sole, altra risorsa inconfutabile del deserto, si farà carico di asciugare le ultime pareti e provocare gli ultimi crolli, probabilmente radendo al suolo quel poco che rimane in piedi. Insieme alle case tutto è andato perduto, o meglio quei beni di prima necessità che rappresentano gli unici averi di un popolo perennemente in transizione. Il panorama dei 4 campi colpiti è surreale: pozze d’acqua enormi, che in alcuni punti si trasformano in laghi e fiumi, nei quali i bambini al risveglio dalla notte di burrasca hanno cominciato a sguazzare festosi e che rappresenteranno a questo punto il rischio maggiore, sorgente delle epidemie nell’acqua contaminata da tutto ciò che nel suo passaggio ha portato con sé.

“Con tutta questa spiaggia, è arrivato il mare che mancava”: il commento di un sahrawi che testimonia lo spirito di questa gente, che continua ad affrontare le tante sofferenze con uno spirito che più che fatalista o rassegnato è da considerarsi di sincera accettazione della vita e di quello che ha da offrire quotidianamente, nel bene e nel male.

“Dopo aver superato il ’76, questo non è niente”: questo lo spirito di un popolo la cui causa è ignorata o dimenticata dalla comunità internazionale, che a parte la solidarietà delle tante associazioni presenti a livello mondiale, tarda a trovare una risoluzione. Ricostruire da zero tutto ciò che è costato tanto sacrificio in una terra che non è la propria è la cosa più assurda, mentre si aspetta da anni di ricostruire uno stato intero in una patria negata. Quest’ultimo avvenimento, solo un'altra crisi tra le tante affrontate con animo fiero, ma chissà, stanco.Le nubi si addensano sul cielo dell’Hammada, occhi oscuri come il cielo si volgono ad esso, e tornano a guardarsi attorno, e di nuovo a volgersi in alto.  

Nei giorni 9, 10 e 11 febbraio piogge torrenziali si sono abbattute in pieno deserto sugli accampamenti dei profughi saharawi.

La situazione, per quelle che sono le nostre informazioni al momento, sono le seguenti: 

Zone colpite:  wilayas de Aaiun, Smara, quartiere del “27 de Febrero”, Auserd, dove ha sede lo studio odontoiatrico e il laboratorio supportato da Smile Mission.

Molto meno colpita la wilaya di Dackla.

Popolazione colpita:  158.000 persone approssimativamente.

La situazione:   circa il 50% delle costruzioni (in mattoni crudi)  sono andate distrutte, colpiti dispensari, mercati, ospedali, scuole.

Migliaia di persone hanno dovuto dormire all’aperto sotto la pioggia battente, ma sembra che tutta la popolazione sia riuscita a porsi in salvo.

Come conseguenza dell’alluvione, si sono formati dei corsi d’acqua torrenziali temporanei  (ouadi) che hanno travolto quanto si trovava sulla loro strada.

Il disastro ha un’ulteriore riflesso in termini di derrate alimentari distrutte.

Le previsioni metereologiche per i prossimi giorni sono cupe.

Il rischio di epidemie per contaminazione delle riserve idriche con residui organici è alto.

Ambulatorio SMILE MISSION di Auserd: non siamo ancora riusciti a metterci in contatto con il nostro corrispondente locale per avere un quadro della situazione e delle nostre attrezzature; al momento non siamo neppure in grado di affermare che esista ancora un ambulatorio SMILE MISSION ad Auserd.

Aiuti internazionali: le prime a muoversi sono state le forze armate dell’esercito Algerino con rifornimenti di acqua potabile, e derrate alimentari e l’invio di ambulanze.  Le autorità saharawi stanno facendo uno sforzo di coordinazione delle ONG; la Mezzaluna Rossa ha lanciato un appello intenazionale per far giungere nel più breve tempo possibile alimenti e farmaci.

Organizazioni di solidarietà in Italia e in Spagna si sono attivate per affrontare l’emengenza.

Il resto dei mass media tacciono colpevolmente.

Ancora una volta il dramma del popolo saharawi passa sotto silenzio

Il grande niente africano

di Cristiana Grassucci e Piero Lauri

Africa …………………  Saharawi (prima parte)

Giugno 2003: I SAHARAWI, gente del deserto

SAHARAWI, un popolo “in esilio” per me una scoperta incredibile!!!

Di Cristiana Grassucci e Piero Lauri, volontari SMILE MISSION (Associazione di Volontariato Odontoiatrico) www.smilemission.it

Non conoscevo la storia di questo popolo, non ne conoscevo proprio l’esistenza prima di leggere un articolo sul bollettino dell’ASMO. 

Ex Sahara spagnolo (una striscia di terra “Rio de Oro” tra oceano, Mauritania, Marocco e Algeria) 284.000 Kmq; 250.000  abitanti circa di cui 170.000 esuli. Governo democratico con presidente Mohamed Abdelaziz; lingua arabo (Hassania) e spagnolo. Nel 1966 l’ONU riconosce ai Saharawi il diritto all’autodeterminazione.

Nel1973 nasce il Polisario (Fronte di liberazione di Saghia-el-Manra e Rio de Oro) per l’indipendenza del popolo Saharawi. Il 20 maggio 1973 inizia la guerra armata.

Nel 1975 la Spagna si ritira definitivamente dal  Sahara Occidentale mentre il Marocco se ne appropria conoscendo la ricchezza dei giacimenti di fosfati e di petrolio. In quegli anni gran parte dei civili sono fuggiti oltre il confine algerino.

Il 27 febbraio 1976 il Polisario proclama la Repubblica Araba Saharawi Democratica.

Nel 1991 c’è la tregua militare tra Polisario e Marocco, in attesa di un referendum che non s’è mai fatto e che continua ad essere rinviato.

Tindouf, il deserto dell’Hammada, ad ovest dell’Algeria, Sahara è qui, in una delle zone più invivibili del pianeta, abitato da più di 20 anni dai 170.000 profughi provenienti dall’ex Sahara Occidentale Spagnolo, beduini e berberi con un innesto arabo-yemenita:

I SAHARAWI dall’arabo: gente del deserto.

Oggi, non solo sono un popolo senza patria, ma anche cittadini di uno stato “che non esiste” per la maggior parte degli organismi mondiali; hanno realizzato una delle esperienze politiche e sociali più interessanti del nostro secolo: la costruzione di “uno stato in esilio”.

In attesa di tornare nella loro terra hanno ricreato lì, nel deserto, città e province della terra abbandonata. Sono distribuiti in 40 tendopoli distinte, ognuna delle quali ha il nome e le funzioni di un distretto regionale (Wilaya): El Ayun, Smara, Dakla, Ausserd. Ogni wilaya è divisa in 6-7 province (diaria).

 

In questo stato “esule” grande importanza sociale hanno gli anziani e le donne che, data la lontananza degli uomini, quasi tutti al fronte, sono molto emancipate. Le donne sono quelle che portano avanti il campo, l’ospedale, distribuiscono i viveri ed attendono alla famiglia.

Nel maggio 2003 siamo partiti in 4 volontari (due odontoiatri, un medico omeopata, un odontotecnico) e ci siamo ritrovati a lavorare tra questa gente unica durante i giorni dei festeggiamenti per il 30° del Polisario.

E’  indescrivibile l’emozione nell’assistere alla parata in pieno deserto, mentre il termometro tocca i 50°C, in mezzo a migliaia di persone entusiaste,  tra bimbi bellissimi e sorridenti, uomini con il turbante che fumano strane pipe in miniatura stracolme di tabacco, donne avvolte da melpha coloratissimi con tatuaggi di hennè, e quel saluto tipico berbero (Zagarit) che si fa emettendo uno strano suono e movendo rapidamente la lingua.

 

Paesaggi inconsueti tra le dune di sabbia, esistenze difficili con poca acqua a disposizione, per cibo carne di cammello quando va bene, come letto un tappeto sulla sabbia, come tetto il cielo africano con i suoi meravigliosi colori.

Le emozioni si susseguono e, trovare lì, in pieno deserto, un ospedaletto nel quale l’ASMO è riuscita ad installare due poltrone odontoiatriche funzionanti, nonostante la carenza di acqua ed energia elettrica, ed a organizzare un programma di prevenzione e cura delle patologie orali, rende il tutto più affascinante e ti coinvolge.

La gente è davvero cordiale ed ospitale; il rito del the è l’essenza dello stare insieme,  a piedi nudi nelle tende vestite con il melpha, ci accolgono e ci cospargono di profumi. Poi il rito del the offerto tre volte: uno amaro come la vita, uno dolce come l’amore, uno soave come la morte. E li’, seduti sulla nuda terra, si parla di ogni cosa, con ritmi lenti e gesti compassati che,  per noi occidentali, sembrano assurdi ma, dopo un po’, ti permettono di assaporare ogni attimo come noi non facciamo quasi più nelle nostre vite frenetiche.

Vorrei che tante delle immagini che ho ancora davanti ai miei occhi fossero viste da tutti per poter apprezzare tutto ciò che abbiamo, da quelle più semplici come l’acqua corrente, a quelle più sublimi come la libertà !!!

Quest’anno, a maggio 2004, sono partita con Piero (odontotecnico) e Giancarlo (imprenditore milanese che, insieme ad alcuni amici, ha donato una jeep all’associazione)

La jeep, carica di un intero laboratorio odontotecnico, è stata inviata presso i Saharawi, attraverso una carovana di materiale umanitario partita da La Spezia i primi di aprile, ed arrivata all’inizio maggio.

 

Siamo partiti da Roma  per Algeri carichi, con oltre 150 Kg. di materiale odontoiatrico.

Problemi ad Algeri ci hanno fermati alla dogana dove non volevano far passare il materiale.

Da Algeri però siamo riusciti (con un ritardo di un’ora e mezzo per la lentezza burocratica algerina) a prendere la coincidenza per Tindouf.

Ma anche lì è iniziata la trafila per l’installazione del laboratorio….. i permessi…..le difficoltà dovute anche alla lingua e al diverso modo di affrontare i problemi (la frenesia occidentale di fronte alla lentezza e pacatezza araba).

Riunioni continue con il Ministro della sanità, presente con un interprete, con il direttore dell’ospedale di Auserd presso il quale dovevamo installare il laboratorio e dove già c’erano due riuniti odontoiatrici, montati e attivati da precedenti volontari ASMO.

Dopo varie riunionI, continue richieste e tanti fogli scritti ecco che riusciamo ad avere la jeep ed arrivare ad Auserd che si trova in pieno deserto. Così ci mettiamo subito all’opera.

Nel frattempo che i due amici “ricompongono” il laboratorio (che nella jeep ha percorso 2000 Km nel desrto ) adattandosi a fare da falegnami, idraulici ed elettricisti, io, con il personale saharawi istruito dai volontari ASMO continuiamo il progetto di prevenzione e terapia presso lo studio odontoiatrico.

 

Che emozione consegnare la prima protesi ad una donna Saharawi; non scorderò mai il sorriso di lei che si guarda nello specchio, ed incredula ci guarda con gesto di approvazione.

Fuori dello studio decine di donne saharawi, avvolte nei coloratissimi melpha e uomini con il tipico turbante che li protegge dal sole e dalla sabbia, attendono il loro turno imperturbabili sotto il sole, e con temperature che toccano i 45°C all’ombra.

La sera arriva presto, e noi siamo ospiti delle varie famiglie saharawi. Cena a base di spiedini di carne di cammello, per tutti abiti tipici e per noi doni vari, bracciali….anelli, ma soprattutto il loro sguardo di gratitudine !!!                                  www.umbertoromano.com

foto di Cristiana Grassucci e Piero Lauri                                       / Saharawi prima parte

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